Siamo sempre assillati da un imperativo che ci accompagna per tutta la vita: essere felici e vivere con gioia. Ma, un grande conoscitore dell’animo umano come Sigmund Freud ci riporta brutalmente alla dura realtà. In occasione del 6 maggio, giorno dell’anniversario del padre della psicoanalisi, vogliamo condividere una delle sue più grandi lezioni, contenuta nel Capitolo II de Il disagio della civiltà, sul principio del del piacere e l’ossessione degli umani alla ricerca della felicità.
Freud attraverso i suoi studi, ci svela che la convinzione che la felicità debba essere un traguardo da raggiungere e mantenere è una delle principali cause di malessere, nonché il modo più rapido per ammalarsi di frustrazione. Per lo studioso, gli umani sono strutturati per godere solo del salto, mai della pianura: la felicità è un’estasi che brucia nel contrasto e muore nella durata.
La sua affermazione contenuta nel celebre saggio, è una bussola che permette di orientarsi nel cammino della vita, per evitare che il voler essere a tutti i costi felici, diventi invece motivo solo di dolore.
Ciò che in senso stretto definiamo felicità trae origine dall’improvviso soddisfacimento di bisogni lungamente accumulati e per sua natura è possibile solo come fenomeno episodico. Ogni continuità in una situazione vagheggiata dal principio di piacere procura solo una sensazione di moderato benessere; siamo strutturati in modo da potere godere intensamente solo del contrasto, molto poco invece di uno stato di cose.
Il disagio della civiltà, un saggio che mette al centro la consapevolezza dell’infelicità
Per comprendere appieno la portata di questa rivoluzione intellettuale, dobbiamo guardare alla genesi dell’opera. Scritto nel 1929 e pubblicato per la prima volta in tedesco nel 1930 con il titolo Das Unbehagen in der Kultur (letteralmente “L’infelicità nella civiltà”), questo saggio è considerato il testamento sociopolitico di Sigmund Freud.
Non è solo un libro di psicologia, ma una delle opere più influenti del Novecento, descritta dallo storico Peter Gay come uno dei testi più studiati della moderna psicologia, capace di ridefinire radicalmente il rapporto tra l’individuo e la massa.
Il cuore del saggio risiede in una tensione drammatica e ineludibile: lo scontro tra l’ardente desiderio di individualità e le confliggenti aspettative della società. Freud ci spiega con brutale chiarezza che la libertà non è affatto un beneficio della cultura; al contrario, essa era massima prima di ogni forma di civiltà e ha subito restrizioni costanti con l’evolversi della vita comune. “La libertà,” scrive Freud, “non è un beneficio della cultura: era più grande prima di qualsiasi cultura”.
In questo saggio, lo studioso mette in luce l’attrito fondamentale della nostra esistenza: mentre l’individuo ricerca una libertà istintiva e totale, la civiltà richiede l’esatto opposto. Per garantire la pace, l’ordine e la sicurezza, la società deve mettere sotto controllo i nostri istinti più primitivi – dall’aggressività al desiderio di appagamento sessuale egoistico – creando leggi, norme e punizioni. Questo processo di repressione è una caratteristica intrinseca e necessaria della civiltà, ma ha un prezzo psicologico altissimo: genera nei cittadini un sentimento di insoddisfazione perpetua.
La teoria freudiana ci pone davanti a uno specchio scomodo: la vita sociale equilibrata è possibile solo attraverso la repressione degli istinti innati. Poiché l’essere umano tende per natura a seguire il principio di piacere (egoistico e immediato), la civiltà diventa una macchina di frustrazione permanente. È in questo scenario di “disagio sociale” che Freud, nel secondo capitolo, focalizza la sua attenzione sulla domanda più intima: se la civiltà ci castra, come possiamo allora trovare la felicità?
L’illusione della felicità perenne e la tirannia della scelta
Se la civiltà è per definizione un sistema di limitazioni, il nostro problema moderno nasce da un colossale equivoco: abbiamo trasformato la felicità da un “episodio di sollievo” a un “obbligo di stato”. Questa pretesa di vivere in un’estasi perenne si scontra frontalmente con la realtà della nostra stessa costituzione.
Freud pone una domanda che trova immediata risposta:
Ci rivolgiamo perciò alla piú modesta domanda su cosa, con il proprio comportamento, gli esseri umani stessi consentono di riconoscere come scopo e intenzione della loro vita, su cosa le chiedono e vogliono raggiungere in essa. È quasi impossibile sbagliare la risposta; aspirano alla felicità, vogliono essere e restare felici.
