La storia della lingua italiana è costellata di parole che un tempo appartenevano al linguaggio quotidiano e che oggi, invece, sopravvivono soltanto nelle pagine dei testi antichi, nei vocabolari storici o negli studi di linguistica. Alcuni di questi vocaboli sono scomparsi perché sostituiti da forme più moderne, altri perché le realtà sociali che designavano sono cambiate profondamente nel corso dei secoli.
Tra questi termini dimenticati vi è il verbo corteare, oggi praticamente sconosciuto ai parlanti, ma un tempo perfettamente comprensibile e utilizzato soprattutto per descrivere usanze legate al matrimonio e ai rapporti di cortesia. Secondo i repertori lessicografici antichi, corteare significava infatti «fare corteo agli sposi», ma anche «fare dimostrazione di cortesia, di affetto, intrattenersi affabilmente, corteggiare». Dietro questo verbo apparentemente semplice si nasconde dunque un piccolo mondo fatto di cerimonie, relazioni sociali e tradizioni che raccontano molto della società medievale e rinascimentale.
Corteare la lingua italiana è sempre un piacere
Dal punto di vista etimologico, corteare deriva dal sostantivo cortèo, a sua volta collegato alla parola corte, intesa come insieme di persone che accompagnano un sovrano o un personaggio importante. La parentela con il provenzale cortear conferma inoltre come il verbo appartenga a una vasta famiglia lessicale diffusa nelle lingue romanze e sviluppatasi nell’ambiente della civiltà cortese medievale. Da questa stessa radice derivano anche parole ancora comunissime nell’italiano contemporaneo, come corteo, corteggio e corteggiare, che conservano, pur con significati diversi, l’idea fondamentale dell’accompagnare qualcuno con attenzione, rispetto o devozione.
L’accezione più antica di corteare è strettamente legata alle usanze matrimoniali. Nelle società medievali e premoderne il matrimonio non rappresentava soltanto l’unione di due persone, ma un vero evento comunitario che coinvolgeva famiglie, vicini e conoscenti. Le cerimonie si prolungavano spesso per più giorni e comprendevano una serie di rituali ben codificati. In questo contesto corteare significava accompagnare la sposa, renderle omaggio, partecipare simbolicamente alla sua nuova condizione di donna sposata. Non si trattava semplicemente di prendere parte a una festa, ma di compiere un gesto di vicinanza sociale e di riconoscimento pubblico.
Una preziosa testimonianza di questo significato si trova nel Novellino, una delle più importanti raccolte di novelle della letteratura italiana delle origini. Nel racconto si legge: «Dopo il mangiare, venne il signore a corteare.» La frase mostra come il verbo indichi un comportamento cerimoniale e cortese: il signore si reca dagli sposi non per un semplice saluto occasionale, ma per adempiere a un preciso dovere sociale, partecipando con la propria presenza alle manifestazioni di onore e di affetto previste dall’occasione.
Un’altra importante attestazione proviene dalla Cronica domestica di Donato Velluti, preziosa fonte sulla vita fiorentina del Trecento. L’autore racconta che Jacopa prese moglie senza celebrare nozze solenni perché era morto da poco un familiare importante. Scrive infatti: «Tolse moglie di marzo 1368 la Iacopa, … sanza fare nozze, però che di poco tempo era morto messer Andrea; … sì che non menò seco donne il primo dì, né ‘l seguente niuna ne venne a corteare.» Questo passo permette di comprendere ancora meglio il significato del verbo. Le donne che normalmente sarebbero andate a corteare la novella sposa rinunciano alla visita per rispetto del lutto recente. L’assenza del corteare costituisce dunque una rinuncia a un rito sociale tradizionalmente previsto.
Ancora più esplicita è la spiegazione fornita da Francesco d’Alberti di Villanova nel suo dizionario: «Corteare si dice di quell’accompagnatura che fanno le donne alla sposa, la prima volta ch’ella esce fuora impalmata.» L’espressione «impalmata» indica la donna appena sposata. Il corteare consisteva quindi nell’accompagnamento femminile della sposa alla sua prima uscita pubblica dopo il matrimonio. Era un gesto ricco di significato simbolico, perché segnava il passaggio della donna dalla condizione di nubile a quella di moglie, attraverso un rito condiviso dalla comunità.
