‘A livella (La livella)di Antonio de Curtis, in arte Totò, è una poesia che ci invita a riflettere sul significato della morte e sul valore che attribuiamo alle persone durante la nostra esistenza. Il 2 novembre, giorno dedicato alla commemorazione dei defunti, rappresenta un’occasione particolare per ricordare chi non è più accanto a noi e ritrovare, attraverso piccoli gesti e tradizioni familiari, il legame con le persone che hanno fatto parte della nostra vita.
La visita al cimitero, i fiori portati sulle tombe e il tempo trascorso nel ricordo appartengono a una tradizione che continua a coinvolgere intere generazioni. Per molte persone questa giornata significa tornare nei luoghi dove riposano i propri cari, dedicare loro un pensiero e ripercorrere momenti condivisi che conservano un significato importante, anche a distanza di molti anni.
È proprio da questa consuetudine che prende avvio ‘A livella. Totò sceglie di ambientare il suo racconto nel cimitero durante il Giorno dei morti e apre la poesia ricordando quanto sia radicata l’abitudine di rendere omaggio alle persone scomparse. Il protagonista si reca a visitare la tomba di una parente e, attraverso un’esperienza del tutto particolare, si trova a riflettere sulle differenze che gli esseri umani continuano ad attribuirsi.
Il poeta napoletano affronta così una questione che riguarda il modo in cui viviamo e consideriamo gli altri. La ricchezza, la posizione sociale, il prestigio e la famiglia di provenienza possono influenzare profondamente i rapporti umani, determinando privilegi e forme di considerazione che spesso finiscono per essere confuse con il valore personale.
‘A livella è una delle poesie più celebri di Antonio de Curtis e dà il titolo alla raccolta pubblicata nel 1964. Il componimento, formato da 104 versi distribuiti in 26 quartine, racconta attraverso l’ironia e il dialogo una vicenda nella quale la morte diventa l’occasione per osservare da una prospettiva diversa le gerarchie sociali e i comportamenti umani.
In occasione del 2 novembre, rileggere questa poesia significa anche riscoprire il modo in cui Totò ha saputo unire il rispetto per la memoria dei defunti a una riflessione sulla dignità delle persone. Il suo racconto nasce da una tradizione condivisa e si sviluppa attraverso personaggi e situazioni che permettono di riconoscere atteggiamenti ancora presenti nella nostra società.
La poesia di Antonio De Curtis che ci ricorda che in fondo siamo tutti uguali
‘A livella di Totò
“Ogn’anno, il due novembre, c’é l’usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll’adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.
Ogn’anno, puntualmente, in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch’io ci vado, e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo ‘e zi’ Vicenza.
St’anno m’é capitato ‘navventura…
dopo di aver compiuto il triste omaggio.
Madonna! si ce penzo,e che paura!,
ma po’ facette un’anema e curaggio.
‘O fatto è chisto,statemi a sentire:
s’avvicinava ll’ora d’à chiusura:
io,tomo tomo,stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.
“Qui dorme in pace il nobile marchese
signore di Rovigo e di Belluno
ardimentoso eroe di mille imprese
morto l’11 maggio del’31”
‘O stemma cu ‘a curona ‘ncoppa a tutto…
…sotto ‘na croce fatta ‘e lampadine;
tre mazze ‘e rose cu ‘na lista ‘e lutto:
cannele,cannelotte e sei lumine.
Proprio azzeccata ‘a tomba ‘e stu signore
nce stava ‘n ‘ata tomba piccerella,
abbandunata, senza manco un fiore;
pe’ segno,sulamente ‘na crucella.
E ncoppa ‘a croce appena se liggeva:
“Esposito Gennaro – netturbino”:
guardannola, che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!
Questa è la vita! ‘ncapo a me penzavo…
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s’aspettava
ca pur all’atu munno era pezzente?
Mentre fantasticavo stu penziero,
s’era ggià fatta quase mezanotte,
e i’rimanette ‘nchiuso priggiuniero,
muorto ‘e paura…nnanze ‘e cannelotte.
Tutto a ‘nu tratto,che veco ‘a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse ‘a parte mia…
Penzaje:stu fatto a me mme pare strano…
Stongo scetato…dormo,o è fantasia?
Ate che fantasia;era ‘o Marchese:
c’o’ tubbo,’a caramella e c’o’ pastrano;
chill’ato apriesso a isso un brutto arnese;
tutto fetente e cu ‘nascopa mmano.
E chillo certamente è don Gennaro…
‘omuorto puveriello…’o scupatore.
