C’è un filo invisibile e inedito che oggi unisce due mondi che abbiamo sempre immaginato distanti: i ventenni che cercano di affacciarsi sul futuro e gli adulti di quaranta o cinquant’anni che quel futuro dovrebbero averlo già in pugno.
È un dubbio che riguarda tutti, trasversale e silenzioso, che abbatte ogni barriera anagrafica: la sensazione di guardarsi allo specchio, a prescindere dal punto in cui si è arrivati, e scoprirsi a pensare: “Io non ho ancora capito cosa voglio fare da grande“.
Fino a ieri pensavamo che l’incertezza fosse un problema passeggero, un rito di passaggio confinato all’indecisione della giovinezza. Oggi la realtà ci mostra uno scenario completamente diverso.
Lo smarrimento è diventato una condizione collettiva e simultanea. Da un lato ci sono i giovani, paralizzati da un domani instabile che non offre binari sicuri. Dall’altro ci sono professionisti avviati, genitori e persone con carriere apparentemente solide che provano la stessa identica vertigine, incastrati in ruoli che non sentono propri.
Ragazzi e adulti si riscoprono passeggeri della stessa zattera: sospesi in un tempo fluido dove il passato non protegge più e il futuro è diventato invisibile per tutti.
Nel 1940, Dino Buzzati ha scritto un capolavoro, Il deserto dei Tartari, capace di fotografare con precisione chirurgica questa fase di fiduciosa attesa, prima che il dubbio si trasformi in paralisi generazionale:
Fino allora egli era avanzato per la spensierata età della prima giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza. Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità attorno, non c’è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare.
Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l’orizzonte con sorrisi di intesa; così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.
– Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari (Cap. VI)
Questa certezza assoluta di un domani meraviglioso e promesso è l’illusione che oggi si è spenta per due intere generazioni, lasciando al suo posto una nebbia fitta. Ci sentiamo isolati in questo limbo, eppure condividiamo tutti lo stesso identico perimetro della Fortezza Bastiani.
Ma è proprio dentro questo dubbio comune che la parabola di Buzzati smette di essere solo una bellissima storia e diventa una mappa di orientamento. Attraverso lo schema del problema, della diagnosi, della cura e di una sorprendente soluzione, le pagine del libro ci spiegano come abitare questo presente e, finalmente, tornare a guardare avanti.
Il libro di Dino Buzzati sul tempo sospeso
Il deserto dei Tartari viene pubblicato nel 1940, in un momento storico cruciale, ma Dino Buzzati ne concepisce l’idea negli anni precedenti, durante i lunghi e ripetitivi turni notturni nella redazione del Corriere della Sera. È proprio lì, tra la sensazione che la vita scivoli via sempre uguale tra compiti ordinari e l’attesa di una grande notizia che non arriva mai, che nasce la scintilla della Fortezza Bastiani.
Il messaggio profondo del libro è uno schiaffo esistenziale di una modernità sconvolgente, ed è l’esatto motivo per cui parla così intensamente a chiunque oggi, giovane o adulto, si senta smarrito. Buzzati ci spiega che la vita non è ciò che ci aspetta al traguardo, ma è il tempo che consumiamo mentre aspettiamo il traguardo stesso. La più grande trappola dell’essere umano è la procrastinazione esistenziale, il vivere convinti che la nostra vera vita debba ancora cominciare.
I giovani oggi aspettano il lavoro perfetto, la fine degli studi o la svolta che li farà svoltare, mentre i quarantenni aspettano il cambio di carriera, la stabilità economica definitiva o il momento ideale per cambiare rotta. Tutti, esattamente come Giovanni Drogo, scrutiamo il deserto aspettando i nostri Tartari, convinti che la grande occasione o il successo risolutivo debbano prima o poi salvarci.
Ma l’orizzonte resta vuoto. Il messaggio di Buzzati è un monito spietato che ci ricorda che se deleghiamo il senso del presente a un evento futuro, rischiamo di svegliarci un giorno accorgendoci che il tempo è scaduto e che abbiamo barattato i nostri anni migliori con una comoda stanza d’attesa. La vera battaglia non è contro un nemico esterno, ma contro l’illusione che il futuro sia infinito e che ci sia sempre tempo per decidere chi essere.
Non si può tornare indietro, la vita è solo in una direzione
Il motivo reale per cui oggi non sapere cosa fare della propria vita genera una paralisi così profonda, sia a venti che a quarant’anni, risiede nel rifiuto inconscio di accettare che l’esistenza sia un processo irreversibile. Non esiste un tasto “reset”, né una funzione di ripristino per i nostri anni.
