Non sempre la montagna che scegliamo come nostra è quella più alta o più spettacolare. Ci sono luoghi che conquistano per la loro imponenza, altri per la capacità di accogliere e restituirci un senso di appartenenza. L’Appennino emiliano incarna spesso questa seconda dimensione: una montagna più raccolta, fatta di boschi, sentieri e paesi dove ogni luogo conserva una propria misura.
“Forse è vero, come sosteneva mia madre, che ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene.”
– Paolo Cognetti, Le otto montagne
Paolo Cognetti descrive con lucidità una sensazione che hanno sperimentato molti amanti della montagna: quella familiarità profonda verso un luogo, difficile da spiegare, che porta a riconoscere un paesaggio come qualcosa di proprio.
Viaggio nella montagna che ci somiglia: itinerario nell’Appennino emiliano sulle tracce di Paolo Cognetti
Tra questi luoghi c’è Bedonia, un borgo dell’Appennino emiliano dove la montagna non è soltanto un panorama da osservare, ma una presenza quotidiana che suggerisce, senza imporsi, un modo di essere.
Bedonia – La quota dell’appartenenza
Prima ancora dei sentieri, è il paese a insegnare il modo di stare in quota. A Bedonia, nell’Appennino emiliano, la montagna non fa da semplice sfondo: entra nelle abitudini quotidiane, nei gesti ripetuti, nelle piccole consuetudini che resistono al passare degli anni.
È normale guardare il Monte Pelpi, che si erge alle sue spalle, per capire se il tempo cambierà. È naturale sentire per le vie del centro il profumo dei funghi nel periodo autunnale o l’odore del fieno appena tagliato in estate.
È abituale passeggiare nella Pieve, per due passi dopo cena, o percorrere l’anello del paese nel fine settimana, per respirare l’aroma fresco e pungente del sottobosco. In paese le campane scandiscono ancora le giornate e col loro tocco sembrano ricordare che qui, il tempo, può permettersi di seguire un ritmo diverso, più lento e umano.
Un ritmo in cui andare al mercato il sabato mattina non è solo un modo per comprare frutta fresca, ma un rituale che rinsalda legami e amicizie di vecchia data. Il bar non è il luogo di una consumazione frettolosa in piedi, ma una seconda casa, dove trascorrere in compagnia le serate nei lunghi inverni.
I giardini pubblici diventano il prolungamento delle case, mentre i bambini giocano e gli anziani si ritrovano sulle panchine. In lontananza, le prove della banda del paese accompagnano il lento scorrere del pomeriggio.
È in questi dettagli, più che nelle grandi vedute, che la montagna smette di essere paesaggio e diventa presenza.
“Siete voi di città che la chiamate “natura”. È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito.”
– Paolo Cognetti, Le otto montagne
Compiano – La quota della memoria
Superata la dimensione dei paesi abitati ogni giorno, esistono poi i piccoli borghi dell’Appennino. Luoghi raccolti, fatti di case in pietra, strade strette lastricate e silenzi nei quali ritrovarsi.
Per la distanza dai grandi centri alcuni hanno perso parte dei loro abitanti, ma continuano a vivere attraverso chi torna scegliendo di investire in queste comunità o chi caparbiamente mantiene accesa una luce dietro una finestra con tendine ricamate.
Sono luoghi dove la memoria non è soltanto conservata: continua ad abitare il presente.
Compiano è uno di questi. Inserito tra i Borghi più belli d’Italia, sorge nell’Alta Val Taro, arroccato su uno sperone roccioso e dominato dal suo castello.
È un borgo signorile, dove la storia degli antichi domini dei Landi si intreccia con quella degli Orsanti, i girovaghi che da queste valli partirono verso l’Europa portando con sé spettacoli, musica e racconti.
Camminare tra le sue pietre, al chiaro di luna nelle sere d’estate, significa accorgersi che alcuni luoghi non hanno bisogno di raccontare la loro storia: basta attraversarli lentamente perché siano loro a ricordarcela.
Monte Penna – La quota che ci somiglia
Ad un certo punto, quando il dislivello cresce, anche le ultime frazioni cedono il passo al bosco. Le case si diradano, i rumori dell’uomo si allontanano e rimangono le faggete, il respiro del vento tra le chiome degli alberi e i e il suono regolare degli scarponi sulla terra.
È qui che si incontra l’Appennino più autentico. Non una montagna verticale e aspra, ma un’ascesa graduale, fatta di sentieri e luce filtrata dai rami. Una montagna che richiede rispetto e un minimo di allenamento, ma che sa accogliere chiunque abbia il desiderio di conoscerla.
Il Monte Penna, con i suoi 1735 metri, è una delle montagne simbolo dell’Alta Val Taro e della Val Ceno. Situato al confine tra Emilia-Romagna e Liguria, domina il paesaggio con la sua caratteristica roccia scura e il profilo quasi dolomitico.
Il suo nome viene tradizionalmente collegato al culto ligure del dio Penn, divinità delle vette e delle montagne, una memoria antica che tra mito e leggende ben si adatta a questa cima solitaria.
Sotto la vetta si estende una monumentale faggeta, mentre sulla cima una statua della Madonna accoglie i viandanti con la discrezione di chi conosce la fatica della salita. Da lassù il Monte Penna non sembra soltanto una vetta raggiunta, ma quel luogo di cui parla Cognetti: una quota che, per qualche ragione difficile da spiegare, assomiglia a chi la cerca.
Forse la quota prediletta non coincide né con un numero, né con un paesaggio tanto anelato, ma è quella che continua a chiamarci, anche quando siamo lontani.
Per qualcuno è una vetta delle Alpi. Per altri è un tratto d’Appennino, un paese come Bedonia o il sentiero che sale verso il Monte Penna. È il luogo in cui, senza accorgercene, passo dopo passo, impariamo a riconoscere noi stessi e a ritrovare una parte di noi rimasta lì. A casa.