‘Int ‘a stu fatto i’ nun ce veco chiaro:
so’ muorte e se ritirano a chest’ora?
Putevano sta’ ‘a me quase ‘nu palmo,
quanno ‘o Marchese se fermaje ‘e botto,
s’avota e tomo tomo... calmo calmo,
dicette a don Gennaro:”Giovanotto!
Da Voi vorrei saper,vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato!
La casta è casta e va,si,rispettata,
ma Voi perdeste il senso e la misura;
la Vostra salma andava,si,inumata;
ma seppellita nella spazzatura!
Ancora oltre sopportar non posso
la Vostra vicinanza puzzolente,
fa d’uopo,quindi,che cerchiate un fosso
tra i vostri pari,tra la vostra gente”
“Signor Marchese,nun è colpa mia,
i’nun v’avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa’ sta fesseria,
i’ che putevo fa’ si ero muorto?
Si fosse vivo ve farrei cuntento,
pigliasse ‘a casciulella cu ‘e qquatt’osse
e proprio mo,obbj’…’nd’a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n’ata fossa”.
“E cosa aspetti,oh turpe malcreato,
che l’ira mia raggiunga l’eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!”
“Famme vedé..-piglia sta violenza…
‘A verità,Marché,mme so’ scucciato
‘e te senti;e si perdo ‘a pacienza,
mme scordo ca so’ muorto e so mazzate!…
Ma chi te cride d’essere…nu ddio?
Ccà dinto,’o vvuo capi,ca simmo eguale?…
…Muorto si’tu e muorto so’ pur’io;
ognuno comme a ‘na’ato é tale e quale”.
“Lurido porco!…Come ti permetti
paragonarti a me ch’ebbi natali
illustri,nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?”.
“Tu qua’ Natale…Pasca e Ppifania!!!
T”o vvuo’ mettere ‘ncapo…’int’a cervella
che staje malato ancora e’ fantasia?…
‘A morte ‘o ssaje ched”e?… è una livella.
‘Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?
Perciò, stamme a ssenti… nun fa”o restivo,
suppuorteme vicino-che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie… appartenimmo à morte!”
Di fronte alla morte non c’è nessuna differenza tra gli umani
‘A livella affronta il rapporto tra la morte e le differenze sociali attraverso una vicenda nella quale Antonio de Curtis mette a confronto due personaggi che hanno vissuto in condizioni profondamente diverse. Il marchese di Rovigo e Belluno appartiene a una famiglia nobile ed è abituato a ricevere rispetto per il proprio titolo, mentre Gennaro Esposito è un netturbino che ha condotto un’esistenza modesta. La loro discussione nasce dalla vicinanza delle rispettive tombe, considerata dal marchese un’offesa alla propria posizione sociale.
Totò costruisce questa situazione per rappresentare quanto sia difficile rinunciare ai privilegi e alle convinzioni che accompagnano una persona durante la vita. Il marchese continua a considerarsi superiore anche dopo la morte, perché identifica il proprio valore con la nobiltà della famiglia e con il prestigio del quale ha goduto. Gennaro, invece, gli ricorda che entrambi condividono ormai la stessa condizione e che le distinzioni alle quali il nobile attribuisce tanta importanza non hanno più alcuna utilità.
La morte viene paragonata a una livella, lo strumento utilizzato in edilizia per verificare l’orizzontalità di una superficie. Attraverso questa immagine Totò esprime la capacità della morte di porre tutti sullo stesso piano, indipendentemente dalla ricchezza, dalla professione e dal potere esercitato. Le differenze che regolano i rapporti sociali perdono così il significato che avevano durante l’esistenza.
Il messaggio della poesia riguarda anche la dignità delle persone e la tendenza a giudicarle attraverso la posizione che occupano nella società. Il prestigio può determinare privilegi e riconoscimenti, ma non rende necessariamente una persona migliore di un’altra. Totò affida questa riflessione al personaggio più umile, che dimostra di possedere una consapevolezza della condizione umana sconosciuta al suo aristocratico interlocutore.
La scelta di ambientare il racconto il 2 novembre aggiunge un significato particolare all’opera. La commemorazione dei defunti è una giornata dedicata al ricordo delle persone scomparse, nella quale i gesti di affetto e di rispetto assumono un’importanza che prescinde dalla posizione sociale di chi viene ricordato. Il cimitero diventa il luogo nel quale Totò osserva la distanza tra il valore che attribuiamo alle persone durante la vita e la condizione che tutti condividiamo dopo la morte.
