Un quadro di Pierre-Auguste Renoir per ritrovare spensieratezza e armonia

Scopri “Le grandi bagnanti” di Renoir: tra crisi, rigore classico e luce impressionista, la storia di un capolavoro che ci insegna il coraggio di reinventarsi.

Un quadro di Pierre-Auguste Renoir per ritrovare spensieratezza e armonia

Quando si pensa a Pierre-Auguste Renoir, la mente va subito alle sue pennellate morbide, ai giochi di luce tra gli alberi e alla gioia di vivere tipica della Parigi di fine Ottocento. Tuttavia, esiste un capolavoro che segna una svolta radicale e coraggiosa nella sua carriera: Le grandi bagnanti (Les Grandes Baigneuses), dipinto tra il 1884 e il 1887 e oggi custodito al Philadelphia Museum of Art.

“Le grandi bagnanti” di Pierre-Auguste Renoir: la sintesi tra classico e moderno

Il dipinto raffigura una scena di spensierata intimità estiva lungo la riva di un fiume. In primo piano, l’azione è viva e dinamica: una donna immersa nell’acqua minaccia di spruzzare la compagna seduta sulla sponda, che si ritrae ridendo con un gesto di giocosa difesa.

Ciò che rende quest’opera straordinaria è la perfetta coesistenza di due mondi espressivi: da un lato il rigore plastico dei nudi: i corpi femminili sono definiti da contorni netti, quasi incisi, e da una pelle d’avorio levigata che richiama la lezione classica di Ingres (questo periodo di Renoir verrà infatti definito “periodo secco” o “ingresque”); dall’altro l’atmosfera impressionista: lo sfondo, dominato dalla vegetazione e dai riflessi dell’acqua, conserva la pennellata soffice, vibrante e intrisa di luce tipica della sua cifra stilistica originaria. I toni caldi e dorati avvolgono l’intera composizione, trasformando un semplice bagno al fiume in un’idilliaca celebrazione della figura femminile e della natura.

Storia e aneddoti sulla genesi del dipinto

Attorno al 1883, pur essendo ormai uno dei grandi protagonisti dell’Impressionismo, Renoir visse una profonda crisi d’identità artistica. Confessò in seguito al gallerista Ambroise Vollard: “Ero arrivato in fondo all’Impressionismo e giunsi alla constatazione che non sapevo più né dipingere né disegnare. In una parola, ero in un vicolo cieco”.

A stravolgere le sue certezze fu un viaggio in Italia. La visione degli affreschi di Raffaello e della scultura classica lo folgorò, spingendolo a ricercare una definizione della forma che il colore impressionista rischiava di dissolvere. Di ritorno in Francia, trovò ulteriore ispirazione nel bassorilievo seicentesco di François Girardon nel parco di Versailles, “La fontana delle ninfe”.

Deciso a rimodellare la propria arte, Renoir lavorò a Le grandi bagnanti per ben tre anni: un tempo infinito per un artista abituato alla rapidità del plein air. Realizzò decine di disegni preparatori prima di stendere il colore definitivo sulla tela. Tra le sue modelle d’eccezione vi furono due figure centrali nella sua vita: la bionda Aline Charigot, sua futura moglie, e la bruna Suzanne Valadon, modella carismatica e futura grande pittrice.

Cosa ci trasmette e cosa ci insegna quest’opera

Le grandi bagnanti trasmette una travolgente sensazione di spensieratezza e armonia. Osservare quest’opera diventa un vero e proprio atto terapeutico. Renoir costruisce un’oasi visiva sospesa nel tempo, dove il gesto scherzoso della ragazza che minaccia di spruzzare l’acqua e la luce dorata che avvolge i corpi ci invitano a ritrovare una spensieratezza autentica.

Il dipinto ci trasmette l’importanza di riscoprire la leggerezza, ricordandoci che essa non coincide con la superficialità, ma con la capacità di godere del momento presente, dell’armonia con la natura e della bellezza delle cose semplici. Guardare Le grandi bagnanti significa concedersi una pausa dal grigiore e dal peso quotidiano per riassaporare la gioia pura di esistere.

Al di là dell’immediato appagamento estetico, la tela ci offre una grande lezione di vita: il valore di mettersi in discussione per evolvere. Arrivato al culmine del successo con l’Impressionismo, Renoir avrebbe potuto adagiarsi sulle formule stilistiche che tutti gli riconoscevano e che gli garantivano sicurezza. Invece, ha avuto l’umiltà di ammettere a se stesso di sentirsi in un “vicolo cieco”, la forza di fermarsi e il coraggio di ricominciare da capo, affrontando il rischio di non essere capito e la fatica di tre lunghi anni di studi rigidi.