Settembre (1927) di Hermann Hesse: la poesia sulla bellezza delle cose che finiscono

Scopri il significato di “Settembre” di Hermann Hesse, la poesia che trasforma la fine dell’estate in una riflessione sulla vita e sul lasciare andare.

Settembre (1927) di Hermann Hesse: la poesia sulla bellezza delle cose che finiscono

Settembre di Hermann Hesse è una poesia sulla bellezza delle cose che finiscono. Bastano poche immagini perché la fine dell’estate diventi il racconto poetico di un congedo. C’è malinconia nei versi di Hesse, ma non disperazione: l’estate avverte che il proprio tempo sta terminando e, prima di andarsene, sembra fermarsi un’ultima volta a contemplare ciò che sta lasciando.

Il titolo originale della poesia è September. Il componimento risale al 1927 e fu successivamente incluso nella raccolta Trost der Nacht. Neue Gedichte (Consolazione della notte. Nuove poesie), pubblicata a Berlino da S. Fischer nel 1929.

Ma September non racconta soltanto la fine della bella stagione. Nel giardino che lentamente sfiorisce, Hesse riesce a trasformare un fenomeno naturale in qualcosa che riguarda profondamente l’esistenza umana: ogni cosa ha il proprio tempo e anche ciò che amiamo, prima o poi, siamo chiamati a lasciarlo andare.

È qui che la malinconia della poesia acquista un significato diverso. L’estate non si ribella alla propria fine: indugia tra le rose, guarda con nostalgia ciò che sta lasciando e infine chiude lentamente gli occhi. Hesse sembra così suggerire che la fine non cancella la bellezza di ciò che è stato; può, al contrario, renderla ancora più evidente.

Leggiamo i versi di Settembre, per poi scoprirne il significato, il contesto in cui nacque e le immagini attraverso le quali Hermann Hesse trasforma la fine dell’estate in una profonda riflessione sulla vita.

Settembre di Hermann Hesse

Triste il giardino,
cade la fresca pioggia sui fiori
L’Estate trema
tranquillamente verso la fine.

Gocciola una dopo l’altra una foglia d’oro
giù dalla grande acacia.
L’estate sorride con stupore e nostalgia
nel sogno del Giardino morente.

S’attarda tra le rose,
Si ferma desiderosa di pace;
Lentamente chiude i suoi grandi
occhi pesanti di stanchezza.
September, Hermann Hesse

Der Garten trauert,
Kühl sinkt in die Blumen der Regen.
Der Sommer schauert
Still seinem Ende entgegen.

Golden tropft Blatt um Blatt
Nieder vom hohen Akazienbaum.
Sommer lächelt erstaunt und matt
In den sterbenden Gartentraum.

Lange noch bei den Rosen
Bleibt er stehen, sehnt sich nach Ruh.
Langsam tut er die großen
Müdgewordnen Augen zu.

La fine dell’estate diventa metafora della vita

Hermann Hesse scrisse September il 23 settembre 1927, quando aveva cinquant’anni. È quindi un uomo entrato nella maturità, che ha già attraversato passaggi decisivi della propria esistenza e che da anni vive in Svizzera, in Ticino.

Ma per comprendere Settembre bisogna leggere la fine dell’estate non soltanto come una rappresentazione dell’età matura del poeta. Il significato della poesia è più ampio. Hesse osserva la natura e vi riconosce la stessa legge che governa la vita umana. Tutto ciò che nasce, fiorisce e raggiunge la propria pienezza è destinato prima o poi a trasformarsi e a finire.

Settembre è il momento perfetto per raccontare questa consapevolezza perché è un mese di confine. L’estate non è ancora completamente scomparsa e l’autunno non si è ancora pienamente imposto. Nel giardino ci sono ancora le rose, ma cade la pioggia; gli alberi conservano ancora le foglie, ma alcune sono già diventate d’oro e cominciano a cadere. La vita è ancora presente proprio mentre compaiono i primi segni della sua trasformazione.

È questa condizione sospesa a rendere la poesia così profondamente umana. Hesse non racconta il momento in cui qualcosa è già finito, ma quello, forse ancora più doloroso, in cui ci accorgiamo che sta finendo.

Per questo l’estate viene personificata. Non è più soltanto una stagione:trema, sorride, si mostra stanca, si attarda tra le rose, desidera riposare e infine chiude gli occhi. Attraverso questi gesti Hesse trasferisce sulla natura emozioni che appartengono all’essere umano e trasforma il cambiamento delle stagioni in una meditazione sul trascorrere del tempo.

II tema centrale di Settembre diventa così la consapevolezza che nulla dura per sempre: niente può rimanere per sempre nella propria stagione più luminosa. Vale per la natura, ma anche per la giovinezza, per gli amori, per i momenti felici e per le diverse età dell’esistenza. Ogni stagione contiene già in sé la necessità di lasciare spazio a quella successiva.

Eppure la poesia non racconta questa legge con disperazione. Uno dei particolari più importanti scelti da Hesse è proprio il modo in cui l’estate affronta la propria fine: non fugge e non combatte. Si ferma ancora un poco tra le rose, guarda il giardino con stupore e nostalgia e infine sembra abbandonarsi al riposo.

È qui che la poesia di Hermann Hesse rivela il suo messaggio più profondo. Accettare che qualcosa finisca non significa negarne il valore. Al contrario, è proprio la consapevolezza della sua fragilità a renderla ancora più preziosa. La fine dell’estate diventa così metafora della vita e Hesse sembra ricordarci che maturare significa anche imparare a salutare ciò che abbiamo amato, conservandone la bellezza senza pretendere di trattenerlo per sempre.