Come è nata questa poesia di Antonio De Curtis
La storia di ‘A livella è legata alla sensibilità di Totò verso le disuguaglianze sociali e alle esperienze che hanno accompagnato la sua vita. I primi versi della poesia sarebbero apparsi già nel 1952, in appendice al libro autobiografico Siamo uomini o caporali?. Nel 1964 il componimento diede il titolo alla raccolta ‘A livella, che riunisce 26 poesie nelle quali Antonio de Curtis esprime il suo interesse per i sentimenti, le contraddizioni umane e le questioni sociali.
Il rapporto con Siamo uomini o caporali? è particolarmente interessante perché richiama una distinzione cara a Totò, quella tra chi rispetta la dignità delle persone e chi approfitta della propria autorità per esercitare prepotenze. Un atteggiamento che ritroviamo nel marchese della poesia, incapace di rinunciare ai privilegi della propria condizione persino dopo la morte.
Le possibili origini dell’opera vengono ricondotte anche all’infanzia di Totò nel Rione Sanità di Napoli. Secondo una tradizione, da bambino Antonio de Curtis frequentava le Catacombe di San Gaudioso, dove avrebbe osservato un affresco attribuito a Giovanni Balducci raffigurante uno scheletro accompagnato da simboli del potere e del trascorrere del tempo. L’immagine richiamava la precarietà delle ricchezze e dei privilegi, destinati a perdere ogni importanza davanti alla morte.
Sebbene non esistano prove definitive di un’influenza diretta, il racconto suggerisce quanto l’ambiente culturale e religioso della Napoli in cui Totò crebbe potesse offrire spunti per una riflessione sulla fragilità dell’esistenza.
Un altro accostamento interessante riguarda il Dialogo sopra la nobiltà di Giuseppe Parini, scritto intorno al 1757. In quest’opera un nobile e un poeta, sepolti nella stessa fossa, discutono del valore dei titoli aristocratici e dei privilegi ereditati. La somiglianza con ‘A livella emerge nella scelta di affidare a due defunti una discussione sulle gerarchie sociali. Totò affronta un tema già presente nella tradizione satirica italiana, ma lo sviluppa attraverso il napoletano, la comicità e personaggi vicini alla cultura popolare.
Il risultato è una poesia nella quale una questione filosofica prende forma attraverso una situazione concreta, comprensibile anche senza conoscere i suoi possibili precedenti letterari.
Analisi e significato del testo di ‘A livella di Totò
‘A livella è una poesia composta da 104 versi endecasillabi, distribuiti in 26 quartine con rime alternate. Totò costruisce il componimento come un racconto che assume progressivamente la forma di una rappresentazione teatrale, nella quale la narrazione iniziale lascia spazio al dialogo tra i protagonisti. La scelta di alternare il napoletano all’italiano contribuisce a caratterizzare i personaggi e a mettere in evidenza le differenze culturali e sociali che emergono durante la discussione.
La poesia si apre con un riferimento diretto al 2 novembre, giorno dedicato alla commemorazione dei defunti. L’espressione “Ogn’anno, il due novembre, c’é l’usanza” introduce una tradizione profondamente radicata nella cultura napoletana e italiana, quella di recarsi al cimitero per portare fiori sulle tombe dei propri cari. La ripetizione di “Ogn’anno” sottolinea la continuità di questo appuntamento, mentre la parola napoletana “crianza” richiama il rispetto, la buona educazione e il riguardo che si devono alle persone scomparse. Totò presenta la visita al cimitero come un gesto familiare, attraverso il quale il ricordo continua a trovare spazio nella vita di chi è rimasto.
Il riferimento alla zia Vicenza, sulla cui tomba il protagonista si reca a portare dei fiori, rende il racconto particolarmente concreto. L’atmosfera iniziale è quella di una normale giornata di commemorazione, ma cambia quando il narratore rimane accidentalmente chiuso nel cimitero e assiste a un incontro impossibile. Totò introduce l’elemento fantastico in modo graduale, conservando il tono colloquiale del racconto e preparando il lettore alla discussione tra i due defunti.
La descrizione delle tombe costituisce un passaggio importante nella costruzione della vicenda. Il sepolcro del marchese è decorato con stemmi nobiliari, fiori, candele e simboli del prestigio familiare. Accanto si trova quello di Gennaro Esposito, descritto come una “tomba piccerella, abbandunata, senza manco un fiore“. La differenza tra le due sepolture rende immediatamente visibile la distanza economica che ha caratterizzato la vita dei personaggi. Totò lascia emergere questo contrasto attraverso gli oggetti e le dimensioni delle tombe, prima ancora che i protagonisti comincino a parlare.
