Tra le numerose massime che ci sono state tramandate dal mondo antico, poche possiedono la forza e l’attualità della risposta attribuita ad Anacarsi, il celebre saggio scita vissuto nel VI secolo a.C. Di fronte alla domanda: «Che cosa c’è di buono e allo stesso tempo di cattivo nell’uomo?», egli risponde con una sola parola: «La lingua.»
In greco:
Τί ἐστιν ἐν ἀνθρώπoις ἀγαθóν τε ϰαὶ ϕαῡλoν; «γλῶσσα.»
In italiano:
Che cosa c’è di buono e allo stesso tempo di cattivo nell’uomo? «La lingua.»
Diogene Laerzio e la vita di Anacarsi
La frase ci è stata conservata da Diogene Laerzio nelle Vite dei filosofi, una delle più importanti raccolte di testimonianze sui pensatori dell’antichità. Sebbene brevissima, questa risposta contiene una riflessione di straordinaria profondità sulla natura umana. La lingua, intesa sia come organo della parola sia come simbolo del linguaggio, rappresenta infatti uno degli strumenti più potenti di cui dispone l’essere umano: può costruire oppure distruggere, confortare oppure ferire, creare pace oppure alimentare odio. Nessun’altra facoltà dell’uomo possiede forse una simile capacità di produrre effetti tanto opposti.
Anacarsi occupa una posizione particolare nella cultura greca. Pur essendo originario della Scizia, regione situata a nord del Mar Nero, fu considerato dai Greci uno dei grandi sapienti del suo tempo. La tradizione lo annovera spesso tra i Sette Sapienti, o comunque tra le figure che incarnavano la saggezza pratica dell’età arcaica. La sua origine straniera contribuì probabilmente a conferirgli uno sguardo originale sulla civiltà greca. Come accade spesso agli osservatori esterni, Anacarsi riusciva a cogliere aspetti della società che gli stessi Greci tendevano a considerare scontati.
La risposta sulla lingua si fonda su una caratteristica essenziale dell’essere umano: l’uomo è un essere che parla. Fin dall’antichità il linguaggio è stato considerato uno degli elementi che distinguono l’uomo dagli altri animali. Aristotele definirà l’essere umano zóon lógon échon, cioè “animale dotato di parola” o “di ragione”. La lingua rende possibile la trasmissione della conoscenza, l’organizzazione della società, la nascita della cultura, della filosofia, della scienza e della letteratura. Senza la parola non esisterebbe la civiltà così come la conosciamo.
Per questo motivo Anacarsi definisce la lingua un bene. Grazie ad essa possiamo insegnare, imparare, consolare, persuadere, raccontare, pregare, esprimere amore, gratitudine e amicizia. Le parole permettono ai genitori di educare i figli, ai maestri di trasmettere il sapere, ai medici di rassicurare i pazienti, ai giudici di amministrare la giustizia e ai governanti di guidare una comunità. Ogni progresso della cultura umana è passato, in un modo o nell’altro, attraverso la parola.
La letteratura stessa costituisce una dimostrazione del lato positivo della lingua. Le opere di Omero, Dante, Shakespeare, Cervantes, Leopardi e di tutti i grandi scrittori continuano a parlare ai lettori di epoche lontanissime proprio grazie alla forza delle parole. Attraverso il linguaggio si conservano la memoria storica, le tradizioni e l’identità di un popolo. Una semplice successione di suoni può attraversare i secoli e continuare a suscitare emozioni profonde.
Eppure la stessa lingua rappresenta anche un male. È questo il paradosso messo in luce da Anacarsi. Lo strumento che rende possibile il dialogo può trasformarsi nell’arma più pericolosa. Le parole possono umiliare, calunniare, mentire, manipolare, diffondere odio, provocare conflitti e alimentare guerre. Una frase pronunciata con leggerezza può lasciare ferite più profonde di un’offesa fisica. Molte relazioni personali si incrinano non per i fatti, ma per le parole utilizzate.
Questa consapevolezza attraversa tutta la tradizione culturale occidentale. La Bibbia, ad esempio, dedica numerosi passi al potere della lingua. Nel libro dei Proverbi si legge che “morte e vita sono in potere della lingua”, mentre nella Lettera di Giacomo essa viene paragonata a un piccolo fuoco capace di incendiare un’intera foresta. Anche questi testi insistono sulla doppia natura del linguaggio: dono prezioso e, nello stesso tempo, possibile causa di rovina.
