In questa notte d’autunno di Nazim Hikmet è una poesia che racconta il valore che possono assumere le parole quando la persona amata è lontana. Una lettera, una frase, poche righe scritte da chi amiamo riescono a conservare qualcosa della sua presenza e ad accorciare una distanza che sembra impossibile da superare.
Quando Hikmet scrive questi versi si trova in carcere, lontano dalla donna amata e dalla vita fuori dalla prigione. Le parole che riceve diventano così un modo per sentirne la vicinanza e mantenere un legame con il mondo esterno.
Il poeta le descrive come qualcosa di concreto, capace di avere il peso di una mano e la luce delle stelle. Arrivano dalla “testa”, dalla “carne” e dal “cuore” della donna, portando con sé pensieri, sentimenti e quella dimensione fisica dell’amore che la lontananza gli impedisce di vivere.
È un’esperienza che appartiene anche alla nostra vita. Quando siamo lontani da una persona importante, le sue parole acquistano spesso un significato diverso. Le rileggiamo, le ricordiamo e finiamo per riconoscere dentro una frase il suo modo di pensare, il tono della sua voce e ciò che ci lega a lei.
In questa notte d’autunno è stata pubblicata in Italia nella raccolta Poesie d’amore di Nazim Hikmet, edita da Mondadori nella traduzione di Joyce Lussu. Nell’edizione italiana il componimento è collocato nel 1948, anche se il testo originale turco offre un’indicazione differente.
La poesia è diventata particolarmente conosciuta in Italia anche grazie al cinema. Ferzan Özpetek la inserì nel film Le fate ignoranti del 2001, facendola entrare nel dialogo tra i personaggi interpretati da Margherita Buy e Stefano Accorsi.
Leggiamo questa stupenda poesia di Nazim Hikmet per scoprirne il profondo significato.
In questa notte d’autunno di Nazim Hikmet
In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
Dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.
Le parole dell’amore rendono presente chi è lontano
In questa notte d’autunno nasce durante gli anni trascorsi da Nazim Hikmet in carcere, quando le lettere rappresentavano uno dei pochi modi per mantenere vivo il rapporto con le persone amate e con la vita fuori dalla prigione. Le parole ricevute diventano così il centro della poesia: Hikmet le conserva, le ripensa e attraverso di esse ritrova qualcosa della persona che le ha scritte.
L’edizione italiana di Poesie d’amore, nella traduzione di Joyce Lussu, presenta però un elemento che merita attenzione. Il componimento è collocato sotto l’anno 1948 all’interno della sezione Lettere dal carcere a Munevvér. È questa, dunque, la cornice nella quale il testo è stato proposto ai lettori italiani.
Le fonti turche restituiscono una diversa collocazione. Lo stesso componimento, che nell’originale comincia con “Bu geç vakit / bu sonbahar gecesinde”, compare nelle Piraye İçin Yazılmış: Saat 21-22 Şiirleri, ovvero le “Poesie delle ore 21-22 scritte per Piraye“, e porta la data del 20 settembre 1945.
La corrispondenza tra il testo italiano e quello turco è evidente anche nei passaggi centrali. Nell’originale Hikmet scrive che le parole arrivano dal cuore, dalla testa e dalla carne della donna, per concludere affermando che quelle parole “erano uomini”: sono gli stessi nuclei poetici che ritroviamo nella versione italiana di Joyce Lussu.
La diversa collocazione tra l’edizione italiana e le fonti turche rende quindi necessaria una precisazione. Se Poesie d’amore presenta il testo tra le Lettere dal carcere a Munevvér e lo colloca nel 1948, nell’originale turco il componimento risulta appartenere al ciclo dedicato a Piraye ed è datato 20 settembre 1945.
Non avendo al momento una fonte che spieghi l’origine di questa discrepanza editoriale, è preferibile segnalarla senza attribuirle una causa.
Questo contesto aiuta anche a comprendere perché le parole occupino tutto lo spazio della poesia. Hikmet attribuisce loro caratteristiche fisiche e umane: hanno il peso di una mano, provengono dalla carne e dal cuore, portano tristezza, allegria, speranza e coraggio. La persona lontana può così tornare presente attraverso ciò che ha scritto.
Analisi e significato di In questa notte d’autunno
Il significato della poesia di Nazim Hikmet ruota intorno al valore che assumono le parole quando arrivano da una persona amata e lontana. Hikmet parte dalle parole ricevute e le trasforma progressivamente in qualcosa di concreto: hanno un peso, sembrano provenire dal corpo della donna e portano con sé i suoi pensieri e i suoi sentimenti.