L’apparizione del marchese e del netturbino trasforma la poesia in una scena comica. Il nobile conserva il proprio abbigliamento elegante e si rivolge a Gennaro con un linguaggio ricercato, pretendendo che venga rispettata la distanza tra le rispettive condizioni sociali. L’espressione “La casta è casta e va,si,rispettata” riassume il suo modo di pensare. Il marchese considera la nobiltà un privilegio che continua a distinguerlo dagli altri e arriva a sostenere che il netturbino avrebbe dovuto essere sepolto nella spazzatura. L’esagerazione delle sue pretese rende il personaggio ridicolo e permette a Totò di mettere in discussione la superbia attraverso l’ironia.
Gennaro reagisce inizialmente con educazione, spiegando di non avere alcuna responsabilità nella scelta del luogo di sepoltura. La sua risposta, “i’ che putevo fa’ si ero muorto?“, introduce un elemento comico particolarmente efficace, perché contrappone la semplicità di un’osservazione ragionevole all’assurdità delle accuse del marchese. Il netturbino cerca di evitare la discussione, ma cambia atteggiamento quando l’interlocutore continua a offenderlo. Il passaggio dalla deferenza alla protesta segna il momento nel quale Gennaro smette di accettare la presunta superiorità del nobile.
Il confronto raggiunge il suo punto centrale quando Gennaro pronuncia la frase “‘A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella“. Totò utilizza uno strumento comune, impiegato dai muratori per controllare che una superficie sia orizzontale, e lo trasforma nell’immagine che dà significato all’intero componimento. Il paragone è immediato e comprensibile, soprattutto perché viene pronunciato da un personaggio popolare, attraverso parole che appartengono al linguaggio quotidiano. Il netturbino spiega poi che un re, un magistrato o un uomo importante, una volta morto, perde tutto ciò che possedeva, compresi i titoli e i riconoscimenti sui quali aveva costruito la propria identità.
La conclusione della poesia è affidata a un’altra espressione significativa: “Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”. La parola “ppagliacciate” richiama il carattere artificioso delle pretese sociali e permette a Totò di chiudere il componimento con una battuta che conserva il tono ironico della discussione. L’affermazione di Gennaro ribalta definitivamente il rapporto tra i due protagonisti: il marchese, che durante la vita occupava una posizione privilegiata, appare incapace di comprendere la propria condizione, mentre il netturbino dimostra maggiore lucidità.
Il finale acquista un significato particolare se collegato ai versi iniziali dedicati al 2 novembre. La poesia comincia con un gesto di rispetto verso i defunti e termina con una riflessione sulle distinzioni che gli esseri umani continuano a difendere.
Attraverso questa costruzione circolare, Totò accompagna il lettore dalla familiarità di una tradizione alla consapevolezza della precarietà dei privilegi sociali. L’ironia, il dialogo e il linguaggio popolare rendono accessibile una questione che attraversa la storia della letteratura e della filosofia, mostrando come una situazione apparentemente comica possa offrire una lettura profonda dei comportamenti umani.
Bisogna sempre avere rispetto degli altri
La grande lezione di ‘A livella riguarda il modo in cui scegliamo di considerare le persone durante la nostra esistenza. Totò ci invita a riflettere su quanto spesso attribuiamo importanza a ciò che qualcuno possiede, al lavoro che svolge, alla famiglia dalla quale proviene o alla posizione che ha raggiunto. Sono elementi che possono influenzare le opportunità e le condizioni di vita, ma che finiscono talvolta per determinare anche il rispetto e la considerazione che riserviamo agli altri.
Pensiamo a quanto possa cambiare il nostro atteggiamento quando incontriamo una persona influente rispetto a qualcuno che svolge un lavoro umile. Può capitare di prestare maggiore attenzione alle parole di chi occupa una posizione prestigiosa, di cercarne l’approvazione o di attribuire automaticamente più valore alle sue opinioni. Allo stesso tempo, possiamo dare per scontata la presenza di persone che contribuiscono ogni giorno al funzionamento della società, senza riconoscere l’importanza del loro lavoro e della loro esperienza.
Questi comportamenti mostrano quanto le gerarchie sociali possano influenzare anche le relazioni più semplici. Il riconoscimento del valore di una persona dovrebbe nascere dalla sua umanità, ma nella vita quotidiana viene spesso condizionato dall’immagine che gli altri hanno costruito di lei. La ricchezza può suscitare ammirazione, il potere può ottenere obbedienza e il prestigio può garantire attenzione, anche quando queste condizioni non corrispondono necessariamente a una maggiore sensibilità o capacità di comprendere gli altri.
