L’animale che siamo (2024) di Mariangela Gualtieri: la poesia che dà voce alla nostra anima

Scopri il significato di “L’animale che siamo” di Mariangela Gualtieri: una toccante lirica sull’ansia che dà voce alla nostra parte più intima.

L'animale che siamo (2024) di Mariangela Gualtieri: la poesia che dà voce alla nostra anima

L’animale che siamo di Mariangela Gualtieri è una poesia che racconta un aspetto fondamentale dell’esperienza contemporanea: la spaccatura profonda tra quello che gli altri si aspettano da noi e la stanchezza invisibile che custodiamo dentro.

In una vita dove tutti pretendono di vederci sempre forti, reattivi e capaci di reggere ogni peso, la poetessa si rivolge alla nostra zona più vulnerabile, quella carne viva che avverte il peso del mondo quando tentiamo di fingere che sia tutto a posto per non deludere chi ci circonda.

Per la poetessa fondatrice nel 1983 del Teatro Valdoca, insieme a Cesare Ronconi, l’animale non è una semplice metafora, ma la sostanza primordiale del nostro essere: quell’istinto genuino che si sveglia la notte, che trema di fronte al disordine del presente e che la società tenta continuamente di mettere a tacere.

Nel riconoscere questa fragilità, la Gualtieri non propone una resa o una fuga, ma un atto d’amore rivoluzionario: trasformare la ferita in un luogo di ascolto, cura e compassione verso tutto ciò che soffre.

L’animale che siamo appartiene alla produzione recente di Mariangela Gualtieri ed è inclusa nella sezione Nove marzo 2020 e dintorni della raccolta di poesie Ruvido umano, pubblicata da Einaudi nel 2024. Una silloge nata per attraversare i giorni del disorientamento e del dolore collettivo, in cui la parola poetica si fa corpo, respiro di soccorso e presenza vigile.

Leggiamo questa stupenda poesia di Mariangela Gualtieri per viverne la bellezza, analizzarne il significato e coglierne il dirompente messaggio sociale e umano.

La poesia di Mariangela Gualtieri che dà voce alla parte più intima del nostro essere

L’animale che siamo di Mariangela Gualtieri

L’animale che siamo lo sa bene –
vede il più folle passo che ci attende
lo spalancato abisso che ci chiama.

L’animale,
l’animale che siamo dorme male –
è atterrito.

Sua è la stanchezza in cui ci consumiamo.
Noi dormivamo e lui restava teso, noi leggevamo
e lui ci strattonava, noi ridevamo e lui no
non rideva.

Io ascolto lo sgomento dell’animale che sono.
Gli accarezzo il petto nel mio petto.
Appoggio la fronte alla sua zampa-mano.
Sono al mondo. Siamo. Vorrei
fare un pianto per tutti. Per tutto.

Mi appaiono i miliardi di animali
che teniamo rinchiusi malamente
e poi mangiamo. Vedo i musi. I becchi.
Le squame sanguinanti. Ho pena.
E l’umano guerreggiato. E quelli che hanno
fame. Quando l’orrore è grande
non si piange nemmeno.

Tieni la mia voce. Sono capace
di dare solo questo. Tieni
le mie parole. Mi svegliano la notte
per uscire da me e mettersi sul foglio.
Solo questo poco riesco a fare.

Benvenuto, dolore. Mio animale.
Guidami tu – ora.

L’intima resistenza delle nostre fragilità e il peso del presente:

L’animale che siamo è una poesia di Mariangela Gualtieri che dà voce al cortocircuito quotidiano vissuto da milioni di persone: quella spossante sensazione di dover correre, produrre e sorridere a tutti i costi mentre nel profondo, in silenzio, si accumula uno smarrimento difficile da spiegare. Non è una confessione venata di rassegnazione né una resa al dolore, ma una potente e orgogliosa rivendicazione del nostro diritto alla vulnerabilità.

Oggi più che mai, viviamo immersi in una cultura dell’esibizione che ci richiede di essere costantemente risolti, performanti, imperturbabili. Ci viene insegnato a considerare l’ansia, l’insonnia e lo sgomento come intralci biologici o deviazioni da correggere rapidamente con qualche pillola o con la retorica del pensiero positivo a tutti i costi.

Gualtieri, con la brutalità di una carezza, ribalta questo paradigma: quell’animale terfito che dentro di noi dorme male, che trascorre la notte teso mentre fuori continuiamo a recitare la commedia del “va tutto bene”, non è una disfunzione. È l’ultimo presidio della nostra umanità. È la parte di noi che rifiuta di essere anestetizzata dai ritmi disumani della modernità e che ci grida che non siamo macchine.