Questa pratica riflette una società nella quale la dimensione collettiva aveva un peso molto maggiore rispetto a oggi. Gli avvenimenti fondamentali della vita – nascita, matrimonio, morte – non riguardavano esclusivamente la sfera privata, ma coinvolgevano l’intera comunità. Il verbo corteare nasce proprio per descrivere una di queste manifestazioni pubbliche di partecipazione e solidarietà.
Con il tempo il significato del verbo si amplia. Oltre a indicare il corteo nuziale, corteare assume progressivamente il senso più generale di fare dimostrazione di cortesia, intrattenersi affabilmente, mostrare affetto o riguardo verso qualcuno. È facile comprendere questo sviluppo semantico. Chi accompagna una sposa lo fa per onorarla e dimostrarle stima; da questo comportamento concreto il verbo passa naturalmente a designare ogni atteggiamento improntato alla gentilezza e alla premura.
Da corteare a corteggiare
Da questa evoluzione nasce anche la vicinanza con il verbo moderno corteggiare. Oggi corteggiare indica soprattutto il tentativo di conquistare sentimentalmente una persona, ma in origine il concetto era molto più ampio. Significava frequentare qualcuno con modi rispettosi, offrirgli attenzioni, manifestare riguardo e devozione. In questo senso corteare rappresenta quasi un anello intermedio tra il significato originario della corte medievale e quello moderno del corteggiamento amoroso.
Dal punto di vista linguistico, corteare è un esempio interessante della produttività della derivazione verbale nell’italiano antico. Dal sostantivo cortèo si forma un verbo mediante il suffisso -are, procedimento estremamente comune nella nostra lingua. Molti verbi nascono infatti dalla trasformazione di un nome in un’azione: da martello deriva martellare, da colore deriva colorare, da fiore deriva fiorire (attraverso un diverso meccanismo), e così via. Nel caso di corteare, il verbo significa letteralmente «fare corteo», cioè accompagnare qualcuno secondo un preciso rituale.
Con il passare dei secoli, tuttavia, il verbo cade progressivamente in disuso. Le trasformazioni della società, il mutamento delle consuetudini matrimoniali e l’affermarsi di altri verbi più semplici e immediati ne determinano la scomparsa dall’italiano comune. A sostituirlo intervengono espressioni come accompagnare, fare visita, rendere omaggio, mentre il verbo corteggiare si specializza sempre più nel significato amoroso che oggi gli attribuiamo spontaneamente.
La scomparsa di corteare non significa però che la parola abbia perso il proprio interesse. Al contrario, essa rappresenta una preziosa testimonianza storica. Attraverso un solo verbo possiamo ricostruire antiche usanze matrimoniali, comprendere meglio il funzionamento della società medievale e osservare l’evoluzione del lessico italiano. Ogni vocabolo antico è infatti una piccola finestra aperta sul passato: racconta non soltanto il modo in cui parlavano i nostri antenati, ma anche il modo in cui vivevano, celebravano le ricorrenze e costruivano i rapporti sociali.
Studiare parole come corteare significa anche prendere coscienza della straordinaria ricchezza del patrimonio linguistico italiano. La nostra lingua non è fatta soltanto dei vocaboli che utilizziamo quotidianamente, ma anche di migliaia di termini che hanno accompagnato la sua storia e che oggi sopravvivono nelle opere letterarie, nei documenti storici e nei grandi dizionari.
Pur non essendo più impiegato nella conversazione moderna, corteare continua a testimoniare una fase importante dell’evoluzione dell’italiano e conserva intatto il fascino di una parola capace di evocare un mondo nel quale la cortesia, l’accompagnamento rituale e la partecipazione collettiva costituivano valori fondamentali della vita sociale. In questo senso il recupero di vocaboli dimenticati come corteare non rappresenta soltanto un esercizio filologico, ma un modo per comprendere più profondamente la storia della nostra lingua e della cultura che essa ha espresso nei secoli.

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