L’imperativo del benessere perenne ignora la nostra stessa struttura psichica. Il vero disagio sorge quando cerchiamo di rendere duratura una sensazione che, per sua natura, può essere solo un lampo.
Lo studioso austriaco mette subito in chiaro come stanno le cose riguardo all’essere felici.
Ciò che in senso stretto definiamo felicità trae origine dall’improvviso soddisfacimento di bisogni lungamente accumulati e per sua natura è possibile solo come fenomeno episodico.
Come spiega Freud, noi siamo biologicamente incapaci di godere per periodi prolungati.
Ogni continuità in una situazione vagheggiata dal principio di piacere procura solo una sensazione di moderato benessere; siamo strutturati in modo da potere godere intensamente solo del contrasto, molto poco invece di uno stato di cose
Cercare di rendere la felicità duratura è, dunque, un errore tecnico. Una volta che la situazione vagheggiata diventa continua, essa procura solo una sensazione di “moderato benessere”. Il risultato è quella frustrazione tipica dell’uomo contemporaneo: cerchiamo nel “sempre” una gioia che può esistere solo nel “momento”.
In questo scenario, l’uomo finisce per accontentarsi di un obiettivo molto più modesto e rassegnato:
ci dichiariamo felici per il solo fatto di essere scampati all’infelicità.
Le tre fonti dell’infelicità umana
Perché, dunque, questo progetto di felicità fallisce così miseramente? Freud ci invita a guardare in faccia la realtà del nostro assedio mentale. La sofferenza non è un’anomalia, ma una forza che ci colpisce sistematicamente da tre fronti:
- Dal nostro corpo
Destinato inevitabilmente al decadimento. - Dal mondo esterno
Forze naturali inesorabili e spesso distruttive. - Dalle relazioni con gli altri
Quella fonte di dolore che avvertiamo come “più dolorosa di ogni altra”.
Andando più in profondità riguardo ai tre elementi che generano infelicità, riguardo al primo punto Freud spiega che siamo traditi dall’interno, dal “nostro stesso corpo”. Lo psicoanalista ci ricorda che siamo prigionieri di un organismo che è «destinato a decadere e dissolversi». Il corpo non è un tempio di benessere, ma una struttura biologica che non può fare a meno di utilizzare il dolore e l’angoscia come segnali d’allarme. Siamo costituzionalmente fragili: la nostra stessa biologia è il primo limite alla nostra gioia.
In secondo luogo, siamo “schiacciati dal mondo esterno”. Siamo immersi in una realtà che può «infierire contro di noi con forze potenti, inesorabili e distruttive». Che si tratti di catastrofi naturali o della semplice indifferenza delle leggi fisiche, l’universo non ha alcun riguardo per il nostro bisogno di gratificazione. Il macrocosmo è un ambiente ostile in cui la nostra sopravvivenza è una lotta costante, non una passeggiata verso il piacere.
Infine, Freud identifica la fonte più velenosa: i rapporti con altre persone. Qui il discorso si fa profondo, perché questa è la sofferenza che avvertiamo come «piú dolorosa di ogni altra». Mentre il decadimento fisico e le catastrofi naturali ci sembrano ineluttabili, il dolore che ci infliggono gli altri lo percepiamo come un «ingrediente in un certo senso superfluo». Eppure, paradossalmente, è proprio la civiltà, nata per proteggerci dal mondo esterno e dal corpo, a diventare la fonte principale del nostro malessere.
Messo sotto pressione da queste tre forze, l’essere umano è costretto a una ritirata strategica. Sotto l’influsso della realtà, il “Principio di Piacere” si trasforma nel più modesto “Principio di Realtà”. Non cerchiamo più l’estasi, ma la sopravvivenza.
Come scrive Freud con una punta di amara ironia:
Ci dichiariamo felici per il solo fatto di essere scampati all’infelicità, di aver sopportato la sofferenza, se, piú in generale, la necessità di evitarla relega in secondo piano quello di guadagnare il piacere
In questo scenario, la missione della vita cambia radicalmente. La ricerca del piacere viene relegata in secondo piano, superata dalla necessità assoluta di evitare il dolore.
Le strategie di resistenza contro il dolore
Di fronte a questo assedio sistematico, Freud osserva che l’umanità non si è arresa, ma ha elaborato diverse “tecniche di vita” per rendere l’esistenza sopportabile. Se la felicità assoluta è preclusa, la cura consiste nel trovare il metodo più adatto per contenere il dispiacere.
