«In generale, gli scrittori sono convinti segretamente di essere letti da Dio».
In questa fulminante osservazione, tratta da È serio ridere, Giorgio Manganelli condensa con la consueta ironia una verità profonda sulla natura della scrittura, sul rapporto tra autore e lettore e, più in generale, sul destino di ogni opera letteraria. Dietro l’apparente leggerezza dell’aforisma si cela infatti una riflessione complessa, che tocca il bisogno di assoluto insito nell’atto creativo, l’ambizione dell’artista, il desiderio di eternità e persino una certa forma di vanità, tanto umana quanto inevitabile.
Giorgio Manganelli, uno scrittore atipico
Scrivere significa, prima di tutto, rivolgersi a qualcuno. Anche quando l’autore sostiene di scrivere per sé stesso, di fatto immagina sempre un destinatario, un interlocutore ideale, un occhio che un giorno si poserà sulle sue parole. Nessun testo nasce davvero nel vuoto. La scrittura è, per sua natura, un atto di comunicazione, un ponte gettato tra chi crea e chi legge. Ma il lettore reale, quello concreto, è spesso incerto, mutevole, imprevedibile. Può essere distratto, superficiale, ostile o, semplicemente, assente. Ecco allora che lo scrittore, per dare un senso più alto al proprio lavoro, tende a immaginare un lettore perfetto.
È qui che interviene la geniale intuizione di Manganelli. Questo lettore perfetto non è soltanto colto, attento o sensibile: è addirittura Dio. Vale a dire un lettore assoluto, capace di comprendere tutto, di cogliere ogni sfumatura, di non lasciarsi sfuggire alcun rimando, alcuna allusione, alcun segreto nascosto tra le righe. Un lettore onnisciente, in grado di interpretare il testo nella sua totalità, di penetrarne le intenzioni più profonde, di coglierne persino ciò che l’autore stesso forse ignorava di avervi depositato.
Naturalmente, Manganelli non intende formulare un’affermazione teologica. Il suo è un paradosso, una provocazione intellettuale, una battuta che illumina con precisione chirurgica una tendenza psicologica diffusa tra gli scrittori. Ogni autore, in fondo, spera di essere letto nel modo migliore possibile. Spera che il proprio testo incontri un’intelligenza capace di accoglierlo pienamente, di comprenderlo senza tradirlo, di riconoscerne il valore autentico. Dio, in questa prospettiva, diventa il simbolo del lettore ideale.
Ma perché proprio Dio? Perché nessun lettore umano può davvero soddisfare le aspettative assolute di uno scrittore. Il lettore comune legge con i propri limiti, le proprie esperienze, i propri pregiudizi. Interpreta, seleziona, dimentica. Talvolta fraintende. Talvolta si annoia. Talvolta attribuisce al testo significati che l’autore non aveva previsto. La lettura, del resto, è sempre un atto creativo a sua volta. Ogni lettore riscrive interiormente ciò che legge.
Per uno scrittore, questa libertà interpretativa può essere al tempo stesso una ricchezza e una fonte di inquietudine. Da un lato, è la prova della vitalità dell’opera; dall’altro, implica la perdita del controllo. Una volta pubblicato, il testo non appartiene più interamente al suo autore. Esso entra nel mondo, si moltiplica nelle interpretazioni, vive vite autonome. Immaginare Dio come lettore significa allora fantasticare su una comprensione perfetta, definitiva, incontestabile.
In questa fantasia si intrecciano umiltà e orgoglio. Umiltà, perché lo scrittore riconosce implicitamente l’esistenza di un giudizio superiore. Orgoglio, perché presume che la propria opera meriti un lettore tanto eccelso. Non si tratta di semplice vanità, ma di qualcosa di più sottile: la convinzione che la letteratura aspiri naturalmente all’assoluto. Ogni opera autentica cerca infatti di oltrepassare il contingente, di sopravvivere al proprio tempo, di parlare non solo ai contemporanei ma a una dimensione più ampia e duratura.
Scrivere è sempre, in una certa misura, una sfida al tempo. Lo scrittore sa di essere mortale, ma affida alle parole il compito di durare oltre la propria vita. In questo senso, il lettore divino rappresenta anche l’eternità. Essere letti da Dio equivale a essere sottratti all’oblio, a entrare in uno spazio dove il tempo umano non consuma né cancella. È il sogno di ogni autore: che le proprie parole resistano, che continuino a esistere, che non si dissolvano nel rumore del mondo.
