Sei qui: Home »

»

Una frase di Anthony Burgess sull’importanza dell’arte

Una frase di Anthony Burgess sull’importanza dell’arte

Leggiamo questa citazione tratta da “The face”, perché Anthony Burgess non è solo l’autore di “Arancia meccanica” ma anche di molto altro.

Una frase di Anthony Burgess sull'importanza dell'arte

24La citazione appartiene a Anthony Burgess ed è tratta da The Face. In queste parole, tanto concise quanto provocatorie, si condensa una concezione dell’arte come forza destabilizzante, capace di incrinare certezze, mettere in discussione valori consolidati, scuotere coscienze. L’idea che l’arte debba essere “pericolosa” non è un semplice paradosso retorico: è una dichiarazione di poetica e, insieme, una riflessione sulla funzione stessa dell’espressione artistica nella società.

«L’arte è pericolosa. È una delle sue attrattive: quando cessa di essere pericolosa, tu non la vuoi»

Ma in che senso l’arte sarebbe pericolosa? E perché questa pericolosità costituirebbe una delle sue attrattive?

Anthony Burgess oltre Arancia meccanica

Per comprendere la portata della frase, occorre anzitutto considerare il contesto culturale in cui Burgess scrive. Autore colto, ironico, spesso polemico nei confronti delle convenzioni morali e sociali, Burgess è noto soprattutto per A Clockwork Orange, romanzo in cui l’arte, la musica e la violenza si intrecciano in modo inquietante. In quell’opera, la bellezza della musica di Beethoven convive con l’orrore degli atti compiuti dal protagonista: un cortocircuito che mette in crisi l’idea consolatoria dell’arte come forza necessariamente edificante. L’arte non salva automaticamente; può essere ambigua, disturbante, persino complice del male.

Dire che l’arte è pericolosa significa riconoscerle un potere. Non si tratta di un pericolo fisico, ma simbolico e morale. L’arte autentica è pericolosa perché non si limita a confermare ciò che già sappiamo o pensiamo: ci espone a visioni alternative, ci obbliga a riconsiderare i nostri giudizi, talvolta ci mette di fronte a verità scomode. Un’opera letteraria, un dipinto, una composizione musicale possono insinuare dubbi, generare inquietudine, rompere l’equilibrio interiore.

Il pericolo, in questo senso, è legato alla trasformazione. Ogni esperienza artistica intensa comporta una modifica dello sguardo. Dopo aver letto un grande romanzo o contemplato un capolavoro pittorico, non siamo esattamente gli stessi di prima. L’arte agisce come una forza di dislocazione: ci sottrae alla nostra posizione abituale e ci costringe a esplorare territori interiori inesplorati. È pericolosa perché destabilizza.

Burgess aggiunge però un elemento decisivo: questa pericolosità è una delle attrattive dell’arte. L’essere umano non cerca soltanto sicurezza e conferma; è attratto anche dall’ignoto, dal rischio, dall’esperienza che supera i limiti del quotidiano. L’arte offre una forma di rischio controllato: permette di attraversare emozioni estreme, conflitti morali, scenari inquietanti senza subirne direttamente le conseguenze reali. È un laboratorio dell’esperienza umana.

Quando l’arte “cessa di essere pericolosa”, diventa innocua, decorativa, prevedibile. Si riduce a intrattenimento privo di profondità, a prodotto di consumo che non disturba né provoca. In questo caso, secondo Burgess, “tu non la vuoi”. L’affermazione può sembrare eccessiva, ma coglie un punto essenziale: l’arte che non sfida non lascia traccia. Può piacere nell’immediato, ma non incide.

La storia dell’arte è costellata di opere che, al momento della loro apparizione, sono state percepite come pericolose. Pensiamo ai romanzi realisti dell’Ottocento, accusati di immoralità; alle avanguardie del Novecento, ritenute scandalose; al cinema che affronta temi tabù; alla musica che rompe le convenzioni armoniche. Ciò che oggi consideriamo classico è spesso nato come provocazione.

Il pericolo dell’arte è anche politico. Un’opera può mettere in discussione il potere, denunciare ingiustizie, smascherare ipocrisie. In regimi autoritari, gli artisti sono spesso censurati proprio perché la loro voce è ritenuta sovversiva. Se l’arte fosse innocua, non avrebbe bisogno di essere controllata. Il fatto stesso che venga temuta testimonia la sua capacità di incidere sulla realtà.

Ma c’è anche un pericolo più intimo, interiore. L’arte può costringerci a riconoscere aspetti di noi stessi che preferiremmo ignorare. Può far emergere desideri, paure, contraddizioni. In questo senso, l’esperienza estetica è un confronto con l’ombra. Non sempre è rassicurante; talvolta è dolorosa. Eppure proprio questa intensità la rende memorabile.

La frase di Anthony Burgess invita dunque a diffidare di un’arte addomesticata, completamente integrata nei meccanismi del mercato e del consenso. Quando l’opera è progettata esclusivamente per piacere, per non urtare sensibilità, per non creare frizioni, rischia di perdere la sua forza originaria. L’arte, per essere tale, deve conservare una dimensione di imprevedibilità.

Naturalmente, non ogni provocazione è automaticamente arte. Il rischio non coincide con lo scandalo fine a se stesso. L’arte è pericolosa non perché urla o offende, ma perché tocca corde profonde, perché mette in crisi strutture mentali consolidate. La pericolosità autentica è quella che nasce dalla complessità, non dalla superficialità.

La citazione oggi

In un’epoca dominata dalla rapidità della comunicazione e dall’intrattenimento continuo, la riflessione di Burgess appare particolarmente attuale. La tentazione di rendere tutto facilmente consumabile, immediatamente comprensibile, privo di ambiguità è forte. Ma un’arte completamente “sicura” rischia di diventare irrilevante. Se non ci espone a un margine di rischio emotivo o intellettuale, non ci trasforma.

La citazione, infine, suggerisce una responsabilità anche per il pubblico. Se non vogliamo un’arte pericolosa, se preferiamo soltanto ciò che conferma le nostre convinzioni, contribuiamo a impoverirla. L’attrattiva del rischio implica una disponibilità ad accettare l’inquietudine. L’arte ci chiede coraggio: il coraggio di lasciarci cambiare.

In conclusione, l’affermazione di Anthony Burgess non è un elogio della distruttività, ma una difesa della vitalità dell’arte. Pericolosa perché viva, inquietante perché autentica, l’arte conserva il suo fascino proprio nella misura in cui non si lascia ridurre a semplice ornamento. Quando smette di sfidare, smette anche di contare. E forse, come suggerisce Burgess, smette di essere davvero desiderabile.