Le donne “invisibili” dell’Odissea: chi muoveva davvero i fili del ritorno di Ulisse?

Oltre Penelope, Circe e Calipso, il ritorno di Ulisse è guidato da figure “invisibili” come Arete ed Euriclea: una rilettura al femminile del capolavoro omerico.

Le donne invisibili dell’Odissea chi muoveva davvero i fili del ritorno di Ulisse

Se pensiamo al viaggio più famoso della letteratura occidentale, ci vengono in mente tempeste, mostri con un occhio solo, astuzie militari e un eroe dal multiforme ingegno che combatte per tornare in patria. Eppure, a una lettura più attenta,  l’Odissea si rivela essere un poema con una regia squisitamente al femminile. Ulisse è spesso un naufrago, un uomo in balia degli eventi; a tirarlo fuori dai guai, a decidere le sue sorti e a custodire la sua casa, sono quasi sempre le donne.

Oltre la tela e la magia: le protagoniste celebri dell’Odissea

Certo, quando parliamo delle donne dell’Odissea, la memoria scolastica e l’immaginario collettivo corrono subito alle tre grandi icone del mito: Penelope, Circe e Calipso.

La loro centralità è indiscutibile. Penelope è il vertice dell’intelligenza tattica: con lo stratagemma della tela compie un atto di resistenza politica che le permette di tenere in scacco i Proci per anni, dimostrandosi in tutto e per tutto la controparte femminile dell’astuzia di Ulisse. Circe, la maga potente e sensuale, ha il potere di domare la natura e soggiogare gli uomini, piegando l’eroe prima di aiutarlo. Calipso, la dea luminosa di Ogigia, rappresenta invece la tentazione dell’oblio: tiene in ostaggio l’eroe per sette lunghi anni, offrendogli l’immortalità in cambio della rinuncia alla propria identità.

Tutte le altre donne protagoniste dell’Odissea

Queste tre figure gigantesche sono i pilastri del viaggio: l’attesa, il pericolo, la tentazione. Ma fermarsi a loro significherebbe guardare solo la superficie del poema. Sotto questa prima tela, ne esiste un’altra, tessuta da figure apparentemente secondarie, senza le quali l’eroe di Itaca non ce l’avrebbe mai fatta.

Arete: il vero potere politico dei Feaci

Quando Ulisse naufraga, nudo e disperato, sulle coste di Scheria, la principessa Nausicaa gli dà un consiglio fondamentale. Non gli suggerisce di buttarsi ai piedi del potente re Alcinoo, ma lo indirizza verso un’altra figura: la regina Arete.

“Passa oltre mio padre e getta le braccia alle ginocchia di mia madre”, gli spiega Nausicaa. “Se a lei sarai caro nel cuore, c’è speranza che tu riveda i tuoi cari”. Arete non è una semplice consorte da esibire a corte. In una società antica dominata dagli uomini, è lei che dirime le liti tra i sudditi, che ascolta e che decide chi merita l’accoglienza. Il re siede sul trono, ma è la regina ad avere l’ultima parola sulla flotta e sulla diplomazia. Senza la sua implicita approvazione, Ulisse non avrebbe mai ottenuto la nave magica che lo riporterà finalmente a Itaca.

Euriclea: l’intelligence e la memoria di Itaca

Tornato in patria sotto le mentite spoglie di un vecchio mendicante, Ulisse sfugge allo sguardo dei Proci, ma non al tocco della sua vecchia nutrice, Euriclea. Lavandogli i piedi, le mani dell’anziana donna riconoscono la cicatrice che l’eroe si era procurato da ragazzo sul monte Parnaso.

In quel preciso istante, Euriclea ha in mano la vita del re e il destino di tutta Itaca: le basterebbe un grido per farlo uccidere. Ma Euriclea è molto più di una serva devota. È la memoria storica del palazzo, nonché una formidabile organizzatrice. Sarà lei, infatti, a fornire a Ulisse la lista esatta di chi è rimasto fedele alla corona e di chi ha tradito. Gestendo un vero e proprio “servizio di intelligence” interno, l’anziana nutrice diventa la vera spalla tattica per la riconquista del regno.

Melanto: la ribellione e la spaccatura sociale

Non tutte le figure femminili “minori” dell’Odissea sono salvifiche, e non tutte accettano passivamente il proprio ruolo. Melanto è forse la figura femminile più tragica e moderna del poema. Sorella del capraio Melanzio, è una delle giovani ancelle cresciute e amate da Penelope, ma sceglie di schierarsi con i Proci, diventando l’amante di Eurimaco e deridendo apertamente Ulisse travestito.

Nei riassunti scolastici viene spesso liquidata con due parole: “serva traditrice”. Ma a uno sguardo contemporaneo, Melanto incarna qualcosa di molto più profondo. È l’emblema della spaccatura sociale di Itaca, la voce delle classi subalterne che, nel vuoto di potere durato vent’anni, cercano un’ascesa sociale (o la mera sopravvivenza) allineandosi con i nuovi padroni. La sua fine spietata – verrà impiccata per volere di Ulisse e Telemaco insieme alle altre ancelle “infedeli” – ci ricorda che nell’epica antica (come nella vita) il prezzo delle guerre di potere e delle scelte politiche ricade, senza alcuna pietà, proprio sulle donne e sui più deboli.

Rileggere l’Odissea oggi significa accorgersi di questo dettaglio straordinario: tolti gli dèi e le magie, il ritorno di Ulisse è reso possibile da una catena di donne. Regine silenziose, vecchie nutrici e ragazze ribelli ci ricordano che il poema fondativo della nostra cultura non è solo la storia di un eroe che viaggia, ma soprattutto di una fitta, e meravigliosa, rete di donne che gli tracciano la strada.

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