Attraverso il marchese e Gennaro, Totò ci permette di osservare le conseguenze di questo modo di pensare. Il nobile ha trascorso la propria esistenza identificandosi con il titolo ereditato e continua a considerarlo una ragione sufficiente per pretendere un trattamento privilegiato. La sua difficoltà consiste nell’incapacità di separare ciò che è stato socialmente da ciò che è come essere umano. Gennaro, invece, riesce a riconoscere una condizione comune che rende prive di significato le pretese dell’interlocutore.
La riflessione può essere estesa al rapporto che ciascuno di noi costruisce con la propria identità. Durante la vita accumuliamo esperienze, responsabilità, risultati e riconoscimenti che contribuiscono a definire il posto che occupiamo nel mondo. È naturale attribuire importanza a ciò che abbiamo realizzato, soprattutto quando rappresenta il risultato di impegno e sacrifici. Il problema nasce quando questi traguardi diventano il criterio attraverso il quale misuriamo il valore degli altri, dimenticando che ogni persona possiede una storia, delle difficoltà e delle aspirazioni che non possono essere comprese attraverso una semplice posizione sociale.
In questa prospettiva, l’uguaglianza davanti alla morte dovrebbe aiutarci a riconoscere l’uguale dignità delle persone durante la vita. La consapevolezza della nostra condizione comune può rendere meno importanti alcune rivalità, ridimensionare il desiderio di affermare continuamente la propria superiorità e favorire rapporti fondati su una maggiore attenzione reciproca.
Il 2 novembre offre un’occasione particolare per approfondire questa consapevolezza. Quando ricordiamo una persona cara, il pensiero torna spesso ai momenti condivisi, alle conversazioni, ai gesti di affetto e alle esperienze che hanno dato significato alla relazione. I ricordi più importanti non coincidono necessariamente con i successi professionali o con i beni posseduti, ma riguardano il modo in cui quella persona ha fatto parte della nostra vita.
La commemorazione dei defunti ci permette anche di osservare il tempo da una prospettiva diversa. Le preoccupazioni quotidiane, le competizioni e il bisogno di ottenere riconoscimenti possono occupare gran parte delle nostre energie, mentre i rapporti umani rischiano di ricevere meno attenzione di quella che meriterebbero. Ricordare chi non c’è più può aiutarci a comprendere quanto sia importante dedicare tempo alle persone che fanno ancora parte della nostra esistenza.
È proprio questo uno degli aspetti più attuali della poesia di Totò. Il rispetto, la gentilezza e la capacità di riconoscere la dignità degli altri si manifestano nelle scelte quotidiane, nel modo in cui parliamo alle persone, nell’attenzione che prestiamo alle loro difficoltà e nella disponibilità a considerare punti di vista diversi dal nostro. Sono comportamenti che dipendono dalla sensibilità personale più che dal prestigio raggiunto.
Totò affida questa riflessione a una storia nella quale il personaggio socialmente meno importante dimostra di aver compreso qualcosa che il marchese continua a ignorare. La sua lezione riguarda la possibilità di vivere le differenze senza trasformarle in giudizi di superiorità, riconoscendo che le condizioni economiche e sociali possono essere diverse senza che lo sia il valore della dignità umana.
Rileggere “‘A livella” il 2 novembre significa quindi rendere omaggio alla memoria delle persone scomparse e, nello stesso tempo, riflettere sul modo in cui ci rapportiamo a quelle che incontriamo ogni giorno. La morte rappresenta il limite comune a ogni esistenza, ma la consapevolezza di questo limite può influenzare il valore che attribuiamo al tempo, agli affetti e alle relazioni.
La lezione più importante che Antonio de Curtis ci lascia riguarda proprio la possibilità di riconoscere durante la vita quell’uguaglianza che la morte rende inevitabile. Il rispetto che desideriamo ricevere, la considerazione che attribuiamo a noi stessi e l’importanza che riconosciamo alla nostra storia appartengono anche agli altri, indipendentemente dal ruolo che occupano nella società.
Il 2 novembre, ricordando le persone che abbiamo perduto, possiamo ritrovare anche questa consapevolezza: ciò che rende significativa una vita riguarda soprattutto le relazioni che abbiamo costruito e il modo in cui abbiamo trattato gli altri. È una riflessione che accompagna il ricordo dei defunti, ma che può trovare spazio nelle nostre scelte durante tutti gli altri giorni dell’anno.

Condividi questo articolo