Ci sono parole, come “lestofante”, che riposano nei dizionari come vecchi cimeli, finché qualcuno non decide di rispolverarle, scagliandole nel dibattito pubblico per la loro forza e per la loro capacità di essere dirette. È esattamente ciò che ha fatto Silvio Baldini, Commissario Tecnico ad interim della Nazionale italiana di Calcio. Nella sua prima e dirompente conferenza stampa a Coverciano, analizzando la crisi profonda di un’Italia calcistica rimasta fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva, il tecnico toscano non ha usato filtri: “Il calcio italiano è in mano a dei dirigenti che pensano solo ai loro interessi. Ci sono quelli che io chiamo lestofanti che hanno in mano il filo di questo gioco”.
Una dichiarazione senza peli sulla lingua che ha riacceso i riflettori su un termine arcaico, affascinante e profondamente radicato nella nostra tradizione linguistica: lestofante. Ma da dove viene questa parola e cosa significa esattamente?
Il significato profondo di “lestofante”: oltre il semplice “imbroglione”
Nel vocabolario italiano contemporaneo, il termine lestofante indica una persona furba e priva di scrupoli, un truffatore o un imbroglione che agisce con destrezza per ingannare il prossimo, spesso per vie illegali o moralmente riprovevoli ma evitando la violenza esplicita.
Tuttavia, quando Baldini la utilizza, ne recupera una sfumatura più sottile e sistemica. Il lestofante non è solo il borseggiatore di strada; è colui che muove i fili nell’ombra, che usa la retorica e la posizione di potere per fare i propri interessi a scapito della collettività — in questo caso, la crescita dei giovani talenti e il bene dello sport.
L’origine etimologica: tra rapidità e furbizia
Per comprendere appieno l’essenza del lestofante, dobbiamo viaggiare indietro nel tempo e sezionare la parola. Si tratta di un composto che unisce due elementi ben precisi: lesto, derivato dall’antico alto tedesco list (che significava “astuzia”, evolutosi poi nell’italiano “veloce”, “rapido di mano”) e fante, dal latino infans (letteralmente “chi non può parlare”, ovvero il bambino), termine che nel Medioevo passò a indicare il giovane servitore, il soldato appiedato o, nel gergo furbesco e popolare, semplicemente un “ragazzo” o un “individuo”.
Unendo i pezzi, il lestofante era in origine il “fante lesto”, cioè il servitore agile, il soldato svelto di mano e di pensiero. Con il passare del tempo, però, questa “leggerezza” e rapidità d’azione ha perso la sua accezione neutrale o positiva per scivolare verso il terreno della malavita e dell’inganno. Il fante lesto è diventato colui che è fin troppo rapido a far sparire il denaro altrui o a raggirare il prossimo con parole ben impastate.
Dalla commedia dell’arte alla letteratura
Il termine ha trovato la sua consacrazione nei secoli d’oro della letteratura e del teatro italiano. Nella commedia dell’arte, i servi (i zanni) come Arlecchino o Brighella incarnavano perfettamente lo spirito del lestofante: perennemente affamati, costretti a inventarsi inganni e stratagemmi rapidissimi per spillare fiorini ai padroni avari o per rimediare un piatto di minestra.
La lingua italiana ha poi assorbito questo immaginario. Dire a qualcuno lestofante conserva un retrogusto letterario, quasi teatrale. È il ritratto di un parassita sociale che vive di espedienti, un personaggio che popola le novelle del Boccaccio così come le cronache politiche e sportive dei nostri giorni.
La lezione di Silvio Baldini: la parola come specchio etico
L’irruzione di questo termine nella sala stampa della Nazionale ci ricorda il potere terapeutico della lingua. In un mondo comunicativo dominato da eufemismi, anglicismi e formule aziendali politicamente corrette, il tecnico (non a caso) toscano Silvio Baldini ha scelto una parola antica per descrivere un male antico: l’egoismo di chi gestisce la cosa pubblica (o sportiva) come un feudo personale.
La scelta di lestofante non è casuale. Evoca la destrezza di chi “gira la frittata”, di chi promette riforme e cambiamenti eppure resta immobile, tenendo ben saldi i fili del potere. Usando questo termine, il CT ha squarciato il velo dell’ipocrisia, dimostrando che a volte, per spiegare il presente, abbiamo bisogno della precisione chirurgica delle parole del nostro passato. Perché il lestofante, oggi come nel Settecento, teme una cosa sola: essere chiamato con il suo vero nome.
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