Esistono strade diverse, ciascuna con il suo prezzo:
L’isolamento e la solitudine
La difesa più immediata contro la sofferenza che deriva dai rapporti umani. Allontanarsi dagli altri per trovare la “felicità della tranquillità”.
L’attacco alla natura
In quanto membri della comunità, usiamo la tecnica e la scienza per sottomettere il mondo esterno alla nostra volontà. In questo caso, spiega Freud, «si lavora tutti insieme alla felicità di tutti».
La chimica e l’ebbrezza
Il metodo più rozzo ma efficace per incidere direttamente sull’organismo e alterare la sensazione del dolore.
La sublimazione e l’arte
Volgere lo sguardo altrove, cercando nel godimento delle illusioni artistiche un “rifugio” momentaneo dalla realtà più cruda.
Tutte queste sono manovre di difesa che testimoniano una verità ineludibile. Per l’uomo civile, la missione non è più conquistare il piacere, ma difendere i confini della propria psiche dall’invasione del dolore.
La libertà di non essere (sempre) felici
La vera soluzione che emerge dal Capitolo II del saggio del 1930 è una rivoluzione di prospettiva. Se accettiamo che la felicità non è un “progetto della Creazione”, smettiamo finalmente di torturarci per la sua assenza.
La soluzione freudiana risiede nel coraggio del limite. La “vera” felicità non è quella promessa dai manuali di auto-aiuto o dai sorrisi forzati della nostra cultura, ma è quel fenomeno episodico che nasce dal contrasto. È il sollievo dopo una lunga sete, è la pace dopo un conflitto, è la quiete dopo che la minaccia è passata.
Ciò che Freud insegna con il suo saggio è che bisogna saper fare pace con il nostro “disagio”.
Lo studioso della mente umana tende a condividere che:
- La felicità è un incendio, non può durare in eterno senza distruggerci o diventare cenere (abitudine).
- L’infelicità è parte della struttura del mondo, non un fallimento personale.
- La nostra unica vera libertà risiede nella capacità di scegliere un’occupazione, un legame o una passione che ci àncori alla realtà, permettendoci di sopportare il peso della civiltà.
Smettere di inseguire la felicità “per sempre” è l’unico modo per tornare a riconoscerla quando, per un breve istante, decide di venirci a trovare. La lezione di Freud è un invito al realismo: non siamo nati per essere dèi felici, ma esseri umani capaci di trovare, nel bel mezzo del disagio, la forza di restare saldi.
Oltre l’illusione: Il coraggio di abitare la realtà
In un mondo che ci vuole costantemente performanti e anestetizzati in un sorriso di plastica, la lezione che Sigmund Freud ci lascia, in occasione del 6 maggio, ovvero l’anniversario della sua nascita, è un atto di liberazione brutale: il diritto alla nostra stessa incompletezza.
Non siamo macchine progettate per la produzione continua di benessere, ma esseri viventi definiti dalle proprie cicatrici. La nostra dignità non risiede nel nascondere il dolore sotto il tappeto di un ottimismo forzato, ma nella capacità di abitare il disagio senza lasciarsi annientare.
Siamo creature del “salto”, funamboli tesi tra il bisogno viscerale di piacere e la morsa della realtà che ci circonda. Freud ci svela che la felicità non è un bene di consumo da accumulare o un traguardo da tagliare una volta per tutte, perché è proprio la sua natura effimera a renderla l’unica esperienza davvero preziosa.
Siamo strutturati per il contrasto. Senza il buio dell’infelicità, non sapremmo nemmeno dare un nome alla luce della gioia. È nel vuoto tra un desiderio e il suo soddisfacimento che si gioca la partita della nostra esistenza.
Oggi, celebrare il padre della psicoanalisi significa smettere di vergognarsi della propria insoddisfazione e iniziare a vederla per quello che è: il segno che siamo ancora vivi, ancora capaci di sentire l’attrito del mondo.
La vera soluzione non è la ricerca di un’estasi permanente, che finirebbe per renderci ciechi e sordi a noi stessi, ma la scoperta di una quiete coraggiosa.
È la consapevolezza che, se anche la felicità è solo un incendio episodico destinato a spegnersi, vale comunque la pena restare qui, saldi nel proprio posto, pronti a riconoscere il prossimo lampo quando tornerà a squarciare il cielo. Perché, alla fine, per poter assaporare un istante di vera gioia, dobbiamo prima avere la forza di accettare che non saremo mai felici per sempre.