Sotto la superficie di una quotidianità fatta di scadenze, notifiche incessanti e convenzioni sociali, vive una dimensione viscerale e corporale che avverte le minacce reali del nostro tempo: l’incertezza del futuro, la stanchezza cronica, la sensazione di un mondo che corre ciecamente verso il proprio abisso.

La poesia ci libera dal peso della vergogna: non c’è nulla di sbagliato nel sentirsi inadeguati o sopraffatti. Sentire il limite non è un fallimento dell’io, ma la prova che siamo ancora vivi e capaci di avvertire la carne del mondo.

L’operazione della poetessa rompe la solitudine individuale per farsi gesto radicalmente politico e umano. Di fronte all’iper-connessione che isola e al rumore di fondo che stordisce, Mariangela Gualtieri propone un gesto minimo, sommesso eppure dirompente: smettere di scappare da se stessi, fermarsi a “accarezzare il petto nel proprio petto” e riconoscere che la prima forma di salvezza passa attraverso la gentilezza verso il proprio corpo impaurito.

Solo accettando di non essere invulnerabili possiamo smettere di percepire gli altri come minacce o concorrenti, trasformando il nostro dolore personale nell’unica vera porta d’accesso all’empatia e al perdono reciproco.

Analisi e significato della poesia L’animale che siamo di Mariangela Gualtieri

In L’animale che siamo, Mariangela Gualtieri costruisce un testo che non chiede di essere interpretato scolasticamente, ma subito sulla pelle. Attraverso una versificazione spezzata da enjambement continui, il ritmo della poesia ricalca il respiro corto, il battito accelerato e la frequenza cardiaca di chi vive in uno stato di allarme costante.

La composizione parte dalla presa di contatto con il proprio abisso interiore per poi spalancarsi, senza mediazioni, sul dolore del mondo intero. La poetessa ci mostra come l’ansia non sia una prigione solitaria, ma il filo invisibile che ci lega a tutto ciò che soffre.

L’intuizione dell’abisso e il terrore del corpo

La poesia si apre con una prima strofa che funziona come un presagio lucido e immediato:

L’animale che siamo lo sa bene –
vede il più folle passo che ci attende
lo spalancato abisso che ci chiama.

In questi primi tre versi, Mariangela Gualtieri tocca un nervo scoperto della nostra esistenza: la frattura tra ciò che la nostra mente cerca di razionalizzare e ciò che il nostro corpo già sa.

La razionalità umana è un dispositivo di difesa. Costruiamo agende, pianifichiamo scadenze, ci aggrappiamo a una routine rasserenante per convincerci che il mondo sia un luogo ordinato e sotto controllo.

Ma l’“animale”, quell’intelligenza sensoriale, biologica e ancestrale che vive sotto la superficie del nostro io, non si lascia ingannare dalle nostre architetture mentali.

L’animale avverte la scossa prima che il terremoto si manifesti. Intuisce la “follia del passo” perché sente il peso innaturale dei ritmi a cui ci sottoponiamo, la sproporzione tra la velocità artificiale della nostra civiltà e i tempi lenti e naturali di cui avrebbero bisogno il respiro, la carne e la terra.

Vede “lo spalancato abisso” non come una figura retorica, ma come una minaccia reale: è la percezione sorda che il sistema in cui viviamo stia spingendo l’acceleratore proprio mentre ci avviciniamo al precipizio.

È quell’intuizione che precede il pensiero e che si manifesta come un nodo alla gola improvviso, un peso sul petto o una vertigine quando ci fermiamo un secondo di troppo a guardare dove stiamo andando.

È nella seconda strofa che questa intuizione profonda si trasforma in una sofferenza fisica, quotidiana e intima:

L’animale,
l’animale che siamo dorme male -
è atterrito.

La poetessa dà un nome preciso a quell’inquietudine sorda che torna a galla nei momenti di silenzio. Di giorno siamo bravissimi a proteggerci: ci teniamo occupati, riempiamo le ore di impegni, notifiche e compiti da svolgere per dimostrare a noi stessi e agli altri di avere il pieno controllo della situazione. Ma quando le luci si spengono e la mente smette di difendersi, le barriere crollano.

È nel silenzio della notte che l’istinto presenta il conto di tutti i dubbi e le paure che abbiamo ricacciato indietro durante il giorno. L’animale che abita dentro di noi “dorme male” perché non sa mentire: rifiuta le rassicurazioni di facciata e le maschere di efficienza che indossiamo per sopravvivere alla routine.

