Soffri di Languishing? Cesare Pavese insegna a vincere lo strano malessere quotidiano

Cos’è il Languishing? Cesare Pavese lo aveva già descritto nel libro “Mestiere di vivere” tra l’infanzia perduta e l’arte di governare il dolore.

Soffri di Languishing? Cesare Pavese insegna vincere lo strano malessere quotidiano

Ci sono mattine in cui ci si sveglia con una strana sensazione di torpore, di vuoto esistenziale, che genera un incomprensibile malessere. Non è tristezza, non è ancora ansia, ma una specie di nebbia fitta che spegne tutti i colori. Qualsiasi cosa si faccia si finisce per porsi la domanda: “Sto davvero vivendo o sto solo eseguendo dei comandi?”.

Questo stato di torpore ha un nome scientifico preciso: si chiama “Languishing” (“appassimento”), un limbo emotivo in cui non si è depressi, ma non si è nemmeno felici. Ci si sente, semplicemente, svuotati dentro. Ma, ciò che colpisce è che non è un problem che nasce solo dal “logorio delle vota moderna”.

Un grande scrittore come Cesare Pavese, l’aveva già vissuto sulla sua pelle e nel suo celebre libro Il mestiere di vivere, aveva decifrato questo vuoto molto prima della psicologia moderna, lasciandoci una mappa per ritrovare il nostro benessere, per tentare di trovarlo.

Il 10 dicembre 1938, lo scrittore torinese metteva nero su bianco una riflessione folgorante sul tempo, sulla vita e sulla distanza tra l’infanzia e la vecchiaia, regalandoci lo strumento perfetto per comprendere il nostro torpore quotidiano:

L’ozio rende lente le ore e veloci gli anni. L’operosità rapide le ore e lenti gli anni. L’infanzia è la massima operosità perché occupata a scoprire il mondo e svariarselo. Gli anni diventano lunghi nel ricordo se ripensandoci troviamo in essi molti | fatti da distendervi la fantasia. Per questo l’infanzia appare lunghissima. Probabilmente ogni epoca della vita si moltiplica nelle successive riflessioni delle altre: la più corta è la vecchiaia perché non sarà più ripensata.

In queste righe si nasconde la chiave del nostro malessere. Pavese ci spiega che l’infanzia ci appare immensa e lunghissima nel ricordo perché ogni momento era una scoperta, un’attività viva della fantasia. Diventando adulti, invece, cadiamo nella trappola di giornate apparentemente frenetiche, ma vuote di senso.

Corriamo per “far volare le ore”, ma l’inganno si svela non appena ci guardiamo indietro. Gli anni scorrono via velocissimi e sbiaditi, lasciandoci addosso quel torpore di chi “esegue comandi” automatici in una perenne routine, priva dello slancio dell’infanzia.

Tra le pagine del suo capolavoro, però, lo scrittore ci offre gli strumenti per riappropriarci del nostro tempo e provare a uscire da questa nebbia.

Anatomia dell’appassimento: che cos’è il Languishing e chi lo ha teorizzato

Per comprendere la precisione quasi clinica con cui la letteratura ha anticipato la scienza, è necessario circoscrivere i confini teorici di questo malessere. Il termine “Languishing” (traducibile in italiano come appassimento o illanguidimento) è stato coniato e teorizzato dal sociologo e psicologo statunitense Corey Keyes.

Dopo averne anticipato i primi lineamenti scientifici all’inizio degli anni Duemila, Keyes ha condensato le sue ricerche ventennali all’interno del suo saggio fondamentale, pubblicato per la prima volta nel 2024, intitolato Languishing: How to Feel Alive Again in a World That Wears Us Down (“Languishing: come sentirsi di nuovo vivi in un mondo che ci logora”).

Nelle pagine della sua ricerca, Keyes descrive questa condizione non come una patologia psichiatrica conclamata – non siamo infatti nel campo della depressione maggiore o dei disturbi d’ansia -, ma come l’assenza stessa di benessere emotivo, psicologico e sociale.

È la parte vuota dello spettro della salute mentale. Se sul polo opposto si trova il “flourishing” (la fioritura), il “languishing” rappresenta un’esistenza in cui la vitalità è sospesa. Chi ne è colpito sperimenta una cronica mancanza di scopo, un senso di stagnazione e di apatia che logora la capacità di desiderare, di vibrare e di agire.

La psicologia moderna descrive questo stato d’animo esattamente come la sensazione di guardare la vita scorrere attraverso un vetro opaco, incapaci di farsi coinvolgere dagli eventi, intrappolati in una routine priva di picchi emotivi e schiacciata dal peso di un mondo che, appunto, ci logora.

