La favola delle api ci pone un quesito: C’è davvero qualcosa di disinteressato nelle nostre azioni?
Quando aiutiamo qualcuno, lo facciamo esclusivamente per generosità oppure, in fondo, ne ricaviamo sempre qualcosa? Può essere una gratificazione personale, il desiderio di sentirci migliori, il riconoscimento degli altri oppure la speranza che un giorno qualcuno ricambi il favore.
Sono domande scomode perché mettono in discussione l’immagine che abbiamo di noi stessi. Più di trecento anni fa Bernard Mandeville costruì un’opera destinata a scandalizzare il suo tempo proprio perché osava sostenere una tesi allora quasi impensabile: la società prospera anche grazie agli interessi individuali e alle passioni che siamo abituati a definire “vizi”.
La favola delle api, Bernard Mendeville, Silvio Berlusconi editore
Un’alveare immaginario per parlare degli esseri umani
Il libro prende la forma di un apologo. Un alveare ricco e prospero vive grazie all’ambizione, al desiderio di guadagno, alla competizione e perfino alla vanità dei suoi abitanti. Quando, improvvisamente, tutte le api decidono di diventare perfettamente virtuose, accade qualcosa di inatteso: il benessere collettivo crolla.
È un paradosso costruito con ironia, ma dietro questa favola si nasconde una riflessione destinata a influenzare l’economia, la filosofia politica e la sociologia dei secoli successivi.
Mandeville non invita certo a essere egoisti. Piuttosto, obbliga il lettore a riconoscere quanto siano complesse le motivazioni che muovono ogni società e quanto sia difficile separare nettamente interesse personale e utilità pubblica.
Un libro che continua a parlare del presente
Basta osservare il mondo contemporaneo per capire perché quest’opera sia ancora così attuale.
Molte innovazioni nascono dal desiderio di successo. Molte imprese migliorano la vita delle persone pur perseguendo il profitto. Anche il volontariato, la beneficenza e l’impegno civile convivono spesso con il bisogno di sentirsi utili, riconosciuti o realizzati.
La domanda posta da Mandeville non è se questo sia giusto o sbagliato. La vera questione è un’altra: possiamo davvero ridurre la natura umana a una semplice contrapposizione tra altruismo ed egoismo?
È proprio questa complessità a rendere il libro sorprendentemente moderno.
Il classico che scandalizzò un’epoca
Alla sua pubblicazione La favola delle api suscitò polemiche feroci. Molti contemporanei considerarono l’opera immorale perché sembrava legittimare l’avidità e la ricerca dell’interesse personale.
In realtà Mandeville stava facendo qualcosa di diverso. Non scriveva un manuale di comportamento, ma osservava il funzionamento della società senza nascondersi dietro ideali astratti. Il suo obiettivo era descrivere il mondo così com’è, non come vorremmo che fosse.
Questa prospettiva avrebbe influenzato numerosi pensatori dell’Illuminismo, tra cui David Hume, e avrebbe aperto la strada a molte riflessioni successive sul rapporto tra economia, morale e convivenza civile.
Perché leggerlo oggi
Viviamo in un periodo in cui ogni dibattito pubblico tende a dividere il mondo tra buoni e cattivi, altruisti ed egoisti, vittime e colpevoli. Mandeville ci ricorda invece che la realtà è molto meno semplice.
Leggere “La favola delle api” significa allenarsi a diffidare delle spiegazioni troppo facili. Significa accettare che la natura umana sia fatta di contraddizioni e che proprio da quelle contraddizioni possano nascere sia i problemi sia il progresso.
È il genere di classico che non offre risposte definitive, ma cambia il modo in cui osserviamo noi stessi e la società. Ed è proprio questa, forse, la funzione più preziosa della filosofia: non dirci cosa pensare, ma insegnarci a porci domande migliori.
Chi era Bernard Mendeville
Bernard Mandeville (1670-1733) fu un medico e filosofo olandese naturalizzato britannico. Dopo gli studi di medicina a Leida si trasferì in Inghilterra, dove esercitò la professione medica, dedicandosi soprattutto allo studio dell’isteria e delle malattie nervose, sostenendo che avessero un’origine fisica più che puramente psicologica.
Parallelamente si dedicò alla scrittura di opere satiriche, ma la sua fama è legata soprattutto a La favola delle api, pubblicata inizialmente nel 1705 e ampliata negli anni successivi.
Attraverso l’allegoria di un alveare prospero grazie ai vizi delle api, Mandeville sostiene una tesi provocatoria: i vizi privati possono produrre benefici pubblici. Lusso, ambizione, egoismo e desiderio di ricchezza, pur essendo moralmente discutibili, alimentano il commercio, il lavoro e la prosperità economica. Quando invece le api diventano tutte virtuose, l’economia si blocca, il lusso scompare, molte professioni non servono più e l’alveare si impoverisce.
Con questa parabola Mandeville critica l’idea di una società fondata esclusivamente sulla virtù e sulla carità. Secondo lui una moderna società commerciale funziona grazie agli interessi individuali e non può sostenersi se tutti rinunciano ai propri desideri e alle proprie ambizioni.
Dal punto di vista filosofico, spiega anche la morale in termini utilitaristici: le virtù non derivano da un innato senso morale, come sosteneva Shaftesbury, ma sono il risultato dell’interesse personale e dell’evoluzione delle passioni umane verso forme di cooperazione sociale.
Le sue idee, considerate scandalose perché sembravano giustificare il vizio e il lusso, furono duramente criticate da pensatori come George Berkeley, William Law e John Brown, ma ebbero un’enorme influenza sul successivo sviluppo del pensiero economico liberale e sulla riflessione che porterà, in parte, alle teorie di Adam Smith.