Spesso ci blocchiamo perché restiamo con gli sguardi fissi sul passato, consumando le nostre energie nel rimpianto di una scelta diversa che avremmo potuto compiere o, peggio, rimanendo in anestesia nell’attesa che si ripresentino le condizioni ideali e prive di rischio della giovinezza. Ma quella totale reversibilità, in cui ogni errore era solo un gioco o un esercizio, è svanita per sempre.
Questa paralisi nasce da un malinteso generato dalla prima parte della nostra vita: l’illusione che le possibilità rimangano intatte all’infinito. Quando questa finzione crolla, la scoperta che non si può tornare indietro a correggere la rotta si presenta come un trauma silenzioso. È il momento esatto in cui ci si accorge che il tempo ha smesso di essere uno spazio da abitare e ha iniziato a consumarsi:
Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa tempo a fissarlo che già precipita verso il fiume dell’orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l’una sull’altra, tanto è il loro affanno;
si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire. Chiudono a un certo punto alle nostre spalle un pesante cancello, lo rinserrano con velocità fulminea e non si fa tempo a tornare.
– Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari (Cap. VI)
Questo è il vero vicolo cieco in cui oggi si posizionano, paradossalmente vicini, sia i giovani che gli adulti. Ci si ostina a cercare una strada sicura guardando all’indietro, proiettando il proprio desiderio su modelli o certezze che appartengono a un’epoca che non c’è più o a un’età ormai superata.
Nel giovane, questo rifiuto si manifesta come il “terrore del binario”: la paura che il primo passo, l’ingresso in un determinato lavoro, la scelta di un percorso, condizioni irrimediabilmente tutto il domani, escludendo per sempre tutte le altre potenziali vite. Scegliere una direzione viene percepito come una rinuncia, un piccolo funerale di tutte le altre identità possibili.
Nell’adulto, il meccanismo è speculare ma altrettanto bloccante: ci si sente incastrati dal peso dei compromessi già accumulati, dai doveri, dalle strutture economiche e relazionali che si sono stratificate nel tempo. L’adulto guarda il cancello stangato e confonde la stabilità con la condanna, convincendosi che, poiché non è più possibile azzerare tutto e ripartire da capo come a vent’anni, allora non sia più possibile alcuna deviazione.
La verità biologica ed esistenziale che Buzzati ci sbatte in faccia è che il tempo non è neutrale e non aspetta le nostre decisioni. La paralisi non ferma il cronometro, lo rende solo più tragico: mentre noi restiamo immobili a fissare il cancello chiuso alle nostre spalle, sperando che miracolosamente si riapra per ridarci la libertà di allora, il sole continua a precipitare verso l’orizzonte, riducendo ogni giorno lo spazio di manovra che ci resta per agire nel presente.
L’abitudine e la routine paralizzano
La nostra paralisi va cercata nel modo in cui scegliamo di fuggire da questa spietata verità. Per non avvertire il peso di quel cancello stangato e la responsabilità di dover scegliere il nostro futuro senza garanzie, noi tendiamo a costruire una nostra Fortezza Bastiani personale, rifugiandoci nell’abitudine.
L’abitudine agisce come un farmaco difensivo che trasforma la stasi in comfort, dandoci la rassicurante impressione che, finché ripetiamo gli stessi gesti ogni giorno, il tempo in qualche modo smetta di scorrere e di minacciarci.
Nel romanzo, Giovanni Drogo sperimenta questa strana e invisibile forza di gravità dopo appena pochi mesi dal suo arrivo. Avrebbe ancora la forza di andarsene, ma i piccoli rituali della caserma hanno già iniziato a colonizzare i suoi spazi e la sua mente, invischiandolo in una ragnatela di piccoli piaceri quotidiani e di sicurezze microscopiche:
ma c’era già in lui il torpore delle abitudini, la vanità militare, l’amore domestico per le quotidiane mura. Al monotono ritmo del servizio, quattro mesi erano bastati per invischiarlo. […] Sapeva oramai come dovesse disporsi al mattino, quando si faceva la barba dinanzi esso specchio, perché la luce lo illuminasse in faccia con l’angolo giusto, come versare l’acqua della brocca nel catino senza spanderne fuori, come far scattare la serratura ribelle di un cassetto, tenendo la chiave piegata un po’ in basso.
– Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari (Cap. V)
Questa descrizione è l’esatta diagnosi della nevrosi che oggi colpisce sia chi deve ancora iniziare la propria strada, sia chi si trova a metà del percorso. Ci si adatta a un presente privo di slanci non perché ci piaccia davvero, ma perché abbiamo imparato a conoscerne ogni angolo, ogni difetto, ogni via di fuga. Ricaviamo uno speciale e ambiguo piacere dalla padronanza della nostra gabbia.