Questo sensazione di “languire” indica una condizione di assenza di benessere, scopo e gioia. In cui la motivazione e la spinta vitale sembrano essersi spente, lasciando la persona in uno stato di inerzia e devitalizzazione.

Ed è qui che il ponte con la letteratura si fa straordinariamente solido. Quello che la scienza contemporanea ha codificato attraverso grafici, scale di misurazione psicologica e trattati accademici, Cesare Pavese lo aveva già estratto vivo dal profondo della propria coscienza, traducendolo in puro stile letterario.

Il mestiere di vivere, un laboratorio dell’anima contro la solitudine

Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950 è il il libro in cui Cesare Pavese annota, sotto forma di appunti frammentari, i suoi pensieri e le sue sensazioni. Iniziato dall’autore mentre si trovava confinato dal regime fascista a Brancaleone, in Calabria, e continuato fino alla sua morte, il testo ne costituisce la più intima autobiografia.

Pubblicato per la prima volta nel 1952 da Einaudi, grazie alla cura di Massimo Mila, Italo Calvino e Natalia Ginzburg, è oggi considerato tra le più importanti e monumentali opere postume dello scrittore. I pensieri, sempre brevi, incisivi e taglienti, iniziano nell’ottobre del 1935 e accompagnano il lettore fino alle note del 18 agosto 1950, vergate pochi giorni prima del suicidio, avvenuto il 27 dello stesso mese.

L’opera si apre con la sezione “Secretum professionale“, un esplicito richiamo al Secretum di Petrarca. Proprio come il poeta trecentesco dialogava con Sant’Agostino di fronte alla Verità, Pavese instaura un serrato e impietoso colloquio interiore con se stesso, mettendo a nudo il legame indissolubile che stringe il mestiere di fare letteratura al mestiere, ben più faticoso, di esistere.

Nella letteratura italiana moderna, questo testo ha come unico vero precedente lo Zibaldone di Leopardi. Segue la grande tradizione baudelairiana del diario intimo: non una cronaca di eventi, ma un vero laboratorio di riflessione. Il diario si presenta come una confessione esistenziale a tratti compiaciuta e a tratti impietosa, in cui l’autore tenta una vera e propria psicoanalisi letteraria di se stesso.

Molti critici vi hanno rintracciato la profonda contraddizione di un uomo perennemente in bilico tra la lucida volontà di chiarezza e l’incapacità di superare un radicato romanticismo, espresso attraverso il richiamo assillante al suicidio, il misoginismo e un “clima di solitudine esistenziale” esasperato.

Al centro di questa scrittura cruda, ridotta all’essenziale, c’è una forte aderenza a una quotidianità schiacciata dall’isolamento, sintetizzata in una delle sue frasi più celebri datata 6 novembre 1938:

Passavo la sera seduto davanti allo specchio per tenermi compagnia...

L’inesorabile ripetizione del vuoto e l’attrito con la vita

Andando avanti nella lettura del diario, l’analisi intima di Pavese svela i meccanismi di una spietata e lucida autopsia dell’anima. Nelle sue pagine emerge a poco a poco quello che potremmo definire un vero e proprio “senso liturgico della sofferenza“, inteso però in chiave strettamente laica e razionale.

Il malessere si alimenta di un ciclo perenne e spietato: l’illusione di un incontro umano, reale e concreto, vissuto come un’ancora di salvezza interiore («Certo, avere una donna che ti aspetta, che dormirà con te, è come il tepore di qualcosa che dovrai dire, e ti scalda e t’accompagna e ti fa vivere»), si schianta immancabilmente contro l’ennesima delusione. Nel ripetersi crudele di questo schema, lo scrittore non individua una sfortuna passeggera, ma una vera e propria frattura biologica tra l’individuo e la realtà.

Il 26 novembre 1937, Pavese formula una diagnosi acutissima, isolando quella condanna all’insoddisfazione perenne in cui rintracciamo la radiografia del nostro stesso torpore quotidiano:

Ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente. Tutto gli uomini hanno un cancro che li rode, un escremento giornaliero, un male a scadenza: la loro insoddisfazione; il punto di scontro tra il loro essere reale, scheletrico, e l’infinita complessità della vita. E tutti prima o poi se ne accorgono.

Il malessere non è una tristezza transitoria, ma il punto di attrito costante tra ciò che siamo realmente, il nostro essere “scheletrico”, nudo, disarmato, e le richieste iper-performanti, caotiche e ramificate del mondo adulto.

