La diga, il romanzo scritto da Maylis De Kerangal e Joy Sorman, pubblicato da Prehistorica Editore. La vicenda segue Tomi Motz, un ingegnere incaricato di controllare la sicurezza di una diga costruita negli anni Cinquanta. Per realizzare quell’opera è stato necessario sommergere un intero villaggio di montagna, cancellandolo dalle mappe e sostituendolo con un lago artificiale. Quella che dovrebbe essere una normale ispezione tecnica si trasforma però lentamente in un’esperienza sempre più inquietante, perché il protagonista inizia a percepire disturbi sensoriali, alterazioni della memoria e una progressiva perdita di orientamento. Il paesaggio sembra smettere di comportarsi come un semplice scenario e diventa un interlocutore, quasi una presenza.
La forza del romanzo, tuttavia, non risiede tanto nell’elemento fantastico quanto nella domanda che pone al lettore: è davvero possibile cancellare ciò che è esistito?
Ogni volta che costruiamo qualcosa di nuovo immaginiamo di lasciarci alle spalle ciò che c’era prima. Demoliamo edifici, deviamo corsi d’acqua, trasformiamo paesaggi e quartieri convinti che il progresso coincida con la sostituzione.
La diga, di Maylis De Kerangal e Joy Sorman, Prehistorica editore
Ormai non badiamo più alla natura, al benessere delle persone, sommergiamo tutto con il cemento e anche quando vogliamo recuperare un pezzo di verde, sembra sempre più difficile. Nuove città sorgono dove un tempo c’erano campagne, quartieri industriali diventano aree residenziali, vecchie fabbriche lasciano spazio a centri commerciali. Ogni trasformazione racconta una conquista tecnologica o sociale, ma porta con sé anche una perdita. Quando un luogo cambia radicalmente, non spariscono soltanto gli edifici. Scompaiono abitudini, relazioni, ricordi, modi di abitare il mondo.
La diga suggerisce che tutto questo non svanisce davvero. Rimane sedimentato nel paesaggio, anche quando non siamo più capaci di riconoscerlo. Il villaggio sommerso continua a esistere, almeno simbolicamente, sotto la superficie del lago, come una memoria che rifiuta di essere archiviata.
Questa immagine riguarda anche la nostra esperienza personale. Quante volte pensiamo di aver superato un dolore, una delusione o una scelta difficile, salvo accorgerci che riaffiorano anni dopo, magari davanti a un odore, una strada o una fotografia? Il passato non resta immobile alle nostre spalle. Continua a dialogare con il presente.
La tecnologia costruisce, ma non può riscrivere la memoria
La diga rappresenta una delle grandi opere con cui l’uomo modifica la natura secondo le proprie esigenze. È il simbolo del controllo, della razionalità e della fiducia nella tecnica. L’ingegnere Tomi Motz arriva sul posto proprio con questo sguardo: osservare, misurare, verificare.
Ben presto, però, si rende conto che non tutto può essere ridotto a dati e calcoli. Esistono dimensioni dell’esperienza umana che sfuggono alle spiegazioni tecniche. Il paesaggio diventa instabile, il tempo sembra deformarsi, il confine tra percezione e realtà si assottiglia.
Le autrici non stanno opponendo scienza e superstizione. Piuttosto mostrano come ogni opera umana, anche la più imponente, continui a convivere con qualcosa che non può controllare completamente. La memoria non obbedisce ai progetti urbanistici né alle grandi trasformazioni del territorio.
Anche noi siamo fatti di stratificazioni
Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è il modo in cui il paesaggio diventa una metafora dell’identità. Così come sotto il lago sopravvive un villaggio invisibile, dentro ciascuno di noi convivono tutte le versioni della persona che siamo stati.
L’infanzia, gli errori, gli incontri decisivi, le perdite e perfino i sogni abbandonati non spariscono mai del tutto. Si depositano come sedimenti e continuano, spesso silenziosamente, a influenzare le nostre scelte. Crescere non significa eliminare il passato, ma imparare a conviverci senza esserne prigionieri.
Per questo La diga riesce a parlare anche a chi non ha alcun interesse per il fantastico o per i romanzi di atmosfera. La storia diventa una riflessione sulla memoria individuale e collettiva, mostrando quanto sia fragile l’idea di poter ricominciare da zero.
Un romanzo che trasforma il paesaggio in un protagonista
Maylis De Kerangal e Joy Sorman costruiscono una narrazione in cui il paesaggio non fa semplicemente da sfondo agli eventi, ma agisce come un personaggio vero e proprio. Le montagne, il lago artificiale, il cemento della diga e ciò che giace sotto l’acqua partecipano alla vicenda con la stessa intensità dei protagonisti.
Il lettore viene così trascinato in un’atmosfera sospesa, dove il confine tra realtà e immaginazione rimane volutamente incerto. È proprio questa ambiguità a rendere il romanzo così coinvolgente, perché costringe a interrogarsi continuamente su ciò che stiamo leggendo e, soprattutto, su ciò che scegliamo di dimenticare nella nostra vita quotidiana.
La memoria non è un peso, ma una responsabilità
Alla fine, La diga lascia una riflessione che va oltre la sua trama. Ogni società decide cosa conservare e cosa sacrificare in nome del progresso. Lo stesso accade nella vita di ciascuno di noi. Se proviamo a cancellare completamente ciò che è stato, rischiamo però di perdere anche una parte della nostra identità.
Le autrici sembrano suggerire che il passato non chiede di essere idealizzato né rimpianto. Chiede soltanto di essere riconosciuto. Solo quando impariamo a guardare ciò che giace sotto la superficie possiamo capire davvero il presente e costruire il futuro senza trasformarlo in una semplice fuga da quello che siamo stati.
È questa la ragione per cui La diga continua a risuonare anche dopo l’ultima pagina. Dietro la storia di un villaggio sommerso e di un ingegnere che vede vacillare ogni certezza, emerge una domanda che riguarda tutti noi: quanto del nostro passato continua ancora a vivere sotto la superficie della nostra vita?