Nelle generazioni più giovani, questo torpore si traduce spesso nel rifugio dentro percorsi di studio che si trascinano all’infinito, master accumulati uno dopo l’altro senza una reale direzione o impieghi precari accettati passivamente. I ragazzi imparano alla perfezione la topografia del loro limbo: sanno quali esami sostenere per non rischiare troppo, conoscono gli angoli dove non tira il vento del giudizio altrui, imparano a muoversi per non esporsi al mondo reale.
Non lo fanno per convinzione, ma perché rimanere dentro la dinamica protetta della preparazione permanente o del tirocinio consente di rimandare il momento del salto definitivo. Diventa un’abitudine anche l’attesa, comoda perché permette di mantenere l’illusione di avere ancora tutto il futuro davanti senza l’onere di una scelta.
Negli adulti, la diagnosi si manifesta invece nella trappola di un’insoddisfazione controllata e addomesticata. Ci si sveglia la mattina, si esegue lo stesso identico movimento per fare la barba o per preparare il caffè, si affronta il tragitto verso un ufficio che ha spento ogni stimolo e si portano a termine compiti ordinari.
Conosciamo così bene le manie dei superiori, i sottintesi dei colleghi e i trucchi per far scattare la serratura ribelle della nostra quotidianità che l’idea di cambiare ci causa pena. La routine lavorativa, lo stipendio sicuro, le piccole scadenze settimanali diventano le nostre mura domestiche. Preferiamo la certezza di un malessere noto e catalogato, dove sappiamo esattamente come disporci per non soffrire troppo, alla vertigine di un cambiamento che richiederebbe di abbandonare le nostre certezze.
L’errore diagnostico fondamentale, che stringe giovani e adulti in un unico abbraccio, sta nel fatto che questa sosta passiva avviene a nostra insaputa. Ci convinciamo di essere padroni del nostro tempo, di stare semplicemente prendendo le misure, in attesa della grande occasione o della svolta risolutiva che prima o poi arriverà a salvarci.
Non ci accorgiamo che il monotono ritmo dei giorni sta lentamente addormentando la nostra capacità di desiderare, trasformando quella che credevamo una transizione provvisoria nella nostra dimora definitiva. Ieri e l’altro ieri diventano uguali, indistinguibili, e mentre noi perfezioniamo i nostri piccoli gesti quotidiani, si svolge, silenziosa e inesorabile, la fuga del tempo.
L’accettazione dell’imperfezione e l’azione nel presente
Dopo aver definito il problema e individuato nella routine l’anestetico che ci paralizza, dobbiamo capire come si spezza questo incantesimo. Se l’abitudine ci addormenta facendoci guardare all’indietro o costringendoci ad aspettare una svolta esterna, la cura richiede un atto di rottura interiore: accettare il rischio dell’imperfezione e agire nel presente, con i materiali e le circostanze che abbiamo a disposizione oggi.
Nel romanzo, Buzzati esplicita la natura spettrale di questa stasi nel capitolo undicesimo, descrivendo l’istante in cui Giovanni Drogo si ritrova completamente separato dal flusso reale della vita:
L’esistenza di Drogo invece si era come fermata. La stessa giornata, con le identiche cose, si era ripetuta centinaia di volte senza fare un passo innanzi. Il fiume del tempo passava sopra la Fortezza, screpolava le mura […] ma su Drogo passava invano; non era ancora riuscito ad agganciarlo nella sua fuga.
– Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari (Cap. XI)
Questo passaggio svela la radice segreta dello smarrimento moderno. Non sappiamo cosa fare della nostra vita perché, esattamente come Drogo, preferiamo rimanere protetti all’interno di una routine immutabile, lasciando che il tempo scorra sopra di noi senza mai permettergli di agganciarci.
Ci rifugiamo nell’illusione infantile che esista da qualche parte un futuro ideale, un palazzo perfetto pieno di tesori nascosti, e usiamo questo sogno per non sporcarci le mani con la realtà parziale, faticosa e difettosa di oggi. La cura radicale consiste nell’interrompere questa fuga immaginaria e lasciarsi finalmente agganciare dal tempo.
Per i giovani, curarsi dal torpore significa comprendere che l’unico modo per non farsi scavalcare dal fiume del tempo è accettare il rischio della prima mossa, anche se non corrisponde ai sogni ideali dell’adolescenza.
Rimanere fermi nell’attesa della scelta perfetta che metta al riparo da ogni errore significa condannarsi alla stessa giornata ripetuta centinaia di volte senza fare un passo innanzi. Bisogna accettare l’imperfezione del mercato, dello studio o delle relazioni attuali, sapendo che qualunque azione reale è infinitamente più vitale della purezza immobile del deserto.
Per gli adulti, la cura richiede un’onestà altrettanto spietata: smettere di credere che il tempo stia passando invano e che ci sia una riserva infinita di futuro per cambiare rotta. Curarsi significa accorgersi dei frammenti di pietra e di polvere che cadono dalle nostre mura quotidiane.
