Quando pronunciamo il nome di Jorge Luis Borges, la nostra mente corre quasi in automatico a immagini complesse, labirintiche e vertiginose. Eppure, esiste un Borges profondamente diverso, altrettanto magistrale, forse più intimo e terreno, che emerge prepotentemente dalla sua maturità artistica e umana. Il prossimo 19 giugno torna nelle librerie italiane, nell’apprezzata collana “gli Adelphi” – con la puntuale cura di Antonio Melis e l’eccellente traduzione di Lucia Lorenzini – un testo cardine del maestro di Buenos Aires: “Il manoscritto di Brodie“.
“Il manoscritto di Brodie” di Jorge Luis Borges
Pubblicata originariamente nel 1970, questa raccolta di undici racconti rappresenta una folgorante evoluzione. Un temporaneo e volontario abbandono delle consuete metafisiche astratte per abbracciare un realismo asciutto, diretto e spietato. Un’opera che, come dichiarò lo stesso autore, si rifà alla linearità narrativa del primo Rudyard Kipling.
Il mito degli arrabales e della memoria
Come ci suggerisce l’emblematico incipit del celebre racconto L’indegno, contenuto in questa raccolta, Borges riflette con spietata lucidità sul suo rapporto con i sobborghi, i famigerati e mitizzati arrabales di Buenos Aires:
«Per anni ho ripetuto che sono cresciuto nel quartiere di Palermo. Si tratta, ora lo so, di un puro vanto letterario; la verità è che sono cresciuto dall’altra parte di una lunga inferriata appuntita, in una casa con giardino e con la biblioteca di mio padre e dei miei nonni. La Palermo del coltello e della chitarra si trovava (così mi assicurano) agli angoli delle streets; nel 1930, dedicai uno studio a Carriego, il nostro vicino che cantò ed esaltò i sobborghi. […]
All’improvviso, Trápani mi disse: “Mi hanno prestato il tuo libro su Carriego. Per tutto il tempo parli di malviventi: dimmi, Borges, che puoi saperne tu dei malviventi?”. Mi guardò con una sorta di sacro orrore. “Mi sono documentato” gli risposi».
Si tratta di una confessione di disarmante onestà intellettuale. Attraverso le pagine de Il manoscritto di Brodie, Borges esplora e seziona l’universo crepuscolare dei cuchilleros (gli spietati ma onorevoli coltellinai), dei gauchos erranti, delle sanguinose faide di quartiere e degli amori tragici (esemplificati magistralmente ne L’intrusa), mettendo in scena uomini duri e silenziosi, irrimediabilmente condannati da codici d’onore arcaici e implacabili.
La malavita, per il grande autore, non è stata un’esperienza vissuta in prima persona nel fango e nel sangue delle strade sterrate, ma un oggetto di studio, di profonda documentazione letteraria e, infine, di altissima trasfigurazione mitica. L’incontro con l’ex compagno Emilio Trápani ce lo ricorda: la grandezza della letteratura sta nella capacità di rendere l’immaginato o lo studiato più vero del reale, tramutando la cronaca dei bassifondi in epica immortale.
Perché leggerlo: un ritorno all’essenza del racconto
Ma per quale motivo, in un panorama letterario contemporaneo così frenetico e frammentato, dovremmo immergerci oggi nella lettura de Il manoscritto di Brodie? Questo libro rappresenta l’opportunità di scoprire un autore squisitamente trasparente, spogliato da quegli artifici barocchi e da quei sofismi filosofici che, a volte, possono intimorire o scoraggiare i lettori meno esperti.
Giunto alla soglia dei settant’anni e afflitto da una cecità quasi totale, l’autore si trovava fisicamente costretto a dettare le proprie opere. Questa necessità clinica e pratica impose al suo stile un’incredibile, sublime economia di mezzi. Le frasi si accorciano, perdono ogni ridondanza; il lessico si fa più limpido e misurato, e la narrazione torna a scorrere fluida come le acque di un fiume antichissimo.
In quest’opera, la letteratura sembra ritrovare la sua funzione più primigenia: il puro atto di narrare. Leggere questi undici racconti equivale a sedersi di notte attorno a un fuoco, ascoltando un vecchio cantastorie. Significa inoltrarsi nell’anima più viscerale dell’Argentina. Non la nazione delle grandi piazze europeizzate e dei salotti letterari, ma quella polverosa dei saloon della vasta pampa, delle osterie malfamate, dei cortili ombrosi dove il destino di un uomo si decide in una frazione di secondo, nel freddo e spietato lampo metallico di una lama. I protagonisti rispondono solo a istinti antichi: l’invidia divorante, il coraggio temerario, l’incrollabile fedeltà e il più amaro dei tradimenti.
Cosa ci insegna: la tragedia universale del destino umano
Ciò che quest’opera ci lascia in eredità come lettori moderni è un insegnamento vastissimo e profondo sulla natura umana, sull’inganno del ricordo e sull’illusione del libero arbitrio. Borges ci dimostra, senza mai scadere nella retorica, che il coraggio assoluto e la viltà spesso si mescolano inestricabilmente in un medesimo atto. Nel celebre racconto Storia di Rosendo Juárez, per esempio, assistiamo al netto rifiuto della violenza da parte del protagonista: un atto che non viene letto come misera codardia, bensì come un’estrema e dolorosa presa di coscienza del proprio ineludibile destino e della sostanziale insensatezza della brutalità.
Ci insegna, inoltre, che la letteratura gode del privilegio e del potere di elevare la grezza cronaca di strada al grado di mito universale. Quella famosa “inferriata appuntita” evocata nell’incipit, che fisicamente separava il giovane e colto Borges dalla Palermo violenta della sua fanciullezza, si erge a simbolo eterno della giusta distanza che l’artista deve frapporre tra sé e il mondo per poter trasformare la banale realtà in arte imperitura. Infine, Il manoscritto di Brodie è, nella sua interezza, un trattato narrativo sull’inevitabilità del destino.
Che si tratti dei complessi legami tra i fratelli Nilsen o delle ambizioni frustrate dei giovani guappi, ogni personaggio si muove verso l’inevitabile scontro come fosse manovrato da un burattinaio invisibile. È l’essenza pura della tragedia greca, sapientemente sradicata da Atene e trapiantata sotto il cielo stellato di Buenos Aires. In un’epoca in cui sembra si sia detto tutto, riprendere in mano quest’opera essenziale è come concedersi una boccata di aria pura.
È un appassionato invito ad ascoltare, ancora una volta, la voce di un poeta cieco ma dalle visioni vivissime; un veggente capace di raccontarci, con semplicità ingannevole e bellezza disarmante, le sole cose che contino davvero.
