I versi di Marino Moretti tratti dalla poesia Due voci possiedono una semplicità solo apparente. Dietro il tono dimesso, quasi colloquiale, tipico della poetica di Moretti, si nasconde infatti una riflessione profonda sul significato della scrittura, sul rapporto tra talento e autenticità, e persino sul valore morale della parola poetica. Sono versi brevi, essenziali, ma capaci di aprire interrogativi vastissimi sulla letteratura e sulla condizione dello scrittore.
Ti preservi il Signore
da intoppo o da galoppo
come dall’esser troppo
bravo come scrittore.Signore, ascoltate chi pose
in voi la fiducia al suo tavolo
se a voi chiederà, non al diavolo,
di saper dire le cose.
Questi due piccoli blocchi poetici, separati ma complementari, sembrano costruire un dialogo interiore, quasi una preghiera doppia: da una parte l’invocazione contro gli eccessi della scrittura, dall’altra la richiesta umile di trovare le parole giuste. È una poesia che parla dell’arte di scrivere senza retorica, senza esibizione, e proprio per questo raggiunge una grande profondità.
Marino Moretti e la poetica della semplicità
Per comprendere pienamente questi versi è utile ricordare chi fosse Marino Moretti. Poeta legato al clima del Crepuscolarismo italiano, Moretti sviluppò una scrittura lontana dagli slanci eroici o solenni della grande tradizione ottocentesca. I poeti crepuscolari preferivano i toni sommessi, le piccole cose quotidiane, le emozioni discrete, spesso malinconiche.
In opposizione alla figura del poeta-vate, cioè del poeta considerato guida spirituale e morale della società, Moretti sceglie una voce fragile, esitante, quasi dimessa. Nei suoi testi non troviamo grandi imprese né gesti grandiosi, ma riflessioni intime, ironiche, talvolta autoironiche.
Anche in Due voci emerge chiaramente questa poetica. Lo scrittore non viene celebrato come un genio straordinario, ma guardato con sospetto persino quando è “troppo bravo”.
“Ti preservi il Signore”: la scrittura come rischio
Il primo nucleo della poesia si apre con una sorta di benedizione:
Ti preservi il Signore
da intoppo o da galoppo
L’espressione accosta due immagini opposte: l’“intoppo” e il “galoppo”. L’intoppo rappresenta l’arresto, il blocco, la difficoltà; il galoppo, invece, suggerisce eccessiva velocità, slancio incontrollato, corsa precipitosa.
Moretti sembra dire che nella scrittura sono pericolosi sia il blocco sia l’eccesso di facilità. Uno scrittore può smarrirsi tanto nell’incapacità di esprimersi quanto nella produzione troppo rapida e fluida.
Questa idea è sorprendentemente moderna. Oggi siamo abituati a pensare che il problema dello scrittore sia soprattutto la mancanza di ispirazione. Moretti, invece, mette in guardia anche dal contrario: dalla scrittura troppo facile, troppo brillante, troppo sicura di sé.
“Troppo bravo come scrittore”
Il verso più significativo è probabilmente questo:
come dall’esser troppo
bravo come scrittore.
Qui emerge una sottile ironia, ma anche una riflessione molto seria. Essere “troppo bravo” può diventare un difetto. Ma perché?
Perché il rischio è che la bravura tecnica prenda il sopravvento sulla verità. Uno scrittore eccessivamente consapevole del proprio talento può finire per compiacersi dello stile, dell’eleganza, dell’effetto letterario. La scrittura rischia allora di trasformarsi in esercizio virtuoso, perdendo autenticità.
Moretti sembra diffidare della letteratura che vuole stupire. La vera scrittura, per lui, non consiste nel mostrare abilità, ma nel riuscire a “dire le cose”, cioè a esprimere sinceramente la realtà e l’esperienza umana.
In questo senso, i versi di Moretti si pongono quasi agli antipodi rispetto a una certa idea estetizzante della letteratura. Non conta essere spettacolari; conta essere veri.
La misura contro gli eccessi
L’intera prima strofa può essere letta come un elogio della misura. La scrittura autentica non deve né inciampare né correre troppo. Deve trovare un equilibrio difficile tra controllo e spontaneità.
Questa idea richiama una lunga tradizione culturale italiana, fondata sul valore della moderazione. Nella letteratura italiana, da Francesco Petrarca fino a Giacomo Leopardi, esiste spesso la consapevolezza che gli eccessi possano compromettere la verità poetica.
