Una frase di Dino Buzzati ci domanda se ha senso correre, correre sempre

Poche pagine della narrativa italiana del Novecento riescono a condensare con altrettanta intensità il senso del tempo che passa, della memoria, della vecchiaia e della speranza quanto questo brano tratto da Direttissimo, uno dei racconti contenuti in Sessanta racconti di Dino Buzzati. Come spesso accade nella sua opera, l’autore parte da una situazione apparentemente concreta…

una frase di Dino Buzzati ci domanda se correre sempre

Poche pagine della narrativa italiana del Novecento riescono a condensare con altrettanta intensità il senso del tempo che passa, della memoria, della vecchiaia e della speranza quanto questo brano tratto da Direttissimo, uno dei racconti contenuti in Sessanta racconti di Dino Buzzati. Come spesso accade nella sua opera, l’autore parte da una situazione apparentemente concreta – un viaggio in treno – per trasformarla in una potente allegoria dell’esistenza umana. Il lettore comprende ben presto che quel convoglio non attraversa semplicemente una ferrovia, ma percorre la traiettoria stessa della vita.

«Con un ritardo di anni e anni accumulati, siamo così di nuovo in viaggio. Ma per dove? Cala la sera, i vagoni sono gelidi, non c’è rimasto quasi più nessuno. Qua e là, negli angoli degli scompartimenti bui, siedono degli sconosciuti dalle facce pallide e dure che hanno freddo e non lo dicono.

Per dove? Quanto è lontana l’ultima stazione? Ci arriveremo mai? Valeva la pena di fuggire con tanta furia dai luoghi e dalle persone amate? Dove, dove ho messo le sigarette? Ah, qui nella tasca della giacca. Certo, tornare indietro non si può.

Forza, dunque, signor macchinista. Che faccia hai, come ti chiami? Non ti conosco né ti ho mai visto. Guai se tu non mi aiuti. Sta saldo, bel macchinista, butta nel fuoco l’ultimo carbone, falla volare questa vecchia baracca cigolante, ti prego, lanciala a rotta di collo, che assomigli almeno un poco alla locomotiva di una volta, ti ricordi? via nella notte a precipizio. Ma in nome di Dio non mollare, non lasciarti prendere dal sonno. Domani forse arriveremo.»

Dino Buzzati e la sua struggente metafora della vita

L’immagine iniziale è già carica di malinconia: «Con un ritardo di anni e anni accumulati, siamo così di nuovo in viaggio.» Il ritardo non appartiene soltanto al treno. È il ritardo della vita, il peso del tempo trascorso, delle occasioni perdute, delle decisioni rimandate, dei sogni che non si sono realizzati quando avrebbero dovuto. Buzzati trasforma un inconveniente ferroviario in una metafora universale. Tutti, prima o poi, hanno la sensazione di essere arrivati tardi rispetto a qualcosa: un amore, una scelta professionale, una riconciliazione, una possibilità che sembrava eterna e invece non lo era.

Subito dopo arriva la domanda fondamentale: «Ma per dove?» È un interrogativo che attraversa tutta la letteratura di Buzzati. Nei suoi racconti gli uomini si muovono continuamente, attendono, cercano, partono, ma raramente conoscono davvero la destinazione del loro cammino. È lo stesso interrogativo che anima il tenente Giovanni Drogo nel Deserto dei Tartari, dove l’attesa finisce per coincidere con l’intera esistenza. Qui il viaggio continua, ma la meta appare sempre più sfuggente.

L’ambientazione contribuisce a creare un’atmosfera di profonda inquietudine. La sera cala, i vagoni sono gelidi, gli scompartimenti si svuotano. Il paesaggio esterno quasi scompare, lasciando spazio all’interiorità del protagonista. I pochi passeggeri rimasti sono descritti con immagini essenziali ma potentissime: «sconosciuti dalle facce pallide e dure che hanno freddo e non lo dicono.» È una frase che supera il dato realistico. Quel freddo taciuto rappresenta la sofferenza umana che ciascuno porta dentro di sé senza riuscire o senza volerla esprimere. Ognuno affronta il proprio viaggio esistenziale circondato da altri viaggiatori, ma profondamente solo.

Buzzati possiede una straordinaria capacità di trasformare dettagli quotidiani in simboli universali. Anche la domanda improvvisa «Dove, dove ho messo le sigarette?» contribuisce a questa poetica. Dopo riflessioni sul destino, sulla morte e sul tempo, irrompe un gesto banale, quasi comico. È una tecnica tipicamente buzzatiana: ricordare che l’uomo continua a essere fatto di piccole abitudini anche quando si confronta con i grandi interrogativi dell’esistenza. La ricerca delle sigarette diventa il tentativo di aggrapparsi a un gesto familiare mentre tutto il resto appare incerto.

Poi arriva una delle frasi più definitive dell’intero brano: «Certo, tornare indietro non si può.» È una constatazione semplice, priva di enfasi, ma racchiude una delle verità fondamentali della condizione umana. Il tempo possiede una sola direzione. Nessuno può rivivere il passato, correggere le proprie scelte o recuperare gli anni trascorsi. La memoria può riportare alla mente ciò che è stato, ma non può modificarlo. In questa frase risuona tutta la consapevolezza della finitezza umana.

