Dimentichiamo la spensieratezza del mare, il relax e l’idillio della bella stagione. In Di Luglio, Giuseppe Ungaretti ci svela una visione dell’estate completamente opposta: la dipinge come una figura mitologica, violenta e primordiale, che aggredisce e divora la vita. Attraverso la metafora della calura asfissiante, ci scontriamo con una profonda riflessione sul tempo, un flusso inarrestabile di fronte al quale scopriamo tutta l’impotenza del nostro cammino umano.
Ci troviamo di fronte a un’estate che si trasforma in una figura mitica e archetipica. Non una stagione qualsiasi, ma una forza cosmica e millenaria, una divinità pagana della distruzione: la perfetta personificazione del Tempo (Crono) che spoglia la terra fino a metterne a nudo lo scheletro. Davanti ai nostri occhi la natura si fa furia, sete e luce abbacinante, un’energia implacabile che non ci lascia scampo e travolge ogni cosa con la sua violenza.
Scritta nel 1931, Di Luglio è contenuta ne “La fine di Crono“, la seconda sezione di Sentimento del tempo, la raccolta pubblicata per la prima volta da Vallecchi a Firenze nel 1933, e poi nel 1936 e 1942, che segna la grande svolta del poeta verso una tradizione più classica e solenne.
Leggiamo insieme questo straordinaria poesia di Giuseppe Ungaretti per scoprirne il significato più intimo e nascosto.
Di Luglio di Giuseppe Ungaretti
Quando su ci si butta lei,
Si fa d'un triste colore di rosa
Il bel fogliame.
Strugge forre, beve fiumi,
Macina scogli, splende,
È furia che s'ostina, è l'implacabile,
Sparge spazio, acceca mete,
È l'estate e nei secoli
Con i suoi occhi calcinanti
Va della terra spogliando lo scheletro.
Il tempo una forza che come il caldo d’estate domina tutto
Di Luglio è una poesia di Giuseppe Ungaretti in cui la calura estiva di un soffocante giorno del settimo mese dell’anno a Roma – città dove il poeta aveva stabilito la residenza fissa con la moglie Jeanne Dupoix e la figlia Anna Maria – diventa un’articolata allegoria del “Tempo” come forza invincibile e totalizzante, capace di segnare, trasformare e, infine, dominare ogni forma di vita.
Questi sono gli anni che segnano un’importante svolta stilistica per il poeta nato ad Alessandria d’Egitto. Ci lasciamo alle spalle il periodo dell’espressionismo ungarettiano, che ha il suo manifesto in L’Allegria, la celebre raccolta degli anni giovanili in cui era impegnato come soldato nelle trincee della Prima Guerra Mondiale.
Proprio a partire dal 1931, l’anno di stesura di questa poesia, la vita di Ungaretti si apre a una dimensione internazionale grazie all’incarico di inviato speciale per La Gazzetta del Popolo. Questo impiego lo porta a viaggiare continuamente tra l’Egitto, la Corsica, i Paesi Bassi e l’Italia meridionale, permettendogli di alternare i periodi nella sua casa romana a grandi reportage sul mondo.
Questo dinamismo esistenziale si riflette profondamente in Sentimento del tempo, la raccolta che contiene la poesia, dove assistiamo al ritorno a una forma più distesa, più solenne e ricca di riferimenti alla tradizione classica e barocca. La lingua stessa si fa più lessicale e articolata, mentre le immagini diventano più ampie, plastiche e narrative.
In questo quadro, il paesaggio di Roma, con la sua monumentalità e la sua stratificazione storica, fa da sfondo spirituale alla nuova poetica, ma si arricchisce delle suggestioni raccolte dal poeta durante i suoi viaggi. Roma diventa per noi la città eterna per eccellenza, uno spazio senza tempo dove il passato e il presente si fondono infine in un’unica, perenne visione.
Non a caso, Di Luglio fa parte della sezione della raccolta, intitolata proprio “La fine di Crono” e scritta tra il 1925 e il 1931. Ricordiamo che Crono, il dio greco del tempo, rappresenta qui il tempo che scorre inesorabilmente e la finitezza della condizione umana. Il vero cuore della poesia è proprio una meditazione in cui presente, passato e futuro si rivelano come le dimensioni temporali in cui noi umani siamo immersi, del tutto incapaci di reagire a questo dominio assoluto.
In questo orizzonte, il significato profondo dell’opera si lega a un superamento definitivo dello stile frammentario e fulmineo delle prime fatiche ungarettiane. Il tempo non viene più vissuto solo nell’immediatezza del momento, come accadeva nella precarietà della trincea, ma diventa una riflessione metafisica e universale sul rapporto tra l’uomo e l’infinito.
Il titolo della sezione, “La fine di Crono”, assume così un valore dirompente, poiché simboleggia la sconfitta e il superamento del tempo stesso, aprendo la strada a una dimensione di eternità e a una profonda riscoperta della fede e del misticismo. I versi si fanno di conseguenza più ampi, regolari e armonici.