Da questa frattura insanabile sorge l’incapacità radicale di aderire ai binari della vita comune, di trovare un baricentro in ciò che per gli altri appare lineare ed evidente. Pochi mesi dopo, il 23 marzo 1938, Pavese approfondisce questa ferita, ammettendo la propria debolezza cronica di fronte alla realtà:

Che non riusciremo mai a piantarci nel mondo (un lavoro, una normalità), è chiaro. Che non conquisteremo mai una donna (né un uomo), è chiaro, tanto per la precedente debolezza quanto per quella che sai.

In questa spaventosa consapevolezza si consuma il fallimento della fioritura esistenziale. Pavese riconosce che l’ingegno o l’eccezionalità culturale non sono scudi validi: l’insoddisfazione resta un “male a scadenza” che spegne i riflessi sani e normali dell’individuo.

Nella sua visione della realtà non esistono sconti o consolazioni mistiche: il dolore non ha un fine provvidenziale, non serve a elevare la coscienza come pensava Kierkegaard.

Se la sofferenza è inutile e l’adulto si ritrova incastrato in un limbo automatico, non resta che mettere in atto una linea di difesa: una calcolata “tattica di fuga” per arginare l’assalto dei giorni.

Il distacco per sopravvivere al vuoto interiore

La risposta a questa paralisi emotiva si trova in una delle pagine più celebri e analitiche del diario, datata 10 ottobre 1940. Pavese vi descrive quella che a prima vista potrebbe sembrare una semplice strategia di adattamento, ma che in realtà è una rigorosa e spietata dottrina dell’attenzione:

C’è un’arte di ricevere in faccia le sferzate del dolore, che bisogna imparare. Lasciare che ogni singolo assalto si esaurisca; un dolore fa sempre singoli assalti – lo fa per mordere più risoluto e concentrato. E tu, mentre ha i denti piantati in un punto e inietta qui il suo acido, ricordati di mostrargli un altro punto e fartici mordere – solleverai il primo. Un vero dolore è fatto di molti pensieri; ora, di pensieri se ne pensa uno solo alla volta; sappiti barcamenare tra i molti, e riposerai successivamente i settori indolenziti.

Ridurre il concetto del “barcamenarsi” a un banale escamotage per distrarsi significherebbe svilire la profondità del pensiero pavesiano. Per lo scrittore, barcamenarsi tra i pensieri è un’operazione squisitamente letteraria e filosofica: è il tentativo di oggettivare la propria sofferenza, di guardarsi dall’esterno come se si fosse i personaggi di una propria novella.

Poiché la coscienza umana può elaborare un solo pensiero alla volta, l’individuo non deve lottare frontalmente contro l’assalto del vuoto, ma deve imparare a governarlo con freddezza utilitaria. Mostrare al dolore “un altro punto” significa frammentare la massa informe del malessere in singoli segmenti da analizzare e, infine, da dominare attraverso lo stile.

È il nucleo in cui il “mestiere di poeta” soccorre il “mestiere di vivere”. La letteratura diventa l’unica difesa possibile contro le offese della vita, lo strumento per rubare il segreto al flusso del tempo e bloccarlo in una struttura definita.

Per comprendere fino in fondo cosa ci dice realmente Cesare Pavese, dobbiamo spogliare questa strategia da qualsiasi equivoco consolatorio. Il barcamenarsi non è un invito alla resistenza passiva, ma una vera e propria tecnica di dissociazione intellettuale, una spietata ascesi della mente che rifiuta il ruolo di vittima passiva.

Pavese ci rivela che l’uomo non deve più essere il corpo inerte che subisce la sferzata, ma deve trasformarsi nel regista del proprio strazio. Il dolore fa male perché si presenta come un blocco informe, totalitario e insuperabile; barcamenarsi significa invece frammentare questo assoluto, applicando una lucidità geometrica che seziona la sofferenza in singoli pensieri logici, costringendo il disordine della vita quotidiana dentro i confini dello stile.

È il momento in cui l’ingegno, surriscaldato da questo sforzo analitico, compie un getto violento di sé al di fuori di sé, permettendo all’uomo di smettere di coincidere con la propria ferita per coincidere finalmente con la mente che la studia.

Pavese ci dice realmente che l’equilibrio non è la speranza di una guarigione o l’illusione di una felicità che non esiste, ma l’esercizio quotidiano della lucidità attraverso la letteratura, intesa come difesa che arresta il flusso delle cose.

La salvezza non sta nel negare il nostro essere “scheletrico” o nel fuggire la stasi, ma nel pretendere di dare a questo vuoto un significato superiore, accettando la sosta forzata della mente e trasformando la noia in concezione, per dominare la nebbia dell’esistenza un unico, isolato pensiero alla volta.