“Kokuho” è un’opera che parla del prezzo della perfezione artistica, del peso della tradizione e del modo in cui l’arte possa divorare completamente la vita di chi la pratica. Diretto da Lee Sang-il e tratto dal romanzo di Shuichi Yoshida, il film è diventato uno dei fenomeni cinematografici giapponesi più sorprendenti degli ultimi anni, conquistando pubblico e critica dopo la presentazione alla Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes 2025.
Ambientato tra gli anni Sessanta e il 2014, “Kokuho” segue la storia di Kikuo Tachibana, figlio di uno yakuza che viene accolto da un celebre attore Kabuki dopo la morte del padre. Da quel momento il ragazzo entra in un universo rigidissimo fatto di disciplina, rivalità e sacrificio assoluto.
Il film, lungo quasi tre ore, attraversa decenni di vita dei protagonisti e usa il Kabuki non soltanto come ambientazione, ma come metafora stessa dell’esistenza. Ogni gesto, ogni postura e ogni performance scenica diventano il riflesso di una lotta interiore tra desiderio personale e tradizione.
Ed è forse proprio questo a rendere “Kokuho” così affascinante anche per chi non conosce il teatro giapponese: il film racconta qualcosa di universale, cioè il bisogno quasi ossessivo di lasciare un segno attraverso l’arte.
“Kokuho”: il cinema giapponese torna a guardare alla tradizione
Negli ultimi anni gran parte del successo internazionale del Giappone è stata legata soprattutto ad anime, manga e cultura pop contemporanea. “Kokuho” sceglie invece una strada completamente diversa e riporta al centro uno degli elementi più antichi e complessi della cultura teatrale nipponica.
La cosa sorprendente è che il film sia riuscito a diventare un enorme successo anche in Giappone, dove il Kabuki era ormai considerato da molti un’arte distante dalle nuove generazioni. Dopo l’uscita del film, diversi teatri tradizionali hanno registrato un aumento di pubblico, soprattutto giovane.
Questo rende “Kokuho” ancora più interessante. Non è soltanto un film storico o artistico, ma un’opera che sembra aver riacceso l’interesse verso una tradizione che rischiava lentamente di diventare marginale.
Cos’è il Kabuki
Kabuki nasce all’inizio del Seicento a Kyoto ed è una delle forme teatrali più importanti della cultura giapponese. Si tratta di un teatro estremamente stilizzato che unisce recitazione, danza, musica e scenografie elaborate.
Uno degli aspetti più celebri del Kabuki riguarda la figura degli onnagata, attori uomini specializzati nell’interpretazione di personaggi femminili. Questa tradizione nasce nel XVII secolo, quando alle donne venne proibito di esibirsi sul palco. Da quel momento i ruoli femminili vennero affidati esclusivamente a uomini che dedicavano l’intera vita allo studio dei movimenti, della voce e della gestualità femminile.
Nel Kabuki ogni gesto è codificato. Le posture, gli sguardi e perfino il modo di camminare seguono regole tramandate per generazioni. È un’arte che richiede una disciplina estrema e un apprendimento lunghissimo.
Proprio per questo il film insiste continuamente sull’idea del sacrificio. Diventare un grande attore Kabuki significa rinunciare a moltissime parti della propria identità personale.
“Kokuho” mostra infatti quanto il teatro tradizionale giapponese sia legato non soltanto alla tecnica, ma anche all’eredità familiare. Molti attori appartengono a dinastie teatrali e tramandano nomi d’arte di generazione in generazione.
Il protagonista Kikuo rappresenta allora una figura anomala: un outsider, figlio della criminalità organizzata, che tenta di entrare in un mondo rigidamente elitario e dominato dalla genealogia artistica.
Sul film
“Kokuho” costruisce la propria forza proprio sul rapporto tra Kikuo e Shunsuke, il figlio biologico del maestro Hanjiro. I due crescono insieme dentro il mondo del Kabuki, ma il loro legame si trasforma progressivamente in una rivalità dolorosa fatta di ammirazione, gelosia e dipendenza reciproca.
Il film assume così quasi la struttura di una tragedia classica. Più i protagonisti si avvicinano alla perfezione artistica, più le loro vite personali si sgretolano.
Uno degli elementi più impressionanti dell’opera è la ricostruzione delle performance Kabuki. Le scene teatrali occupano una parte centrale del film e vengono trattate con una cura quasi ossessiva. I costumi, il trucco, i movimenti e le coreografie trasformano il palco in uno spazio sospeso tra realtà e mito.
Anche il lavoro degli attori è stato enorme. Ryô Yoshizawa e Ryûsei Yokohama hanno affrontato mesi di allenamento per imparare le tecniche tradizionali del Kabuki e interpretare in modo credibile gli onnagata.
La regia di Lee Sang-il sceglie inoltre un approccio molto classico e monumentale. Il film ha il respiro dei grandi melodrammi storici giapponesi e richiama spesso il cinema di Akira Kurosawa, pur mantenendo una sensibilità contemporanea.
Ma la cosa più interessante è che “Kokuho” non racconta il Kabuki come un oggetto museale. Lo mostra invece come qualcosa di vivo, feroce e perfino crudele.
Il teatro nel film non è mai soltanto bellezza. È competizione, pressione psicologica e perdita di sé stessi. Kikuo e Shunsuke sacrificano relazioni, famiglia e stabilità emotiva pur di raggiungere quella perfezione artistica che sembra continuamente sfuggire.
Ed è proprio questa ossessione a rendere il film così potente anche per il pubblico contemporaneo. In fondo “Kokuho” parla di artisti che dedicano completamente la propria esistenza a qualcosa di più grande di loro, pagando però un prezzo altissimo.
“Kokuho” è diventato un fenomeno
Il successo del film ha sorpreso perfino molti addetti ai lavori. In un’epoca dominata da franchise, anime e contenuti veloci, un dramma di quasi tre ore sul teatro tradizionale giapponese sembrava un progetto destinato a restare di nicchia.
Invece “Kokuho” è diventato uno dei più grandi successi live action giapponesi recenti, riportando l’attenzione internazionale sul cinema storico nipponico.
Probabilmente il motivo sta proprio nella sua capacità di parlare di qualcosa di universale. Dietro il Kabuki e la tradizione giapponese, il film racconta infatti l’ambizione, il talento, il desiderio di essere riconosciuti e il bisogno disperato di lasciare un’eredità artistica.
“Kokuho” finisce così per diventare non soltanto un film sul teatro giapponese, ma una riflessione sull’arte stessa e sul prezzo umano che spesso richiede.