Resta immobile, sveglio, atterrito da uno smarrimento che non riusciamo a spiegare a parole. È la manifestazione più pura della nostra stanchezza profonda: non un semplice affaticamento fisico che si risolve dormendo qualche ora, ma l’esaurimento emotivo di chi passa la giornata a recitare la parte di chi è forte, mentre dentro sente di stare scivolando via.

Il corto circuito quotidiano e la tenerezza del fermarsi

L’incomunicabilità tra la finzione sociale e la verità dell’istinto si fa drammatica nelle strofe successive:

Sua è la stanchezza in cui ci consumiamo.
Noi dormivamo e lui restava teso, noi leggevamo
e lui ci strattonava, noi ridevamo e lui no
non rideva.

Questa è la fotografia esatta del cortocircuito in cui ciascuno di noi si trova intrappolato. C’è una scissione dolorosa tra i gesti che compiamo e ciò che sentiamo dentro: proviamo a distrarci, a leggere, a sorridere in compagnia, a regalarci momenti di svago, ma sotto la superficie l’“animale” non partecipa.

Rifiuta la risata di circostanza, ci strattona, ci ricorda con un tremore interno che stiamo recitando un copione. La stanchezza in cui “ci consumiamo” non nasce dallo sforzo fisico, ma dall’energia immensa che spendiamo ogni giorno per apparire pacificati, adeguati, “a posto”.

Di fronte a questa spaccatura drammatica, la Gualtieri non cerca soluzioni di forza, non usa la rimozione né suggerisce di anestetizzare il dolore. Compie un gesto di rivoluzionaria e disarmante tenerezza:

Io ascolto lo sgomento dell’animale che sono.
Gli accarezzo il petto nel mio petto.
Appoggio la fronte alla sua zampa-mano.
Sono al mondo. Siamo.

Invece di combattere l’ansia, di colpevolizzarsi o di vergognarsene, la poetessa si ferma e la accoglie. L’atto di “accarezzare il petto nel proprio petto” e di “appoggiare la fronte alla sua zampa-mano” è un gesto di mansuetudine assoluta verso la propria vulnerabilità.

È lo smettere di farsi guerra da soli. È il momento in cui l’uomo smette di trattare il proprio corpo e la propria psiche come macchine da prestazione e riconosce la sacralità della propria fragilità.

Nel momento in cui ci concediamo di ascoltare il nostro terrore senza giudicarlo, l’isolamento cade: il passaggio decisivo da “Sono al mondo” al corale “Siamo” segna la riscoperta del legame profondo tra la nostra parte razionale e la nostra radice ancestrale, l’unica vera strada per ritrovare un senso di casa e di radicamento nella vita.

La compassione viscerale e la paralisi di fronte all’orrore

Quando lo sguardo di Mariangela Gualtieri si allarga oltre l’individuo, l’empatia smette di essere un esercizio teorico o un buonismo di maniera: diventa un’irruzione di carne, sangue e visione cruenta.

Mi appaiono i miliardi di animali
che teniamo rinchiusi malamente
e poi mangiamo. Vedo i musi. I becchi.
Le squame sanguinanti. Ho pena.
E l’umano guerreggiato. E quelli che hanno
fame. Quando l’orrore è grande
non si piange nemmeno.

In questi versi la Gualtieri dimostra che chi è dotato di una sensibilità viva non può compartimentare la pietà. Non c’è una barriera che separi la sofferenza di un animale richiuso in un allevamento intensivo dalla tragedia di chi vive sotto le bombe o dalla disperazione di chi muore di fame.

La poesia abbatte ogni gerarchia della sofferenza: i “musi”, i “becchi” e le “squame sanguinanti” appartengono alla stessa carne ferita dell’ “umano guerreggiato”, vittime della medesima violenza sistemica che la nostra civiltà ha trasformato in abitudine e consumo.

L’affondo più straordinario sta nel verso finale: “Quando l’orrore è grande / non si piange nemmeno”. È la diagnosi più intima e accurata della saturazione emotiva del nostro tempo. Viviamo in una società che ci sovraespone ogni giorno alla visione dell’orrore attraverso gli schermi, senza darci alcuno strumento per fermarlo.

Questo genera una forma inedita di sofferenza: la paralisi da impotenza. Il pianto è pur sempre una reazione, uno sfogo, una difesa del corpo; ma di fronte alla sproporzione del male, il corpo non riesce più a liberarsi con le lacrime e si pietrifica.

La poetessa ci libera dal senso di colpa per la nostra apparente apatia: quel gelo interiore che proviamo davanti alle notizie non è cinismo né indifferenza, ma l’estremo tentativo della nostra psiche di non andare in frantumi di fronte a un dolore troppo grande.

