Il male esiste ancora: la ‘ndrangheta non è più quella confinata alle faide rurale o ai vecchi immaginari folkloristici, ma si è trasformata in una potentissima holding criminale globale, capace di muoversi nell’ombra, mimetizzarsi e infiltrarsi nell’economia legale.
Proprio mentre l’attenzione dell’opinione pubblica diminuisce e i fari del dibattito nazionale si spengono, la criminalità organizzata espande la sua influenza finanziaria e relazionale, correndo il rischio di trasformare la Calabria in un rassegnato “territorio a perdere”.
Per spezzare la spirale dell’assuefazione e contrastare l’invisibilità delle cosche, diventa necessaria una profonda svolta culturale: la narrativa e la finzione letteraria devono assurgere a vere e proprie forme di educazione civile. È questo il messaggio accorato di Claudio Cordova, giornalista d’inchiesta, fondatore del quotidiano Il Dispaccio, già consulente della Commissione Parlamentare Antimafia e vincitore del Premio Nazionale Paolo Borsellino.
Già autore del saggio d’inchiesta Gotha, Cordova firma per Newton Compton Editori il romanzo “I padroni della ‘ndrangheta. Malacarne. Una saga criminale“. Attraverso un’opera narrativa corale e incisiva, l’autore mette a nudo i meccanismi interni dell’Organizzazione, svelando gli intrecci tra i vertici criminali, la massoneria deviata, i servizi segreti e l’insospettabile mondo dei colletti bianchi.
Di seguito, riportiamo l’intervento firmato da Claudio Cordova in cui l’autore e giornalista ci spiega perché serve una nuova narrazione per svelare la ‘ndrangheta ed evitare che la Calabria sia un territorio a perdere.
Non si deve aver paura di raccontare il male. Così la Calabria smetterà di essere un “territorio a perdere”
Oggi le mafie sembrano essere uscite dal dibattito pubblico. Non occupano più stabilmente le prime pagine dei giornali, raramente dominano il confronto politico e, salvo grandi operazioni giudiziarie o anniversari delle stragi, sembrano essersi trasformate in un tema marginale. E proprio mentre l’attenzione collettiva diminuisce, continuano a espandere il proprio potere economico, finanziario e relazionale, adattandosi ai cambiamenti della società con una velocità che spesso supera quella delle istituzioni e persino degli studiosi.
Sparano meno, lasciano meno cadaveri sull’asfalto, evitano lo scontro frontale con lo Stato e preferiscono infiltrarsi nell’economia legale, nella finanza, negli appalti, nei mercati globali. Se non ci sono più immagini di autobombe o guerre di mafia, il fenomeno finisce per scomparire. Il pericolo, però, non è che lo Stato smetta di reprimere le mafie, ma che la società civile, il mondo della cultura, dell’associazionismo e dell’informazione smettano di considerarle una priorità. È il rischio dell’assuefazione: dimenticare che le mafie continuano a esistere, semplicemente perché hanno imparato a nascondere meglio il proprio potere.
La ‘ndrangheta, la mafia più potente e ancora la meno conosciuta
Se questo discorso vale per tutte le mafie, assume una dimensione ancora più evidente quando si parla di ‘ndrangheta. Oggi gli investigatori di tutto il mondo concordano nel considerarla come la principale protagonista del traffico internazionale di cocaina e una delle più potenti holding criminali del pianeta. Eppure, nell’immaginario collettivo, continua a essere meno conosciuta di Cosa Nostra e della Camorra.
Per decenni, è stata raccontata come una mafia marginale, rurale, quasi folkloristica, confinata nei piccoli paesi della Calabria. Una rappresentazione che ha contribuito a sottovalutarne la capacità imprenditoriale e la straordinaria espansione internazionale. Così la ‘ndrangheta ha creato i suoi mondi sommersi, fatti di segreti inconfessabili, di legami con la massoneria deviata e i servizi segreti, in combutta in alcune delle pagine più oscure della storia d’Italia.
La ‘ndrangheta va raccontata. Diversamente
Ora, però, sulla ‘ndrangheta, va iniziata una nuova narrazione. Che non sia di criminalizzazione del territorio o esaltazione dei boss. Ma nemmeno di sottovalutazione, di assuefazione, di sostegno a un mondo ancestrale che nulla avrebbe a che fare con quello reale.
La finzione narrativa può diventare una forma di educazione civile. Sicilia e Campania hanno fatto dei passi in avanti quando sono diventati dei casi nazionali, anche grazie alla narrazione, su carta e su schermo. Questa narrazione, in Calabria non è esistita. Come se la Calabria fosse un territorio a perdere. Serve una rappresentazione estremamente credibile dei meccanismi interni della criminalità organizzata, mostrando come il vero potere mafioso non sia fondato soltanto sulla violenza, ma soprattutto sulla capacità di governare consenso, relazioni e interessi economici.
