Scavare nel passato per illuminare il presente: Claudia Marin e la ricerca della nostra autenticità

In questa intervista, la giornalista e scrittrice Claudia Marin ci guida nel cuore del suo ultimo romanzo, svelando la genesi di un titolo suggestivo, la forza dei legami originari e la necessità di fermarsi per ritrovare l’essenziale.

Scavare nel passato per illuminare il presente Claudia Marin e la ricerca della nostra autenticità

C’è un tempo della vita in cui ciascuno di noi incarna la promessa del domani: è l’infanzia, quell’epoca imperfetta e luminosissima in cui siamo, letteralmente, il futuro. Con il suo terzo romanzo, “Il futuro che eravamo” (Rubbettino), Claudia Marin firma un’opera profonda e intima che scava nella memoria per restituirci la parte più autentica di ciò che siamo stati — e che, sotto la cenere degli anni, continuiamo a essere.

Attraverso la storia di Luca e Camilla, un legame fraterno viscerale, prima vera “educazione sentimentale” vissuta alla pari fuori dall’ombrello protettivo dei genitori, l’autrice esplora il valore del ricordo non come sterile esercizio di nostalgia, ma come bussola imprescindibile di fronte al disincanto dell’età adulta, all’omologazione del presente e al confronto inevitabile con la fragilità dell’esistenza.

Firma autorevole e stimata del Quotidiano Nazionale, Claudia Marin dimostra come il rigore dell’informazione economica e politica possa convivere armoniosamente con la verità delle emozioni. Se la cronaca documenta ciò che accade, la letteratura ha per lei il compito più profondo di custodire ciò che resta.

“Il futuro che eravamo”, intervista all’autrice Claudia Marin

In questa intervista, l’autrice ci guida nel cuore del suo romanzo, svelando la genesi di un titolo suggestivo, la forza dei legami originari e la necessità di fermarsi per ritrovare l’essenziale.

Il titolo Il futuro che eravamo porta con sé un forte senso di nostalgia, ma anche una profonda riflessione sul tempo. Come nasce questo titolo e cos’è esattamente questo “futuro” racchiuso nel passato?

Questo romanzo ha cambiato varie volte il titolo in corso d’opera. Sentivo che doveva contenere il cuore del romanzo, ma senza raccontarlo. I precedenti titoli potevano andare bene ma sentivo sempre che non coglievano pienamente il mio centro. Poi sono arrivate queste parole: Il futuro che eravamo. E ho capito che era lui.

Perché, quando siamo bambini, siamo il futuro. Quello che immaginiamo per noi stessi, quello che i nostri genitori immaginano per noi. È un tempo in cui tutto sembra ancora possibile e il domani è una affascinante promessa. Poi gli anni passano e quel futuro diventa passato. Ma non scompare. Continua a vivere dentro di noi, perché è lì che si sono formati i nostri desideri, le nostre paure, il nostro modo di guardare il mondo.

Credo che tutti, prima o poi, sentiamo il bisogno di tornare in quel luogo. Non tanto e non solo per rifugiarci nella nostalgia, ma per ritrovare la parte più autentica di noi.

Il romanzo si concentra molto sul rapporto tra Camilla e Luca, descrivendo un’infanzia condivisa che diventa una vera e propria “educazione sentimentale”. Come hai lavorato alla costruzione della loro dinamica? Quanto c’è di universale e quanto di personale nel loro legame?

Luca e Camilla crescono insieme e, senza accorgersene, diventano l’uno per l’altra una casa. È questo che volevo raccontare.

Sono fratello e sorella. Volevo raccontare quel legame che nasce prima di ogni scelta e che, proprio per questo, ci accompagna per tutta la vita. Un legame fatto di vicinanza, di conflitti, di confronto continuo, di appartenenza, di protezione, di silenzi. Di tutto quello che non si dice, ma che continua a tenerci uniti. Il primo legame che viviamo da piccolissimi «alla pari», con un altro bambino, fuori dalla confort zone, dall’ombrello magico di mamma e papà.

Quando si parla di educazione sentimentale si pensa subito all’amore. Ma, in realtà, ci troviamo ad amare molto prima. Lo impariamo dentro la famiglia, attraverso gli affetti, le assenze, i gesti quotidiani, le piccole grandi lezioni di vita. È lì che scopriamo cosa significa sentirsi accolti, traditi, compresi, biasimati, sfidati, perdonati.

Ogni scrittore parte inevitabilmente da emozioni che conosce, ma un romanzo non coincide mai con la vita di chi lo scrive. A un certo punto i personaggi prendono una strada autonoma e sorprendono anche chi li ha immaginati.

Mi piace pensare che il rapporto tra Luca e Camilla appartenga un po’ a tutti. Perché, anche se non tutti abbiamo un fratello o una sorella, tutti abbiamo conosciuto un legame che ci ha insegnato qualcosa di essenziale su noi stessi.

Nel libro, il mondo passato e i ricordi dei “bambini spudoratamente felici” riemergono come un rifugio per l’anima e un nucleo fondante per affrontare il presente. Credi che, nel disincanto dell’età adulta, recuperare il bambino che siamo stati sia l’unica vera salvezza?

Non so se sia l’unica salvezza. So però che è una possibilità preziosa.

Da bambini viviamo le cose con un’intensità che poi, crescendo, rischiamo di dimenticare. Ci stupiamo facilmente, ci fidiamo, pensiamo attraverso i sentimenti e quindi agiamo come se il futuro avesse sempre spazio per un sogno.

Recuperare quel bambino da adulti per me significa ricordarsi che esiste una parte di noi che il tempo non dovrebbe riuscire a consumare. La parte che continua a meravigliarsi, a emozionarsi, a credere che la felicità possa nascondersi nelle cose più semplici e sorprenderci ogni giorno. La parte che non diventerà mai disillusa e disincantata.