La parola come cura minima e la resa liberatoria

Nella parte finale di L’animale che siamo, la poesia spoglia se stessa da qualsiasi pretesa di salvezza o di profezia, consegnandosi nella sua forma più nuda, umile e sincera:

Tieni la mia voce. Sono capace
di dare solo questo. Tieni
le mie parole. Mi svegliano la notte
per uscire da me e mettersi sul foglio.
Solo questo poco riesco a fare.

Gualtieri ammette con spietata onestà la sproporzione tra la vastità del male nel mondo e la fragilità della parola poetica. La poesia non ferma i proiettili, non apre le gabbie, non risana da sola l’ansia di chi non ce la fa più. È soltanto un “poco”, un gesto minimo scaturito dalla solitudine delle notti insonni, quando l’unica cosa possibile è rimanere svegli e mettere nero su bianco il proprio tremore.

Eppure, è proprio nel rifiuto di farsi “soluzione magica” che la poesia trova la sua forza più autentica. Non si propone come una medicina che cancella il dolore, ma come una presenza.

Consegnare la propria voce al lettore con l’invito “Tieni la mia voce” è un gesto di pura fratellanza nell’oscurità: è l’equivalente di sedersi accanto a qualcuno che soffre in una stanza buia, senza la presunzione di spiegargli come guarire, ma tenendogli semplicemente la mano.

Quel “poco” diventa così un pane spezzato nel buio, un rifugio momentaneo che ci libera dalla sensazione più devastante di tutte: la convinzione di essere i soli a provare quella stanchezza.

La lirica si sigilla infine con un’invocazione che ribalta radicalmente il nostro rapporto con la sofferenza:

Benvenuto, dolore. Mio animale.
Guidami tu – ora.

Il dolore smette di essere un nemico da combattere con la distrazione, i consumi o la finta felicità a tutti i costi; diventa un maestro. Accettare che sia l’animale vulnerabile a guidarci significa smettere di inseguire le illusioni di una civiltà iper-efficiente e ritrovare, nell’ascolto della propria e dell’altrui ferita, l’unico modo autentico per restare umani.

La lezione di Mariangela Gualtieri: accogliere la fragilità per restare umani

In L’animale che siamo, Mariangela Gualtieri compie un atto radicale: si rifiuta di rassicurarci con facili consolazioni. Non ci offre la pillola dorata della felicità a comando né la promessa che “andrà tutto bene” se solo ci sforzeremo di pensare positivo. Al contrario, ci insegna che l’ansia, l’insonnia e la stanchezza non sono difetti di fabbrica o debolezze da nascondere con vergogna, ma i segnali più puri e incorrotti della nostra sensibilità di fronte alle durezze della vita.

La sua voce smantella da cima a fondo il mito contemporaneo dell’invulnerabilità. Viviamo immersi in una cultura della prestazione che ci misura solo in base alla produttività, all’efficienza e alla capacità di incassare i colpi senza piegarci mai.

Ci è stato insegnato che crollare è un fallimento individuale, che mostrare la propria fatica significa essere “deboli”. La Gualtieri ribalta questo paradigma disumano: ci rivela che l’obbligo di essere sempre forti è la vera gabbia che ci sta consumando e che l’unico modo per salvarci è affrancarci da questa dittatura, tornando ad ascoltare le esigenze primordiali della nostra natura.

Oggi questa intuizione risuona con un’evidenza dolorosa e urgente. In una società devastata dal burnout, dallo stress cronico e da una solitudine emotiva che nemmeno l’iper-connessione digitale riesce a colmare, la poesia di Mariangela Gualtieri offre un’alternativa concreta. Non è una fuga dalla realtà, ma una forma di resistenza intima.

Quella che Alda Merini chiamava la “civiltà infelice”, il mondo che ci vuole sempre sorridenti, performanti e imperturbabili mentre dentro andiamo in pezzi, viene smentita da un gesto di rivoluzionaria gentilezza verso se stessi: “appoggiare la fronte alla propria zampa-mano“.

Questo significa fare pace con le proprie crepe, smettere di pretendere da noi stessi un’invulnerabilità che non ci appartiene e riconoscere una verità fondamentale: non siamo macchine.

È soltanto a partire dalla nostra fragilità dichiarata che possiamo smettere di guardare gli altri come concorrenti o minacce, abbassare le armi e ricostruire un legame autentico con il mondo.

Perché solo chi sa riconoscere l’animale spaventato che ha nel petto sarà capace di provare una pietà vera per quello altrui. Ed è precisamente in questa crepa, in questo spazio di vulnerabilità condivisa, che ritroviamo l’unica strada possibile per restare umani.