I proverbi, poi tradotti in lingua italiana, rappresentano una delle espressioni più autentiche della cultura popolare. Tramandati oralmente per generazioni, essi condensano in poche parole esperienze di vita, osservazioni sul comportamento umano e insegnamenti pratici. Ogni dialetto italiano possiede un patrimonio proverbiale di straordinaria ricchezza, spesso sconosciuto al di fuori della comunità che lo ha conservato. Tra questi spicca il dialetto galloitalico di Nicosia, parlato nell’entroterra della Sicilia nord-orientale, che custodisce modi di dire nei quali convivono antiche tradizioni linguistiche del Nord Italia e la cultura siciliana. Uno dei proverbi più suggestivi è:
«Noè campà nuovöcentö anë e mprendëtő na cosa de n carösëtö.»
Il significato letterale è: «Noè visse novecento anni e imparò una cosa da un bambinetto.» Dietro questa immagine apparentemente semplice si nasconde una riflessione universale sull’umiltà, sulla conoscenza e sulla capacità di sorprendersi anche dopo una lunga esperienza di vita.
Il riferimento a Noè non è casuale. Secondo il racconto biblico contenuto nel libro della Genesi, Noè raggiunse l’età straordinaria di novecentocinquant’anni. Nell’immaginario popolare egli rappresenta quindi l’uomo anziano per eccellenza, colui che ha vissuto abbastanza da vedere il succedersi delle generazioni, accumulando un’immensa esperienza. Eppure il proverbio racconta che perfino una persona così longeva ha potuto imparare qualcosa da un semplice bambino.
Il messaggio è chiaro: nessuno può ritenersi tanto esperto da non avere più nulla da apprendere. L’età, il prestigio, la cultura e l’esperienza non escludono la possibilità di ricevere un insegnamento da chiunque, perfino da chi è molto più giovane. È un invito all’umiltà intellettuale e alla disponibilità verso la conoscenza.
Dal galloitalico alla lingua italiana
Nell’uso concreto, però, questo proverbio assume una sfumatura ancora più particolare. Come riportano gli studiosi del dialetto nicosiano, esso viene pronunciato soprattutto quando qualcuno manifesta stupore per aver scoperto qualcosa di nuovo riguardo a persone o situazioni che credeva di conoscere perfettamente. È quindi un’esclamazione che accompagna una rivelazione inattesa.
Può capitare, ad esempio, che una persona scopra un tratto del carattere di un vecchio amico che ignorava completamente, oppure venga a conoscenza di un fatto sorprendente riguardante un familiare, un collega o un vicino di casa. In quel momento il proverbio diventa il modo più efficace per esprimere la meraviglia di chi pensa: “Credevo di sapere tutto, invece ho appena imparato qualcosa di completamente nuovo.”
Il valore psicologico del proverbio è notevole. Esso ricorda che la conoscenza delle persone non è mai definitiva. Ogni individuo possiede aspetti nascosti, esperienze sconosciute, comportamenti inattesi che possono emergere anche dopo molti anni di frequentazione. L’essere umano rimane sempre, almeno in parte, un mistero.
Questa idea è illustrata magnificamente anche dall’esempio tradizionale tramandato nel patrimonio orale di Nicosia. Nel dialogo tra San Pietro e San Michele, quest’ultimo riceve un consiglio molto netto: bisogna stare lontani dagli sbirri, perché possono facilmente tradire la fiducia di chi cerca di aiutarli. Dopo avere sperimentato personalmente questa realtà, San Michele esclama proprio il proverbio di Noè, riconoscendo di avere imparato qualcosa che ignorava completamente.
Il testo tradizionale è il seguente, riportato integralmente nella sua forma originale:
Noè campà nuovöcentö anë e mprendëtő na cosa de n carösëtö POL zeroval. (prov.) (lett. ‘Noè visse novecento anni e imparò una cosa da un bambinetto’) per commentare o descrivere, con enfasi, una situazione in cui qualcuno (perlopiù il mittente) è stupito dall’aver appreso qualcosa di nuovo, specialmente su persone o cose che credeva di conoscere bene.
Rregòrdetë sëmpö, carö Mechelë, che dî sbirrë se ghje stà arraső como se stà arraső dî mulë fauzzë. Giả vedistë che tu te mazzavë per dëö, e ëö te völia tache. Arrasë, fighjö mia, arraső di sbirrë! Centö mighjë löntanö! è mieghjö de nen avëghjë che fe -. – Avi rrasgion – ghje rrespöndëtö San Mechelë. – Noè campà nuwwöcentë anë e mprendëtö na cosa de n carösëtö! la nen I avia canösciuito sina öra i sbirrë; ma, öra eb’i canöscitë… ponö stè frëschë!… ponö dè cù per min! Ricordati sempre, caro Michele, che dagli sbirri si sta alla larga come si sta alla larga dai muli non domati.
