Il coraggio di vivere: il senso della vita secondo Julio Cortázar e il salto verso l’ignoto

Attraverso Rayuela, Julio Cortázar ci sfida a superare la paura dell’ignoto: il vero senso della vita si svela solo compiendo quel salto che evitiamo.

Il coraggio di vivere il senso della vita secondo Julio Cortázar e il salto verso l'ignoto

Appartiene a Julio Cortázar, uno degli scrittori più brillanti e rivoluzionari del Novecento, una delle citazioni letterarie più potenti, intime e attuali con cui possiamo confrontarci:

“La vita sta lì, alla portata del salto che non facciamo”.

Questa brevissima frase, tratta dal suo capolavoro assoluto, il romanzo “Rayuela” (tradotto in Italia con il titolo “Il gioco del mondo” e pubblicato originariamente nel 1963 in Argentina), non è soltanto un aforisma affascinante. È una vera e propria diagnosi clinica della condizione umana. In un’epoca come la nostra, in cui siamo spesso bloccati dall’ansia, dalla paura di fallire e dall’incertezza del futuro, le parole dello scrittore ci invitano a fermarci e a riflettere su quanta parte della nostra esistenza stiamo sacrificando sull’altare della sicurezza.

Il significato profondo del “salto che non facciamo”

Questa frase rappresenta una profonda riflessione sulla paralisi che colpisce chi cerca di andare oltre una conoscenza banale e superficiale delle cose, ma finisce intrappolato nelle proprie insicurezze.

A chi non è mai capitato di trovarsi di fronte a un bivio, a una sfida che avrebbe rimesso in gioco la propria visione del mondo, e di sentirsi improvvisamente spaventato al punto da diventare di pietra? L’ignoto terrorizza. Tutto ciò che si trova al di là del nostro recinto rassicurante rappresenta una minaccia. Saltare significa rischiare di scoprire scenari che non siamo pronti ad affrontare; significa dover aprire quei cassetti emotivi in cui abbiamo relegato traumi pregressi, delusioni amorose, sconfitte cocenti o omissioni di cui ci vergogniamo.

L’immobilità diventa il nostro meccanismo di difesa preferito. Tuttavia, quel confine che ci separa dall’azione è un’arma a doppio taglio: da una parte sembra un buco nero in cui temiamo di sparire, ma dall’altra è l’unico, vero trampolino verso una versione migliore e più autentica di noi stessi.

Cosa ci insegna questa riflessione

Arriviamo quindi al nucleo pratico del messaggio di Cortázar. Cosa possiamo trarre da questa amara ma illuminante constatazione per la nostra quotidianità? Questa singola frase è un vero e proprio manuale di vita, che ci insegna quattro lezioni fondamentali:

Il personaggio di Horacio Oliveira, protagonista del libro da cui è tratta la citazione, ci dimostra come il pensare troppo diventi un alibi per non vivere. Cortázar ci insegna che la vita vera non si teorizza, si sperimenta. Per quanto possiamo analizzare i pro e i contro di una scelta sentimentale o lavorativa, l’unica vera risposta la otterremo solo sporcandoci le mani e affrontando il rischio.

Questa frase ci trasmette il coraggio di abbracciare il fallimento: il salto verso l’ignoto non garantisce un atterraggio morbido. Potremmo farci male, potremmo fallire. Ma questo aforisma ci urla in faccia una grande verità: il rimpianto per un “salto non fatto” (la vita che stava lì e che abbiamo ignorato) è infinitamente più logorante del dolore di una caduta. I fallimenti insegnano e guariscono; le occasioni sprecate diventano spettri.

La frase ci indica chiaramente che “comfort zone” è in realtà una gabbia: spesso ci accontentiamo di situazioni tiepide – un lavoro sicuro ma opprimente, una relazione spenta ma abitudinaria – solo perché ci sono familiari. Cortázar ci esorta a riconoscere che la nostra evoluzione, la meraviglia, lo stupore e la vera felicità risiedono esattamente fuori dal nostro cono d’ombra e dalle nostre certezze.

Aspettare di avere la totale sicurezza, di essere infallibili o di non provare più paura è un inganno psicologico. La paura è umana e non svanirà mai del tutto. L’incoscienza, a volte, è salvifica: bisogna imparare a saltare insieme alla propria paura, non senza di essa.

In spagnolo, Rayuela significa letteralmente “il gioco della campana”, quel gioco disegnato col gesso sull’asfalto in cui i bambini saltano da una casella all’altra su un piede solo, con l’obiettivo di raggiungere la casella finale chiamata “Cielo”.
Ecco, non si può raggiungere il Cielo stando fermi con entrambi i piedi sulla casella di partenza. La magia, il senso più intimo dell’esistenza, si trova in quella frazione di secondo in cui siamo sospesi in aria e tutto è possibile. Come suggeriva Goethe: “L’audacia reca in sé genialità, magia e forza”.

La vita è proprio lì, ad un palmo di distanza. Smettiamo di rimandare: è il momento di prendere la rincorsa.

Chi era Julio Cortázar: l’architetto dei labirinti umani

Nato il 26 agosto 1914 e scomparso il 12 febbraio 1984, Julio Cortázar (all’anagrafe Julio Florencio Cortázar Descotte) è stato molto più di un semplice romanziere; è stato una vera e propria istituzione della letteratura mondiale. Argentino di nascita ma cosmopolita per vocazione (visse a lungo a Parigi, di cui prese anche la cittadinanza francese), è stato un intellettuale poliedrico e inclassificabile. Si è misurato con la saggistica, la critica letteraria, la poesia e la drammaturgia.

Insieme a giganti come Gabriel García Márquez e Jorge Luis Borges, Cortázar è stato uno dei massimi esponenti del “Boom latinoamericano”. La sua scrittura è stata spesso paragonata a quella di Anton Čechov o di Edgar Allan Poe, per la straordinaria capacità di mescolare atmosfere fantastiche, metafisiche e iper-realistiche. Con la precisione di un bisturi, Cortázar dissezionava l’animo umano, creando personaggi fuori dagli schemi, tormentati e complessi, i cui silenzi o le cui immobilità svelano al lettore molto più di quanto non facciano le azioni descritte.

“Rayuela”: oltre i confini del romanzo

Per comprendere appieno la portata del “salto” citato dall’autore, è necessario immergersi brevemente nel testo da cui la frase è estrapolata. Definito da Italo Calvino come un crocevia in cui “universi distinti si intersecano”, Rayuela è un iper-romanzo monumentale composto da 155 capitoli, concepito per scardinare le normali regole narrative.

Cortázar lo scrisse offrendo due modi principali per leggerlo: in maniera lineare (fermandosi al capitolo 56) o saltando da un capitolo all’altro seguendo un tablero de dirección (una tavola di orientamento) suggerito dall’autore stesso. L’opera rifiuta la passività: richiede un “lettore complice”, che partecipi attivamente alla decostruzione della trama.
Al centro della storia c’è Horacio Oliveira, un intellettuale argentino che si divide tra Parigi e Buenos Aires.

Oliveira è l’emblema dell’uomo moderno: costantemente alla ricerca di un senso, analizza tutto, pensa in modo ossessivo all’amore, all’arte, alle passioni e alla morte, ma proprio a causa di questo suo continuo e sterile intellettualizzare, si ritrova spesso incapace di vivere pienamente.