La poesia segue questo passaggio attraverso immagini semplici e fisiche. Prima le parole riempiono il poeta e vengono accostate al tempo, alla materia, alla mano e alle stelle; poi arrivano dalla “testa”, dalla “carne” e dal “cuore” della donna. Nel finale contengono emozioni diverse, dalla tristezza alla speranza, fino a diventare “uomini”. È il modo con cui Hikmet racconta quanto una persona possa continuare a essere presente attraverso ciò che scrive.
La poesia comincia da una notte precisa e da una sensazione altrettanto precisa:
In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
Hikmet si sente “pieno” delle parole ricevute. L’espressione suggerisce qualcosa di più del semplice ricordo di ciò che ha letto: quelle parole sono entrate nella sua esperienza, continuano a tornare nei pensieri e riempiono lo spazio creato dalla lontananza.
Il poeta attribuisce loro prima di tutto una durata. Definirle “eterne come il tempo” significa sottrarle al momento in cui sono state pronunciate o scritte: continuano a esistere dentro di lui e a mantenere vivo il rapporto con la persona lontana. Subito dopo compare la “materia”, e qualcosa che per sua natura è immateriale comincia ad acquistare consistenza.
L’immagine della mano rende ancora più evidente questo passaggio. Le parole hanno un “peso”, proprio come una mano appoggiata sul corpo. Hikmet avvicina così la scrittura al contatto fisico: nella condizione di lontananza in cui si trova, ciò che riceve dalla persona amata conserva qualcosa della sua presenza. La mano richiama un gesto reale, il contatto e la vicinanza che in quel momento gli sono negati.
Alla concretezza della mano si aggiunge poi la luce delle stelle. Le parole sono allo stesso tempo pesanti e scintillanti, vicine al corpo e legate alla notte che dà il titolo alla poesia. Hikmet passa così dal tempo alla materia, dalla materia al corpo e infine alla luce, attribuendo alle parole qualità che appartengono al mondo reale.
Questa progressione prepara anche ciò che avviene nella strofa successiva. Se qui le parole cominciano ad assumere una consistenza, poco dopo Hikmet ne cercherà direttamente l’origine nella persona amata, facendole arrivare dalla sua “testa”, dalla sua “carne” e dal suo “cuore”.
Hikmet passa dalle caratteristiche delle parole alla persona dalla quale provengono.
Dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
“Testa”, “carne” e “cuore” richiamano tre dimensioni che nella lontananza gli mancano: il pensiero della donna, la sua presenza fisica e i suoi sentimenti.
Per questo le parole sono “cariche di te”. Dentro ciò che riceve Hikmet riconosce la persona che ha scritto: il suo modo di pensare, ciò che prova e anche il ricordo del suo corpo. La scelta della “carne” rende particolarmente evidente questo aspetto, perché introduce nella poesia la dimensione fisica di un rapporto che la prigionia costringe a vivere a distanza.
Le parole riescono quindi a fare ciò che i due corpi in quel momento non possono fare: raggiungersi. Hikmet non elimina la distanza, ma trova nella scrittura una forma di vicinanza che gli permette di mantenere vivo il rapporto con la donna amata.
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.
In soli tre versi Hikmet raccoglie diversi aspetti del rapporto con la donna a cui si rivolge. “Madre”, “amore” e “amica” indicano cura, sentimento e condivisione: la persona amata è presente nella sua vita in modi diversi e le sue parole portano con sé ciascuna di queste dimensioni.
È interessante osservare anche la scelta compiuta nella traduzione italiana di Joyce Lussu. Nell’originale turco compaiono i termini “ana”, “kadın” e “yoldaş”, che rimandano rispettivamente alla madre, alla donna e alla compagna. Joyce Lussu rende invece la sequenza con “madre”, “amore”, “amica”, scegliendo una formulazione più direttamente affettiva.
Alla luce della collocazione turca del componimento nel ciclo dedicato a Piraye, questi versi acquistano anche un riferimento biografico più preciso. Hikmet raccoglie nelle parole della moglie diverse forme di vicinanza che la separazione fisica gli impedisce di vivere direttamente.
Le parole della donna contengono sentimenti diversi e anche contrastanti.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
Possono essere “tristi” e “amare”, ma anche “allegre” e “piene di speranza”. Hikmet accosta sentimenti opposti perché le parole ricevute non raccontano una realtà semplificata dalla distanza. Dentro di esse entra la vita così com’è, con le difficoltà, le preoccupazioni, i momenti di felicità e la speranza che permette di guardare avanti.