Adesso hai visto che tu ti impegnavi tanto per aiutarlo e lui adesso era pronto ad arrestarti. Alla larga, figlio mio, alla larga dagli sbirri! Cento miglia lontano! è meglio non averci a che fare. Avete ragione gli rispose San Michele (a San Pietro). Noè visse novecento anni e imparo una cosa da un bambinetto! Io non li avevo conosciuti fino a ora gli sbirri, ma, ora che li ho conosciuti… possono stare freschi! possono dare il culo per quanto mi riguarda!
L’efficacia del proverbio deriva proprio dall’accostamento tra due figure agli antipodi: il patriarca biblico, simbolo della massima esperienza possibile, e un semplice bambino, emblema della giovinezza e dell’inesperienza. Il contrasto produce un effetto ironico e memorabile, tipico della saggezza popolare.
Il galloitalico oltre Nicosia
Dal punto di vista linguistico, il proverbio costituisce anche una preziosa testimonianza del dialetto galloitalico di Nicosia, uno degli idiomi più particolari presenti in Sicilia. La sua esistenza sorprende molti italiani, perché si tende ad associare tutta l’isola esclusivamente ai dialetti siciliani. In realtà, tra l’XI e il XIII secolo, durante la dominazione normanna, numerosi coloni provenienti dall’Italia nord-occidentale — in particolare dal Monferrato, dalla Liguria, dal Piemonte e da parte della Lombardia ed Emilia — furono invitati a stabilirsi in alcune zone interne della Sicilia per ripopolare territori devastati dalle guerre e consolidare il controllo del nuovo regno.
Questi gruppi portarono con sé le proprie varietà linguistiche appartenenti all’area galloitalica, così chiamata perché presenta caratteristiche comuni con le lingue galloromanze, come il francese e l’occitano, pur rimanendo pienamente parte del dominio linguistico italiano. Nel corso dei secoli tali parlate si sono evolute autonomamente, mantenendo però numerosi tratti settentrionali che ancora oggi le distinguono nettamente dal siciliano.
Nicosia, insieme a Sperlinga, Aidone, Piazza Armerina e San Fratello, costituisce uno dei principali centri di questa antica colonizzazione linguistica. Il dialetto nicosiano conserva elementi fonetici immediatamente riconoscibili: la presenza delle vocali anteriori arrotondate ö e ü, tipiche anche del piemontese e del lombardo; numerose consonanti doppie; lessico di origine settentrionale; forme verbali che differiscono sensibilmente sia dall’italiano sia dal siciliano. Basta osservare il proverbio per cogliere questa originalità: parole come nuovöcentö, carösëtö, mprendëtő, anë mostrano una fisionomia linguistica molto diversa da quella dei dialetti siciliani tradizionali.
Naturalmente, durante gli oltre otto secoli trascorsi dalla loro formazione, questi dialetti hanno subito anche una forte influenza del siciliano e dell’italiano, dando origine a un patrimonio linguistico unico nel panorama nazionale. Si tratta di autentiche “isole linguistiche”, cioè comunità nelle quali una parlata diversa da quella circostante è riuscita a sopravvivere per secoli grazie all’isolamento geografico e alla trasmissione familiare.
Oggi il galloitalico di Nicosia rappresenta un importante bene culturale immateriale. Pur essendo parlato da un numero sempre più ridotto di persone, continua a essere studiato dai linguisti come testimonianza vivente delle grandi migrazioni medievali e dell’incredibile varietà linguistica italiana. Ogni proverbio, ogni parola e ogni modo di dire costituiscono un frammento di questa storia.
In definitiva, «Noè campà nuovöcentö anë e mprendëtő na cosa de n carösëtö» è molto più di un semplice proverbio. È un invito permanente a non considerarsi mai arrivati, a mantenere viva la curiosità e ad accettare che la conoscenza possa giungere dalle fonti più inattese. La vera saggezza non consiste nel credere di sapere tutto, ma nel riconoscere che ogni incontro, ogni esperienza e perfino ogni bambino possono insegnare qualcosa di nuovo. È una lezione di umiltà che attraversa i secoli e che il dialetto galloitalico di Nicosia ha saputo conservare con una forza espressiva straordinaria.