Moretti traduce questa lezione in termini quotidiani e ironici. Non parla di sublime o di genio: parla semplicemente del rischio di essere “troppo bravo”.
Ed è proprio questa apparente semplicità a rendere i versi profondi.
La seconda voce: la preghiera dello scrittore
La seconda parte della poesia cambia tono. Diventa quasi una preghiera:
Signore, ascoltate chi pose
in voi la fiducia al suo tavolo
Qui compare l’immagine dello scrittore seduto al tavolo di lavoro. Non è una figura eroica o ispirata: è qualcuno che scrive affidandosi a una speranza, quasi a una fede.
La scrittura appare allora come un atto fragile, incerto, che richiede aiuto. Il poeta non si presenta come padrone assoluto delle parole, ma come qualcuno che chiede di poterle trovare.
“Di saper dire le cose”
L’ultima espressione è forse il cuore della poesia:
di saper dire le cose.
Non “inventare”, non “sorprendere”, non “incantare”. Semplicemente: dire le cose.
Questa formula apparentemente elementare racchiude una concezione profondissima della letteratura. Dire le cose significa riuscire a esprimere il reale senza falsificarlo, trovare parole autentiche, aderenti all’esperienza.
È un ideale di semplicità che in realtà richiede enorme difficoltà. Perché dire davvero le cose è molto più complicato che costruire effetti spettacolari.
Molti scrittori hanno riflettuto su questo problema. La vera letteratura spesso nasce non dall’ornamento, ma dalla precisione. Le parole più semplici possono essere le più difficili da raggiungere.
Non al diavolo
Colpisce anche questo verso:
se a voi chiederà, non al diavolo
Qui Moretti introduce un’immagine ironica ma significativa. Lo scrittore può rivolgersi simbolicamente a due forze opposte: Dio o il diavolo.
Il diavolo rappresenta forse la tentazione della facilità, dell’artificio, del successo immediato, della brillantezza vuota. Chiedere a Dio di “saper dire le cose” significa invece cercare una parola autentica, moralmente onesta.
La poesia suggerisce così che la scrittura non sia solo una questione estetica, ma anche etica. Le parole hanno una responsabilità.
Una poesia contro la retorica
L’intero testo può essere letto come una critica implicita alla retorica letteraria. Moretti sembra rifiutare l’idea dello scrittore come virtuoso della parola. Diffida della letteratura troppo consapevole di sé, troppo elegante, troppo costruita.
Al contrario, valorizza la semplicità, la misura, la sincerità.
Questa posizione è tipica del Crepuscolarismo, ma conserva una forte attualità. Anche oggi, in un mondo dominato dalla comunicazione continua e spesso spettacolare, questi versi invitano a recuperare il valore della parola autentica.
La fragilità dello scrivere
Un altro tema centrale è la fragilità dello scrittore. Nei versi di Moretti non c’è sicurezza assoluta. Scrivere appare come un’attività esposta al rischio, all’errore, all’eccesso.
Questo rende la poesia profondamente umana. Lo scrittore non è un individuo onnipotente, ma qualcuno che cerca faticosamente le parole giuste.
Ed è significativo che la richiesta finale non sia quella di diventare famoso o geniale, ma semplicemente di “saper dire le cose”.
I versi di Moretti parlano anche al presente. In un’epoca in cui spesso si privilegia la rapidità, la visibilità e l’effetto immediato, questa poesia ricorda che la scrittura autentica richiede pazienza, umiltà e verità.
Essere “troppo bravi” può significare perdere il contatto con la realtà concreta delle cose. La letteratura rischia allora di trasformarsi in pura esibizione tecnica.
Moretti ci invita invece a cercare parole necessarie, sincere, essenziali.
La poesia Due voci di Marino Moretti è un piccolo testo di straordinaria densità. Con tono lieve e quasi dimesso, affronta questioni fondamentali: il senso della scrittura, il rapporto tra tecnica e autenticità, il rischio dell’artificio, la responsabilità delle parole.
I versi:
“Ti preservi il Signore
[…]
dall’esser troppo bravo come scrittore”
contengono una critica sottile alla vanità letteraria, mentre l’invocazione finale:
“di saper dire le cose”
riassume un ideale poetico fondato sulla semplicità e sulla verità.
Moretti ci insegna che la grande letteratura non nasce necessariamente dall’esibizione del talento, ma dalla capacità di trovare parole autentiche per raccontare il mondo. Ed è forse proprio questa umiltà, questa ricerca ostinata della verità delle cose, a rendere la sua poesia ancora così intensa e attuale.
