La lingua italiana custodisce parole antiche che, pur essendo ormai rare nell’uso quotidiano, continuano a vivere nella letteratura, nella poesia e nei registri più elevati della scrittura. Tra queste vi è nare, oggi quasi esclusivamente attestata al plurale nari, termine letterario che indica le narici, cioè gli orifizi del naso attraverso cui passa il respiro. È una parola dal suono elegante e arcaico, che richiama immediatamente il lessico della poesia classica e della tradizione letteraria italiana.
Fiutare le bellezze della lingua italiana
Secondo i dizionari, nari deriva dal latino nares, plurale di naris, e rappresenta una delle numerose eredità linguistiche che l’italiano ha conservato dal mondo romano. La definizione è semplice: “narici, anche di animali”. Tuttavia, dietro questa apparente semplicità si nasconde una lunga storia linguistica e letteraria che merita di essere esplorata.
La particolarità di questa parola consiste anzitutto nel fatto che viene usata prevalentemente al plurale. Nella lingua comune diciamo normalmente “narice” e “narici”, mentre “nare” è una forma singolare ormai praticamente scomparsa. La forma plurale “nari”, invece, è sopravvissuta soprattutto grazie alla letteratura, dove il suo valore espressivo e musicale continua a renderla preziosa.
La sua origine latina spiega molte delle sue caratteristiche. Il latino nares era già un plurale che indicava l’insieme delle due aperture nasali. Da qui deriva il fatto che anche nell’italiano letterario il termine venga percepito quasi naturalmente come plurale. Del resto, esistono altre parole che mostrano una storia analoga, in cui il plurale ha avuto maggiore fortuna del singolare.
Nella poesia italiana, nari compare frequentemente quando si vuole ottenere un effetto di elevazione stilistica. Dire “narici” è perfettamente corretto e naturale; dire “nari” significa invece collocarsi in una tradizione poetica che affonda le proprie radici nei classici. La parola porta con sé un’aura di nobiltà linguistica e di raffinatezza espressiva.
L’esempio riportato dai dizionari proviene da Angelo Poliziano:
“le sagaci nare
Del picciol bracco pur teme il meschino”
In questi versi il poeta utilizza il termine per riferirsi all’olfatto acutissimo di un cane da caccia. La scelta di “nare” non è casuale: il vocabolo si inserisce perfettamente nel ritmo poetico e contribuisce a creare un’atmosfera colta e raffinata.
L’olfatto, del resto, è uno dei temi che più frequentemente si associano ai nari nella letteratura. Attraverso le narici entrano gli odori del mondo, i profumi dei fiori, l’aroma del mare, il sentore della terra dopo la pioggia. I poeti hanno spesso utilizzato questa immagine per evocare il rapporto diretto tra l’uomo e la natura.
Nei testi letterari, i nari non sono soltanto un elemento anatomico. Diventano simbolo di sensibilità, percezione e intuizione. Attraverso di essi il personaggio coglie segnali invisibili agli occhi, percepisce presenze lontane, avverte cambiamenti dell’ambiente circostante. L’olfatto assume così un valore quasi metaforico, trasformandosi in una forma di conoscenza.
Anche nella descrizione degli animali il termine trova largo impiego. I cavalli che fremono, i cani da caccia che inseguono una pista, i tori che avvertono un pericolo vengono spesso rappresentati attraverso l’immagine delle nari dilatate. In questi casi il vocabolo contribuisce a sottolineare la forza vitale dell’animale e la sua capacità di percepire il mondo.
Dal punto di vista fonetico, la parola possiede una particolare musicalità. La brevità del termine e la presenza delle consonanti liquide e nasali gli conferiscono una sonorità morbida e armoniosa. Non è difficile comprendere perché molti poeti abbiano preferito “nari” a “narici”: la prima forma appare più leggera, più fluida e spesso più adatta alle esigenze metriche del verso.
Nel corso dei secoli il termine è stato utilizzato da numerosi autori italiani. Lo si incontra nella poesia rinascimentale, nella produzione barocca, nella letteratura romantica e perfino in opere più vicine alla modernità. Anche quando il lessico letterario si è progressivamente avvicinato alla lingua comune, parole come “nari” hanno continuato a conservare un loro spazio specifico.
L’interesse per questa parola permette anche di riflettere sul rapporto tra lingua comune e lingua letteraria. Molti vocaboli che oggi consideriamo arcaici erano un tempo parte integrante dell’uso quotidiano. Con il passare dei secoli alcune forme sono state sostituite da termini più moderni o più diffusi, ma non sono scomparse completamente. La letteratura le ha conservate come testimonianza della storia linguistica e come risorsa espressiva.
In questo senso, “nari” rappresenta un piccolo esempio della ricchezza del patrimonio lessicale italiano. La nostra lingua possiede infatti diversi livelli espressivi: accanto alle parole di uso comune convivono termini tecnici, regionali, letterari, poetici e arcaici. Questa varietà consente agli scrittori di scegliere di volta in volta il vocabolo più adatto all’effetto che desiderano ottenere.
La parola richiama inoltre l’importanza del respiro, elemento fondamentale dell’esistenza umana. Attraverso le nari entra l’aria che sostiene la vita. Non sorprende quindi che in molte tradizioni poetiche il respiro sia stato associato all’anima, all’ispirazione e alla libertà. Respirare significa vivere, percepire, entrare in contatto con il mondo. Le nari diventano così una soglia simbolica tra l’interno e l’esterno, tra il corpo e l’ambiente che lo circonda.
Anche l’etimologia offre spunti interessanti. Dal latino naris derivano non soltanto “nare” e “narice”, ma anche termini scientifici legati all’anatomia e alla medicina. Questo dimostra come una radice antichissima abbia continuato a generare parole e significati lungo tutto il percorso della storia linguistica italiana.
Oggi difficilmente qualcuno userebbe “nari” in una conversazione quotidiana. Diremmo spontaneamente “narici”. Tuttavia il termine conserva una sua vitalità nella poesia, nella critica letteraria e nei contesti in cui si desidera evocare un tono elevato. La sua rarità contribuisce anzi ad accrescerne il fascino.
Quando incontriamo una parola come “nari”, entriamo in contatto con secoli di tradizione culturale. Ogni vocabolo letterario è infatti una sorta di archivio vivente che conserva tracce del passato. Attraverso di esso possiamo ascoltare la voce dei poeti, riconoscere le influenze del latino e comprendere meglio l’evoluzione dell’italiano.
Nare e soprattutto nari sono parole che appartengono al patrimonio più nobile e letterario della lingua italiana. Derivate dal latino nares, indicano le narici e trovano impiego soprattutto nella poesia e nella prosa di tono elevato. Pur essendo ormai rare nell’uso comune, continuano a esercitare un forte fascino grazie alla loro musicalità, alla loro storia e alla loro capacità di evocare immagini ricche di suggestione. Sono un esempio perfetto di come la lingua italiana sappia conservare, accanto alle parole di ogni giorno, termini antichi che continuano a testimoniare la profondità e la bellezza della sua tradizione letteraria.