Non serve un colpo di teatro impossibile per ricostruire l’esistenza da zero, ma serve la capacità di riappropriarsi del timone adesso, modificando la propria postura all’interno delle ventiquattr’ore, introducendo piccoli strappi alla routine e smettendo di subire passivamente il monotono ritmo dei giorni.
Non si guarisce dallo smarrimento trovando una risposta magica nel domani, ma accettando di abitare l’unica porzione di realtà su cui abbiamo potere: questo frammento di presente, per quanto stretto, parziale e lontano dai palazzi ideali della nostra immaginazione possa sembrare.
Il riscatto di poter vivere il presente senza illusioni
L’insegnamento più alto di Buzzati emerge proprio laddove il romanzo sembra celebrare il fallimento definitivo del suo protagonista. Giovanni Drogo trascorre più di trent’anni alla Fortezza Bastiani, consumando i suoi giorni nell’attesa messianica di una gloria militare che non arriva mai.
Quando il nemico finalmente si presenta all’orizzonte, Drogo è un uomo vecchio, malato e inutile per le gerarchie; viene fatto salire su una carrozza e congedato, costretto a lasciare la Fortezza proprio nel momento in cui la storia si mette in movimento. Viene confinato nella stanza spoglia di una locanda di provincia, lontano dal campo di battaglia.
In quella solitudine assoluta, mentre fuori cala la notte, Drogo sperimenta un’improvvisa e straordinaria illuminazione. Comprende che la grande occasione che aveva aspettato per tutta la vita non era la guerra contro i Tartari, né la conquista di una medaglia o di un ruolo sociale riconosciuto dal mondo.
La vera battaglia, la sfida suprema per cui era venuto al mondo, era quella che stava combattendo in quel momento, da solo, contro lo smarrimento della fine. Drogo esce dall’attesa passiva e ritrova se stesso in un monologo interiore di straordinaria dignità:
“Coraggio, Drogo, questa è l’ultima carta, va incontro alla morte da soldato e che la tua esistenza sbagliata almeno finisca bene. Vendicati finalmente della sorte, nessuno canterà le tue lodi, nessuno ti chiamerà eroe o alcunché di simile, ma proprio per questo vale la pena. Varca con piede fermo il limite dell’ombra, diritto come a una parata, e sorridi anche, se ci riesci. Dopo tutto la coscienza non è troppo pesante e Dio saprà perdonare.”
– Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari (Cap. XXX)
Questa conclusione contiene la risposta definitiva per chiunque oggi, giovane o adulto, si senta paralizzato dal non sapere cosa fare da grande. La soluzione non risiede nel trovare una strada perfetta che ci metta al riparo dai rimpianti, né nel raggiungere un traguardo ideale che risolva una volta per tutte la nostra esistenza. L’idea che esista un punto d’arrivo capace di darci una felicità immobile è un’illusione identica a quella dei Tartari all’orizzonte.
La vera soluzione consiste nel disinnescare il mito del traguardo e iniziare a dare valore al modo in cui decidiamo di stare di fronte alle cose adesso. Per il ventenne schiacciato dall’ansia di indovinare la prima mossa e per il cinquantenne che si sente prigioniero delle proprie scelte passate, la parabola di Drogo indica una via di liberazione.
La vita non si misura dal successo del risultato esterno, ma dalla presenza mentale e dal coraggio che mettiamo nell’abitare il nostro presente, per quanto faticoso o spoglio possa apparire.
Non serve una vita eccezionale o una carriera priva di macchie per essere umani completi; serve la capacità di smettere di delegare il nostro senso al domani, accettando di vivere la nostra traiettoria per quella che è: un viaggio irreversibile, spesso imperfetto, ma costantemente aperto al riscatto. È l’atto finale con cui Buzzati congeda il suo protagonista:
Coraggio, Drogo. E lui provò a fare forza, a tenere duro, a scherzare con il pensiero tremendo. Ci mise tutto l’animo suo, in uno slancio disperato, come se partisse all’assalto da solo contro un’armata. E subitamente gli antichi terrori caddero, gli incubi si afflosciarono, la morte perse l’agghiacciante volto, mutandosi in cosa semplice e conforme a natura. Il maggiore Giovanni Drogo, consunto dalla malattia e dagli anni, povero uomo, fece forza contro l’immenso portale nero e si accorse che i battenti cadevano, aprendo il passo alla luce.
– Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari (Cap. XXX)
In questo senso il personaggio di Dino Buzzati non è più un uomo sconfitto dal tempo. È un uomo che ha finalmente ricominciato a vivere, vincendo la sua battaglia più importante proprio nell’unico istante che gli rimaneva.