La memoria e gli affetti familiari sembrano essere i pilastri di questa storia. Oggi che valore ha fermarsi a “scavare” nei propri ricordi per ritrovare se stessi?

Viviamo in un tempo che ci invita continuamente ad andare avanti. A essere veloci, efficienti, sempre proiettati verso ciò che verrà da un lato, ma anche a imporci una sorta di unidimensionalità basata sul presente. Uno dei “mantra” considerati più saggi, diffusissimo sui social, è quello che invita a concentrarci solo ed esclusivamente sull’oggi. Per produrre al massimo azioni costruttive per il domani.

Eppure credo che, qualche volta, sia necessario fermarsi.

I ricordi non servono certamente soltanto a rimpiangere il passato. Servono a capire da dove veniamo. Perché dentro la memoria non ci sono soltanto i fatti. Ci sono gli odori, le case, le estati, il sapore del ghiacciolo preferito, le persone che ci hanno insegnato ad amare. E c’è anche la possibilità di guardarci con occhi nuovi.

Scavare nel passato, allora, non è un esercizio di nostalgia. È un modo per dare un senso e una luce al presente. Un presente che, in questo tempo di conclamata omologazione, ci dà la misura della unicità di ognuno.

Tu sei una firma molto apprezzata del Quotidiano Nazionale. Come riesci a conciliare la rigidità e l’aderenza ai fatti richieste dal giornalismo con la libertà della scrittura creativa? Trovi che l’essere giornalista ti aiuti o ti ostacoli quando scrivi romanzi?

Non ho mai vissuto il giornalismo e la narrativa come due mondi in contrasto. Al contrario, credo che si nutrano a vicenda.

Il giornalismo è il mestiere che amo e che continuo a fare ogni giorno. È stata, ed è ancora, una straordinaria scuola di vita. Mi ha portato a incontrare persone, ad ascoltare storie, a osservare la realtà con curiosità e rispetto. E mi ha insegnato una cosa fondamentale: il rigore.

Occupandomi da molti anni di economia e politica, so quanto sia importante verificare i fatti, pesare ogni parola, non concedersi scorciatoie. È un rigore che considero un valore irrinunciabile.

Anche la narrativa, però, richiede rigore, sia pure in modo diverso. Se infatti manca l’esattezza dei fatti, è imprescindibile la verità delle emozioni. In un romanzo tutto può essere inventato, ma niente deve risultare falso. I personaggi devono avere una loro autenticità, le loro disarmonie, le loro contraddizioni. Il lettore si accorge se una pagina non dice una verità umana.

Mi piace pensare che il giornalismo racconti quello che accade, mentre la narrativa provi a raccontare quello che resta. Quello che continua a vivere dentro di noi quando gli avvenimenti sono finiti o sono messi in parentesi e il tempo ha fatto il suo corso. Forse è proprio in questo spazio che sento di poter esprimere una parte diversa di me, senza rinunciare al rigore che il giornalismo mi ha insegnato.

Questo è il tuo terzo romanzo pubblicato da Rubbettino, dopo Figlie uniche e Imperfezioni. Rispetto ai tuoi lavori precedenti, come senti che è maturata o cambiata la tua voce narrativa in Il futuro che eravamo? C’è un filo rosso che lega intimamente queste tre opere?

Ogni romanzo rappresenta una tappa di un viaggio. Quando ho scritto Figlie uniche avevo il desiderio di raccontare i legami familiari, in particolare con i genitori, e il modo in cui ci definiscono. Con Imperfezioni quello sguardo si è posato soprattutto sull’amore di coppia, sulle sue patologie, sulle sue fragilità e sulle sue crepe, Il futuro che eravamo torna alla famiglia attraverso il rapporto tra un fratello e una sorella, uno dei legami più profondi e, forse, meno raccontati.

Ripercorrendo con la mente oggi questi tre romanzi, mi accorgo che il filo rosso è sempre stato lo stesso. Capire chi siamo quando viviamo i nostri legami originari: il rapporto con i genitori, con un fratello o una sorella, con la persona che amiamo. Sono relazioni che ci costruiscono prima ancora che possiamo scegliere e che, proprio per questo, ci rendono profondamente vulnerabili. È lì che siamo più indifesi, perché non possiamo recitare una parte. Ma è anche lì che emerge la nostra identità più autentica. E forse allo stesso tempo poetica.

In Il futuro che eravamo emerge anche un altro tema decisivo: il confronto con la morte, anche solo attraverso il suo improvviso affacciarsi minaccioso nella nostra vita.

La morte innesca momenti di verità. Tutto ciò che fino a un attimo prima sembrava importante perde improvvisamente peso. Le ambizioni, le preoccupazioni quotidiane, perfino molte certezze si ridimensionano. Rimane l’essenziale.

Rimangono gli affetti, il tempo condiviso, le parole dette e quelle che non siamo riusciti a dire, i luoghi che ci hanno formato, la memoria. È come se la consapevolezza della nostra fragilità e precarietà ci restituisse, paradossalmente, uno sguardo più limpido sulla vita.

Forse è anche per questo che, libro dopo libro, sento il bisogno di una scrittura sempre più essenziale. Mi interessa togliere, più che aggiungere. Lasciare spazio ai silenzi, ai gesti, a ciò che il lettore può riconoscere dentro di sé.

In fondo, credo che la letteratura non debba necessariamente offrire risposte. Debba piuttosto fare compagnia al lettore nei passaggi più difficili dell’esistenza, aiutandolo, magari, a ritrovare una parte di sé che aveva dimenticato. E che invece costituisce la sua essenza irrinunciabile.