Questa alternanza è importante anche per comprendere il rapporto tra il poeta e la persona che gli scrive. Le sue parole non hanno soltanto il compito di consolarlo: condividono con lui ciò che accade e ciò che viene provato. Proprio per questo sono “cariche” della persona da cui provengono, come Hikmet aveva scritto poco prima. La tristezza e l’amarezza hanno lo stesso valore dell’allegria e della speranza, perché tutte queste emozioni contribuiscono a restituirgli una presenza reale.
Gli aggettivi “coraggiose” ed “eroiche” aggiungono un’altra dimensione. Il coraggio appartiene alle parole, ma inevitabilmente rimanda anche a chi le ha scritte e alla capacità di affrontare una separazione lunga e difficile. Per Hikmet, che vive la prigionia e l’isolamento, ricevere quelle parole significa continuare a partecipare emotivamente a una vita che si svolge fuori dal carcere.
C’è inoltre una progressione negli aggettivi scelti dal poeta: dalle emozioni più intime, come tristezza e allegria, si passa alla speranza e infine al coraggio e all’eroismo. Le parole diventano così qualcosa di più di un racconto della quotidianità: portano nella cella sentimenti, esperienze e una forza umana che prepara direttamente i sorprendenti versi conclusivi:
le tue parole
erano uomini.
Hikmet porta la poesia dalla dimensione privata dell’amore a una dimensione più ampia. Le parole ricevute non rappresentano più soltanto la persona che le ha scritte: dentro di esse Hikmet ritrova sentimenti, esperienze e quella vita umana dalla quale il carcere lo tiene separato.
Il plurale “uomini” assume così un significato particolare. Dopo aver parlato della “testa”, della “carne” e del “cuore”, il poeta arriva a vedere nelle parole qualcosa di vivo, capace di contenere le diverse emozioni appena nominate: tristezza, amarezza, allegria, speranza e coraggio. Tutto ciò che appartiene all’esperienza umana riesce a raggiungerlo attraverso la scrittura.
Il finale completa quindi la trasformazione iniziata nei primi versi. Le parole avevano acquistato consistenza e peso, erano diventate vicine al corpo; adesso diventano persone. Per un uomo costretto alla separazione dal mondo esterno, quelle parole rappresentano un contatto con la vita che continua oltre le mura del carcere.
Ed è proprio in questo passaggio che l’esperienza personale di Hikmet si apre a un significato più ampio: le parole possono custodire la presenza degli altri anche quando non possiamo averli accanto.
Le prigioni dell’amore non hanno sempre delle sbarre
La prigione di Nazim Hikmet aveva mura, sbarre e una distanza reale dalle persone che amava. Ma esistono anche separazioni che non hanno bisogno di una cella. Si può amare qualcuno e non poterlo raggiungere, desiderare un abbraccio senza poterlo dare, sentire il bisogno di una presenza che le circostanze della vita tengono lontana.
Le “prigioni” dell’esistenza possono essere affettive, sociali, familiari, economiche. A volte dipendono dalle scelte compiute, altre volte da condizioni che non possiamo controllare. Ci sono amori costretti ad aspettare, relazioni vissute a distanza, persone che devono separarsi per lavoro o per necessità, legami che attraversano periodi nei quali stare insieme è semplicemente impossibile.
È soprattutto a chi conosce questa esperienza che la poesia di Hikmet può parlare ancora oggi. Amarsi senza potersi toccare significa affidare alle parole una parte dei propri desideri: raccontare ciò che avremmo voluto fare insieme, dire quanto manca un corpo, immaginare un incontro, continuare a condividere la propria vita anche quando non è possibile condividerne lo stesso spazio.
Le parole non sostituiscono un abbraccio, un bacio o la quotidianità trascorsa accanto a qualcuno. Possono però dare una forma a ciò che non riusciamo a vivere nel presente. Permettono al desiderio di essere detto e all’altro di sapere che quel desiderio esiste.
È forse qui che In questa notte d’autunno incontra esperienze molto diverse da quella di Hikmet. Ognuno può conoscere, in momenti differenti della propria vita, una distanza che non ha scelto. E quando il corpo deve fermarsi davanti a un limite, le parole possono continuare ad attraversarlo, dando voce a tutto ciò che vorremmo ancora vivere, amare, toccare e baciare.

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