Utilizzando sapientemente gli spazi bianchi e le pause, Ungaretti adotta uno stile più vicino all’ermetismo e al barocco romano, con un’attenzione del tutto particolare alla cadenza delle parole e alla forza distruttrice e rigeneratrice della natura.
Ungaretti mette in scena sul nostro palcoscenico interiore la collisione tra tre dimensioni temporali distinte che si intrecciano senza sosta. Sperimentiamo innanzitutto il presente, che si manifesta attraverso il calore soffocante, la sete e il disorientamento dell’afa romana, restituendoci l’esperienza fisica immediata della nostra fragilità.
A questo livello si aggancia poi la memoria del passato, evocata dal ricordo collettivo, dalle civiltà visitate dal poeta e dai cicli eterni delle stagioni, che ci porta a comprendere come questo dramma umano si ripeta immutato da sempre. Infine, veniamo proiettati nell’eterno, quell’assoluto che decreta “La fine di Crono”.
Un tempo mitico e sacro, senza inizio né fine, che si dispiega nei secoli attraverso l’immagine di un’estate cosmica capace di ridurre la storia e la materia in polvere per rivelare l’infinito. Questa visione profonda trasforma un’esperienza fisica in una meditazione esistenziale e cosmica, dove l’estate diventa la metafora definitiva del destino umano e della continua erosione della vita sotto il peso del tempo.
Analisi e significato della poesia Di Luglio di Ungaretti
Andando più in profondità nel significato dei versi di Giuseppe Ungaretti, fin dall’inizio della poesia il poeta rappresenta l’estate, che è la protagonista assoluta del poema, come un’entità viva, aggressiva, che si abbatte sulla terra senza alcuna pietà:
Quando su ci si butta lei,
Si fa d'un triste colore di rosa
Il bel fogliame.
L’estate con la sua calura asfissiante “di luglio” non è più una semplice stagione dell’anno, ma manifestazione fisica e violenta del Tempo. È una divinità che irrompe, che modifica il paesaggio, che trasforma la bellezza in malinconia, che toglie vitalità alla natura, preludio alla morte e alla decadenza umana.
Nella seconda parte della poesia, l’immagine del Tempo si fa ancora più devastante:
Strugge forre, beve fiumi, Macina scogli, splende, È furia che s'ostina, è l'implacabile, Sparge spazio, acceca mete,
Qui Ungaretti descrive una forza cosmica, una divinità cieca e inarrestabile. Il Tempo non conosce ostacoli: scava le gole, prosciuga i fiumi, erode i monti, invade lo spazio, disorienta ogni punto di riferimento.
Non ci sono vie di fuga. Il Tempo è “l’implacabile”, il dominatore assoluto di ogni forma di esistenza.
La chiusura della poesia amplia ancora di più questa visione, portandola dal piano naturale a quello cosmico e mitologico:
È l'estate e nei secoli
Con i suoi occhi calcinanti
Va della terra spogliando lo scheletro.
Il Tempo non appartiene solo al nostro presente. È nei secoli, agisce da sempre e per sempre, una forza che non si arresta mai, che nel suo passaggio lascia solo desolazione e scheletri di ciò che un tempo era vivo.
In questo senso, l’estate diventa metafora del tempo cosmico, una figura mitica simile a Crono, il dio greco che divorava i suoi figli, simbolo per eccellenza del tempo che consuma e distrugge.
L’impotenza umana di fronte allo scorrere impetuoso del tempo
Lo scorrere inesorabile del tempo, così come la calura ossessiva di luglio, rende gli umani totalmente impotenti. Passano i giorni, le settimane, i mesi, gli anni e si è abbagliati dall’esistere inconsapevoli che la vita è destinata a finire.
Non a caso, Ungaretti nella poesia non descrive un io lirico che lotta o si ribella, ma mette in scena una natura soggiogata, una terra che subisce, un ciclo che si ripete nei secoli. La città di Roma con la sua storia è il simbolo da un lato dell’eternità e il testimone delle esistenze che passano trasportate dal tempo.
Tutto passa, sembra voler dire il poeta, solo le cose eterne che si creano rimangono e resistono all’erosione del tempo. Questa visione si collega profondamente al contesto storico e filosofico in cui nasce la raccolta: gli anni Trenta, un’epoca in cui l’Italia viveva una tensione tra il bisogno di ordine e la paura del disfacimento, in un clima di restaurazione culturale dopo le avanguardie, ma anche di crescente inquietudine esistenziale.
Di Luglio rappresenta la riflessione filosofica di Giuseppe Ungaretti sul destino dell’uomo nel tempo, sul senso della vita nella sua transitorietà, e sull’incontro inevitabile con la morte e la dissoluzione.
È un potente affresco del Tempo come dominatore assoluto della vita, una rappresentazione della fragilità umana di fronte all’eterno scorrere delle epoche, una meditazione poetica su ciò che significa esistere sotto il peso di un tempo che tutto consuma, tutto trasforma, tutto riduce in polvere.
Ungaretti, con la sua lingua scarna ma potente, ci costringe a guardare in faccia la nostra condizione di esseri transitori, sempre in bilico tra l’illusione della permanenza e la certezza della fine.