Anche dai borghi dell’Aspromonte, la ‘ndrangheta ragiona come una struttura manageriale. Non prevale l’impulso della violenza, bensì il calcolo. Strategie, equilibri tra famiglie, gestione del territorio, mediazione tra interessi contrapposti. Anche di fronte all’emergere di giovani gruppi criminali, la prima soluzione ricercata non è lo scontro armato, ma la trattativa, la redistribuzione degli affari e la ricerca di nuovi equilibri.
Questa è stata una delle scelte vincenti della ‘ndrangheta: non affrontare a viso aperto lo Stato, non sfidarlo muscolarmente. Ma, anzi, blandire il mondo dei “colletti bianchi”, usare la corruzione e le relazioni come un grimaldello per entrare in stanze apparentemente inaccessibili.
La ‘ndrangheta che va raccontata è un’organizzazione che pensa sul lungo periodo, che investe, pianifica e seleziona accuratamente quando usare la violenza e quando, invece, convenga esercitare il potere attraverso il consenso.
Il silenzio è la migliore arma delle cosche
Va interrotto il fluido della semplicistica narrazione mainstream: le organizzazioni mafiose non vivono isolate. Hanno bisogno di professionisti, medici, imprenditori, funzionari pubblici, tecnici, figure apparentemente estranee al mondo criminale ma indispensabili per garantire protezione, servizi e coperture.
Vanno raccontati, vanno descritti, i professionisti che, pur mantenendo una posizione sociale irreprensibile, finiscono inevitabilmente per piegarsi alle richieste dei boss. Non è la forza delle armi a determinarne il comportamento, quanto il peso dell’appartenenza, del debito di riconoscenza e della rete di relazioni costruita dalla cosca nel corso degli anni.
Non è un caso che l’organizzazione continui a essere forte e ricca, nonostante i sequestri di beni e la cattura, anche di importanti latitanti. L’arresto rappresenta il successo investigativo dello Stato, ma i boss mantengono un atteggiamento quasi beffardo. Sanno che la propria cattura non coincide necessariamente con la sconfitta dell’organizzazione. Questo perché il sistema criminale continuerà a vivere anche senza di loro.
È una riflessione che richiama una delle principali caratteristiche della ‘ndrangheta. La forza dell’organizzazione non risiede soltanto nei singoli capi, ma nella continuità delle strutture familiari, nella capacità di rigenerarsi e nella trasmissione del potere da una generazione all’altra.
Ecco perché la narrativa può fare la differenza
E, allora, che nasca una nuova narrazione sulla Calabria. Come quella avvenuta in Sicilia e in Calabria. Una narrazione fatta di romanzi, di film, di opere teatrali, di canzoni. Attraverso i personaggi, i dialoghi e le vicende narrative, si potranno allora comprendere dinamiche che altrimenti resterebbero confinate nel linguaggio tecnico delle sentenze o nelle pagine delle relazioni investigative.
La narrativa non sostituisce l’inchiesta. La completa.
Riesce a trasformare concetti astratti in esperienze umane, mostrando come la mafia condizioni le vite delle persone, alteri i rapporti sociali, influenzi le scelte individuali e costruisca il proprio consenso ben oltre l’uso della violenza.
Oggi la narrativa può diventare un prezioso alleato della cultura antimafia, facendo riflettere migliaia di lettori che forse non leggerebbero mai un’inchiesta giudiziaria, ma che, una volta chiuso il libro, iniziano a guardare la realtà con occhi diversi.
La Calabria non deve essere più un “territorio a perdere”
La ‘ndrangheta non è una criminalità fatta soltanto di lupara, faide di paese o riti iniziatici. Certo, simboli, ritualità e gerarchie continuano ad avere un ruolo fondamentale nella costruzione dell’identità mafiosa. Ma dietro quell’immaginario si nasconde una struttura economica sofisticata, capace di investire nei mercati finanziari, di infiltrarsi nelle imprese, di dialogare con la classe dirigente. E, sempre più spesso, farsi classe dirigente.
Se le mafie hanno cambiato modo di comunicare, anche chi le racconta deve interrogarsi sui linguaggi più efficaci. Per molti anni il contrasto culturale alla mafia è stato affidato soprattutto ai saggi, alle inchieste giornalistiche, agli atti giudiziari, alle testimonianze dei magistrati e dei familiari delle vittime. Un patrimonio fondamentale, che resta insostituibile.
Ma oggi non basta più.
Il primo successo delle mafie non consiste nell’intimidire, né nel corrompere. Consiste nel diventare invisibili. La Calabria potrà fare dei passi in avanti, smettere di essere un “territorio a perdere”, solo quando diventerà un caso nazionale. Con tutte le sue contraddizioni. Il racconto del male, senza paura, può incamminare sulla strada del bene.

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