I filosofi greci svilupparono ulteriormente questa riflessione. Socrate invitava a sottoporre ogni parola al vaglio della verità, dell’utilità e della bontà prima di pronunciarla. Platone metteva in guardia contro l’uso manipolatorio della retorica, mentre Aristotele analizzava con grande attenzione il rapporto tra linguaggio, pensiero e persuasione. In tutti questi autori ritroviamo l’intuizione fondamentale espressa da Anacarsi: la parola possiede un’enorme responsabilità morale.
Dal punto di vista psicologico, la massima conserva una sorprendente modernità. Oggi sappiamo quanto il linguaggio influenzi le relazioni umane, l’autostima e perfino il benessere emotivo delle persone. Una parola di incoraggiamento può cambiare la giornata di qualcuno; un’offesa ripetuta può lasciare conseguenze durature. L’essere umano costruisce una parte importante della propria identità attraverso le parole che ascolta e quelle che pronuncia.
Anacarsi oggi
Questa riflessione diventa ancora più attuale nell’epoca dei mezzi di comunicazione digitali. Internet e i social network hanno moltiplicato enormemente la capacità delle parole di raggiungere milioni di persone in pochi secondi. Mai come oggi una frase può essere condivisa, commentata, fraintesa o utilizzata per influenzare l’opinione pubblica. Le parole possono favorire la conoscenza e il dialogo tra culture diverse, ma possono anche diffondere disinformazione, odio e violenza verbale con una rapidità senza precedenti.
In questo contesto, la massima di Anacarsi assume quasi il valore di un monito etico. Essa ricorda che il problema non risiede nella lingua in sé, ma nell’uso che ne facciamo. La parola è moralmente neutra: diventa buona o cattiva a seconda delle intenzioni, della responsabilità e della consapevolezza di chi la utilizza. Lo stesso strumento può costruire un ponte oppure abbatterlo.
Dal punto di vista linguistico, è significativo che Anacarsi utilizzi il termine greco γλῶσσα (glôssa), che significa contemporaneamente “lingua” come organo fisico e “lingua” come linguaggio. Questa doppia accezione è presente anche nell’italiano e in molte altre lingue europee. Il corpo e la comunicazione risultano così strettamente collegati: l’organo materiale diventa il simbolo della facoltà spirituale del parlare.
La brevità della risposta costituisce uno degli elementi che ne accrescono l’efficacia. Anacarsi non offre una lunga spiegazione, ma si limita a pronunciare una sola parola. È il lettore a dover sviluppare tutte le implicazioni della massima. Questa essenzialità rappresenta una caratteristica tipica della sapienza antica, che preferiva spesso l’aforisma alla trattazione sistematica. In poche sillabe viene condensata una riflessione che potrebbe occupare interi trattati di filosofia morale.
Anche la retorica della domanda contribuisce alla forza dell’aforisma. Ci si aspetterebbe forse due risposte distinte: una cosa buona e una cattiva. Invece Anacarsi sorprende l’interlocutore indicando un unico elemento capace di incarnare entrambe le possibilità. Proprio questa apparente contraddizione costringe a riflettere sulla complessità della natura umana, nella quale il bene e il male spesso convivono negli stessi strumenti e nelle stesse facoltà.
La celebre risposta di Anacarsi continua a parlare anche all’uomo contemporaneo. La lingua rimane il più straordinario strumento di cui disponiamo per costruire relazioni, trasmettere conoscenza e creare cultura. Allo stesso tempo, essa conserva la capacità di ferire, dividere e distruggere quando viene usata senza responsabilità. La vera saggezza non consiste dunque nel parlare molto, ma nel sapere quando parlare, come parlare e, soprattutto, perché parlare.
In questa prospettiva, la massima del saggio scita non è soltanto una brillante osservazione sul linguaggio, ma un autentico invito all’etica della comunicazione. Essa ci ricorda che ogni parola pronunciata porta con sé una responsabilità e che la qualità delle nostre relazioni, della nostra convivenza e perfino della nostra civiltà dipende, in larga misura, dall’uso che scegliamo di fare della nostra lingua.