La citazione di Manganelli coglie anche un altro aspetto fondamentale: il carattere segreto di questa convinzione. Gli scrittori non lo ammettono apertamente. Sarebbe ridicolo, presuntuoso, forse persino imbarazzante. Eppure, nel profondo, molti coltivano questa aspirazione. La custodiscono come una piccola, inconfessabile ambizione. È un sogno che non si dichiara, ma che alimenta la fatica della scrittura.
L’avverbio «segretamente» è decisivo. Rivela la natura intima, quasi clandestina, di questo desiderio. Lo scrittore può mostrarsi ironico, disincantato, persino cinico nei confronti del proprio lavoro. Può minimizzare le proprie ambizioni. Ma dentro di sé conserva spesso la speranza di una lettura assoluta, di un riconoscimento che trascenda i giudizi contingenti della critica e del mercato.
Non va dimenticato che Manganelli era maestro nel coniugare ironia e profondità. Le sue battute non sono mai semplici giochi di spirito; sono strumenti di conoscenza. Ridendo, egli smaschera illusioni, mette a nudo debolezze, rivela verità. In questo caso, la sua osservazione illumina la tensione permanente tra l’io dello scrittore e l’idea di universalità che ogni opera porta con sé.
Del resto, la letteratura ha sempre avuto una relazione privilegiata con il sacro. Non necessariamente con la religione istituzionale, ma con l’idea di una parola che aspiri a una verità superiore. Lo scrittore, come il sacerdote o il profeta, lavora con le parole per dare forma all’invisibile, per nominare ciò che sfugge, per rendere percepibile l’indicibile. Immaginare Dio come lettore significa anche riconoscere alla scrittura una dimensione quasi sacrale.
Manganelli tra il sacro e il profano
Allo stesso tempo, l’aforisma contiene una sottile satira del narcisismo letterario. Gli scrittori, sembra suggerire Manganelli, possono essere creature profondamente egocentriche. Non si accontentano di essere letti da un pubblico qualsiasi: desiderano il lettore supremo. È una forma di hybris, di smisurata ambizione, ma anche il motore stesso della creazione artistica. Senza una certa dose di fiducia in sé, nessuno affronterebbe la solitudine e l’incertezza della scrittura.
Questa tensione tra modestia apparente e aspirazione smisurata è una delle caratteristiche più affascinanti della condizione dello scrittore. Da un lato, egli conosce la fragilità delle proprie parole; dall’altro, spera che esse possano toccare qualcosa di universale. Scrive sapendo che il suo libro potrebbe essere ignorato, ma continua a scrivere come se fosse destinato a durare per sempre.
In fondo, essere letti da Dio significa desiderare una lettura che sia insieme perfetta e giusta. Una lettura che colga non solo ciò che il testo dice, ma anche ciò che tenta di dire; non solo il risultato, ma l’intenzione; non solo la forma, ma lo sforzo che l’ha generata. È il sogno di essere compresi fino in fondo, senza residui, senza equivoci.
Forse questo desiderio non riguarda soltanto gli scrittori. In misura diversa, riguarda ogni essere umano. Tutti, almeno una volta, abbiamo desiderato essere compresi interamente, letti con uno sguardo capace di vedere oltre le apparenze. La scrittura rende semplicemente più evidente questa aspirazione universale.
Così, nella sua apparente leggerezza, la frase di Manganelli ci parla non solo di letteratura, ma della condizione umana. Scrivere, come vivere, significa esporsi allo sguardo altrui, sperando che qualcuno colga il nostro senso più autentico. E se quel qualcuno fosse addirittura Dio, tanto meglio.
L’ironia di Manganelli ci invita dunque a sorridere, ma anche a riflettere. Dietro ogni pagina scritta si nasconde un atto di fede: fede nel linguaggio, nella possibilità di comunicare, nell’esistenza di un lettore capace di comprendere. Che questo lettore sia reale, immaginario o divino, poco importa. Ciò che conta è che continui a esistere nell’immaginazione dello scrittore.
Perché forse è proprio questa fede, segreta e ostinata, a rendere possibile la letteratura.
