In queste parole tratte dal romanzo Fisica della malinconia, lo scrittore bulgaro Georgi Gospodinov condensa alcuni dei temi fondamentali della sua poetica: l’empatia, la memoria, la fragilità umana, la scrittura e il misterioso rapporto tra chi crea un’opera e chi la legge. Si tratta di una riflessione intensa e profondamente umana, che invita il lettore a interrogarsi sul significato della letteratura e sul ruolo che essa può svolgere nella vita delle persone.
«Provare empatia con tutto, essere contemporaneamente la lumaca inghiottita e chi la inghiotte, la cosa mangiata e quello che la mangia… Come dimenticare quei brevi anni nei quali gli era possibile?
Talora, quando scrive, si sente come una lumaca, che striscia in una direzione ignota (ma la direzione è nota – là dove va il tutto) e lascia dietro di sé una scia di parole. Difficilmente tornerà indietro lungo quella scia, ma strada facendo, senza che lui lo voglia, quella scia di parole potrà rivelarsi una medicina per l’ulcera di qualcuno. Raramente però per la propria.»
Georgi Gospodinov: tutto parte da un piccolo minotauro
Il primo elemento che colpisce è l’idea di una empatia totale, quasi assoluta. Gospodinov parla della possibilità di essere contemporaneamente la vittima e il carnefice, la creatura divorata e quella che divora. È un’immagine paradossale, ma estremamente efficace. L’empatia, infatti, non consiste semplicemente nel comprendere il dolore altrui; significa uscire dai confini del proprio io e provare a guardare il mondo attraverso gli occhi degli altri.
In questa prospettiva, l’essere umano non rimane chiuso nella propria esperienza individuale, ma diventa capace di partecipare alle vite degli altri. È una forma di immaginazione morale che permette di comprendere emozioni, paure e desideri differenti dai propri. Per uno scrittore questa capacità è fondamentale: ogni personaggio nasce infatti dalla possibilità di immaginare un’esistenza diversa dalla propria.
L’espressione «essere contemporaneamente la lumaca inghiottita e chi la inghiotte» suggerisce una sensibilità eccezionale verso la complessità della realtà. La vita raramente si divide in modo netto tra buoni e cattivi, vincitori e vinti. Molto spesso ogni situazione contiene prospettive diverse e persino contraddittorie. Comprendere questa complessità significa accettare che la verità non appartiene mai completamente a una sola parte.
Non a caso Gospodinov si chiede come sia possibile dimenticare quegli anni in cui tale empatia era ancora accessibile. La frase lascia intuire una perdita. Forse l’età adulta, con le sue responsabilità e le sue disillusioni, rende più difficile mantenere quella capacità di immedesimazione universale che spesso caratterizza l’infanzia e la giovinezza. Crescendo, gli individui tendono infatti a costruire difese, a delimitare il proprio spazio emotivo, a proteggersi dalla sofferenza degli altri.
La seconda parte della citazione introduce una delle immagini più suggestive dell’intero romanzo: quella dello scrittore come una lumaca che lascia dietro di sé una scia di parole. La metafora è straordinariamente originale. A differenza degli animali simbolicamente associati alla velocità, alla forza o alla conquista, la lumaca è una creatura lenta, fragile e apparentemente insignificante. Il suo movimento è quasi impercettibile.
Eppure proprio questa lentezza diventa significativa. Scrivere non è un gesto rapido né spettacolare. È un lavoro paziente, spesso solitario, che richiede tempo e attenzione. Lo scrittore procede lentamente, avanzando parola dopo parola, frase dopo frase. Come la lumaca, lascia dietro di sé una traccia del proprio passaggio.
Quella traccia è costituita dai testi che produce: racconti, poesie, romanzi, riflessioni. Una volta pubblicate, le parole iniziano una vita propria. Possono raggiungere persone lontane nel tempo e nello spazio, essere lette da individui che l’autore non incontrerà mai e assumere significati diversi da quelli originariamente immaginati.
Gospodinov osserva che difficilmente lo scrittore tornerà indietro lungo quella scia. Anche questa è un’immagine molto profonda. Una volta terminata un’opera, l’autore spesso la abbandona. Il libro entra nel mondo e appartiene ormai ai lettori. Chi scrive continua il proprio cammino, mentre le parole restano dietro di lui come tracce del percorso compiuto.
Ma è nella conclusione del passo che emerge il nucleo più emozionante della riflessione. Lo scrittore afferma che quella scia di parole potrebbe diventare, senza che lui lo voglia, una medicina per l’ulcera di qualcuno. Qui la letteratura viene presentata come una forma di cura.
La cura della letteratura
Naturalmente non si tratta di una cura nel senso medico del termine. Le parole non eliminano le malattie né risolvono concretamente i problemi della vita. Tuttavia possono alleviare la solitudine, offrire comprensione, dare voce a sentimenti che il lettore non riusciva a esprimere. Un libro può far sentire meno soli, può aiutare a riconoscere le proprie emozioni, può suggerire che altri esseri umani hanno vissuto esperienze simili.
Questa funzione terapeutica della letteratura è stata riconosciuta da molti autori nel corso dei secoli. Leggere significa spesso entrare in contatto con una forma di esperienza condivisa. Attraverso le parole di uno scrittore, il lettore scopre che le sue paure, le sue malinconie e le sue speranze non sono uniche, ma appartengono alla comune condizione umana.
Vi è però una nota amara nella conclusione del brano. Gospodinov osserva che quella medicina raramente guarisce l’autore stesso. È una constatazione dolorosa ma estremamente lucida. Molti scrittori hanno trovato nella scrittura un modo per affrontare le proprie inquietudini, ma non necessariamente per superarle. Creare un’opera può trasformare il dolore in arte, ma non sempre elimina il dolore che l’ha generata.
Questa idea richiama una lunga tradizione letteraria. Da Leopardi a Kafka, da Virginia Woolf a Cesare Pavese, numerosi autori hanno mostrato come la scrittura possa convivere con la sofferenza interiore. Le parole permettono di dare forma al disagio, di comprenderlo meglio, talvolta di renderlo sopportabile, ma non garantiscono una liberazione definitiva.
La malinconia evocata nel titolo del romanzo non è quindi soltanto tristezza. È una forma di consapevolezza, uno sguardo particolare sulla realtà che coglie la fragilità delle cose e il trascorrere del tempo. In questa prospettiva, la scrittura diventa uno strumento per conservare frammenti di esperienza destinati altrimenti a scomparire.
La figura della lumaca assume allora un significato ancora più profondo. Essa rappresenta la condizione umana stessa: procedere lentamente lungo il cammino della vita, lasciando dietro di sé segni spesso modesti ma potenzialmente preziosi per chi verrà dopo. Nessuno può sapere quale effetto avranno le proprie parole sugli altri. Talvolta una frase letta al momento giusto può diventare un conforto, una guida o una rivelazione.
Questa intensa pagina di Georgi Gospodinov offre una meditazione poetica sulla natura della scrittura e dell’empatia. Attraverso la metafora della lumaca, l’autore descrive il lavoro dello scrittore come un lento avanzare che lascia dietro di sé una scia di parole. Quelle parole possono diventare una forma di cura per gli altri, anche se raramente riescono a guarire chi le ha scritte. È una visione insieme malinconica e luminosa della letteratura: un atto fragile e silenzioso che non cambia il mondo in modo spettacolare, ma può toccare profondamente la vita di qualcuno. Ed è forse proprio in questa capacità di creare legami invisibili tra esseri umani che risiede il significato più autentico della scrittura.