La seconda parte del passo introduce una figura straordinariamente suggestiva: il macchinista. Egli non viene mai descritto realmente. Il narratore non conosce il suo volto né il suo nome: «Che faccia hai, come ti chiami? Non ti conosco né ti ho mai visto.» Il macchinista diventa così una figura simbolica, interpretabile in molti modi. Può rappresentare il destino, il tempo, la provvidenza, la sorte, oppure quella forza misteriosa che continua a guidare la vita degli uomini anche quando essi non ne comprendono il senso.

L’invocazione rivolta al macchinista assume quasi il tono di una preghiera. Il narratore non gli chiede di fermare il treno, né di invertire la marcia. Sa perfettamente che questo è impossibile. Gli chiede invece di continuare, di non cedere, di mantenere viva la corsa: «Sta saldo, bel macchinista, butta nel fuoco l’ultimo carbone.» L’immagine dell’ultimo carbone possiede un’evidente forza simbolica. Richiama le ultime energie, le residue speranze, tutto ciò che ancora può alimentare il movimento della vita quando ormai sembra avvicinarsi la fine del viaggio.

La locomotiva stessa diventa una metafora dell’esistenza. Non è più il treno veloce e potente di un tempo, ma una «vecchia baracca cigolante». L’espressione suggerisce il progressivo logoramento del corpo umano, il peso degli anni, la fragilità che accompagna la vecchiaia. Eppure il narratore non rinuncia a un ultimo desiderio: «che assomigli almeno un poco alla locomotiva di una volta.» È il sogno di ritrovare, anche solo per un istante, l’energia della giovinezza, quando tutto sembrava possibile e il futuro appariva sconfinato.

L’immagine del treno lanciato «via nella notte a precipizio» possiede una straordinaria forza poetica. La notte rappresenta naturalmente l’ignoto, il mistero, forse persino la morte. Tuttavia il treno continua a correre. Non si arresta davanti all’oscurità. Buzzati sembra suggerire che il senso della vita non consiste tanto nel conoscere con certezza la destinazione finale, quanto nel continuare il viaggio con dignità e coraggio.

L’ultima frase è una delle più commoventi dell’intera produzione buzzatiana: «Ma in nome di Dio non mollare, non lasciarti prendere dal sonno. Domani forse arriveremo.» Colpisce soprattutto quell’avverbio: forse. Non esiste alcuna certezza. Il narratore non dice “domani arriveremo”, ma “domani forse arriveremo”. La speranza rimane, ma è una speranza umile, priva di trionfalismi. È la speranza dell’uomo che, pur non conoscendo il proprio destino, continua a credere nella possibilità di raggiungere una meta.

Questo finale racchiude uno degli aspetti più profondi della poetica di Buzzati. I suoi personaggi vivono spesso sospesi tra il desiderio di comprendere e l’impossibilità di ottenere risposte definitive. Eppure non rinunciano del tutto alla speranza. Continuano ad attendere, a camminare, a viaggiare. Non perché siano certi del risultato, ma perché il movimento stesso costituisce una forma di fedeltà alla vita.

Dal punto di vista stilistico, il brano alterna magistralmente descrizione, riflessione e dialogo interiore. Le domande si susseguono senza ricevere risposta, creando un ritmo inquieto che riproduce perfettamente il flusso dei pensieri del protagonista. Il linguaggio è semplice, quasi colloquiale, ma proprio questa apparente semplicità rende ancora più intensa la profondità filosofica del racconto.

L’intero passo può essere letto come una meditazione sulla vecchiaia, sul trascorrere del tempo e sull’impossibilità di fermare il viaggio dell’esistenza. Tuttavia sarebbe riduttivo interpretarlo esclusivamente in questa chiave. Buzzati parla infatti di ogni momento della vita in cui l’uomo si trova a interrogarsi sul proprio cammino, sulle scelte compiute e su quelle ormai impossibili. Chiunque, indipendentemente dall’età, può riconoscersi in quel passeggero che guarda fuori dal finestrino chiedendosi dove stia andando.

Questo straordinario brano di Direttissimo rappresenta una delle più intense metafore del viaggio esistenziale offerte dalla letteratura italiana del Novecento. Attraverso l’immagine di un vecchio treno che continua la sua corsa nella notte, Dino Buzzati riflette sul tempo perduto, sulla memoria, sulla nostalgia e sulla speranza. Il passato non può essere recuperato, il futuro rimane incerto e la destinazione finale resta avvolta nel mistero.

Eppure il viaggio continua. Forse è proprio questa la lezione più profonda dello scrittore bellunese: l’uomo non può scegliere la durata del proprio cammino né conoscere con certezza il punto d’arrivo, ma può continuare ad alimentare il fuoco della locomotiva, chiedendo al misterioso macchinista di non fermarsi. Perché, anche quando il treno è ormai vecchio e la notte sembra infinita, rimane sempre una possibilità racchiusa in quella parola tanto fragile quanto necessaria: forse. Domani, forse, arriveremo.