Per capire fino in fondo come Hesse riesca a esprimere tutto questo con appena tre strofe, bisogna però tornare alle immagini della poesia e seguirne il movimento verso per verso.

Analisi e significato della poesia Settembre di Hermann Hesse

Per comprendere fino in fondo il significato di Settembre bisogna seguire il piccolo viaggio costruito da Hermann Hesse nelle sue tre strofe. La poesia procede infatti come una lenta sequenza di immagini: prima il giardino avverte che l’estate sta finendo, poi compaiono i primi segni della trasformazione e, infine, l’estate accetta il proprio congedo e chiude gli occhi.

In questo passaggio dalla pioggia al sorriso, dal sorriso al riposo, la natura diventa lo specchio delle emozioni umane. Ogni strofa segna così una tappa diversa di fronte alla fine: accorgersi che qualcosa sta terminando, provare nostalgia per ciò che si lascia e, infine, accettare di lasciarlo andare.

Il giardino è triste: la natura sente che l’estate sta finendo

Hesse apre la poesia immergendoci immediatamente nell’atmosfera di un giardino sorpreso dai primi segnali del cambiamento:

Triste il giardino,
cade la fresca pioggia sui fiori
L’Estate trema
tranquillamente verso la fine.

Nel testo originale l’esordio è ancora più significativo: “Der Garten trauert”. Il verbo tedesco trauern significa essere in lutto, piangere una perdita, essere profondamente addolorati. Il giardino, dunque, non costituisce semplicemente lo sfondo della poesia: Hesse gli attribuisce fin dal primo verso un sentimento umano.

Anche la pioggia racconta che qualcosa sta cambiando. Cade fresca sui fiori, che sono ancora presenti e vivi. L’autunno non ha ancora preso il posto dell’estate e proprio questa condizione sospesa rende l’immagine così malinconica: la bellezza è ancora davanti ai nostri occhi, ma sappiamo già che sta per scomparire.

Poi accade qualcosa di ancora più importante. Hesse trasforma l’Estate stessa in una creatura vivente:

L'Estate trema
tranquillamente verso la fine.

Nell’originale leggiamo “Der Sommer schauert”: l’estate trema, rabbrividisce. È certamente il brivido provocato dal fresco che sta arrivando, ma attraverso la personificazione quel tremore diventa anche un’emozione. L’Estate sembra avvertire la propria fine.

Ed è qui che il paesaggio comincia a trasformarsi definitivamente in metafora della vita. Hesse racconta quell’esperienza profondamente umana che consiste nel vivere qualcosa mentre siamo già consapevoli che dovremo lasciarlo: una stagione felice, la giovinezza, un amore, un luogo o una fase della nostra esistenza.

Eppure non c’è disperazione. L’estate va incontro alla propria fine “still”, cioè silenziosamente, quietamente. Hesse introduce così il primo movimento della poesia: la consapevolezza della fine. Prima ancora di accettare di perdere qualcosa, dobbiamo riconoscere che il suo tempo sta terminando.

L’estate sorride: la nostalgia rende prezioso ciò che sta finendo

Nella seconda strofa il cambiamento annunciato dalla pioggia diventa visibile. Hesse concentra lo sguardo sulle foglie che iniziano a cadere e sul giardino che lentamente si prepara all’autunno:

Gocciola una dopo l'altra una foglia d'oro
giù dalla grande acacia.
L'estate sorride con stupore e nostalgia
nel sogno del Giardino morente.

La prima immagine è quella di una foglia d’oro che cade dopo l’altra. È un particolare importante perché Hesse avrebbe potuto rappresentare la fine dell’estate attraverso colori spenti e immagini di decadenza. Sceglie invece l’oro: proprio mentre la natura comincia a perdere le proprie foglie, acquista una nuova e diversa bellezza.

È una delle contraddizioni più affascinanti di Settembre: qualcosa sta morendo e, nello stesso momento, diventa bellissimo.

Il movimento delle foglie è inoltre lento, una dopo l’altra. Non c’è niente di improvviso o traumatico. La trasformazione avviene gradualmente, come accade spesso nella vita: non ci accorgiamo del tempo che passa in un solo istante, ma attraverso piccoli cambiamenti che, accumulandosi, ci fanno comprendere che una stagione della nostra esistenza non è più quella di prima.

È però nei due versi successivi che Hesse raggiunge il cuore emotivo della poesia:

L'estate sorride con stupore e nostalgia
nel sogno del Giardino morente.

Perché l’estate sorride se il giardino sta morendo?

È proprio questo apparente paradosso a svelare uno dei significati più profondi della poesia. Il sorriso non cancella la tristezza della fine e la nostalgia non impedisce di riconoscere la bellezza di ciò che è stato. Le due emozioni possono convivere.

Nel testo originale Hesse scrive “Sommer lächelt erstaunt und matt”: l’estate sorride erstaunt, “stupita”, e matt, cioè stanca, spossata, ormai priva della forza che possedeva nel pieno della stagione. Il sorriso dell’estate non è quindi quello gioioso dei giorni luminosi, ma il sorriso quieto di chi guarda qualcosa che sta per lasciare.

Anche il giardino assume un significato diverso. Hesse lo definisce “sterbenden Gartentraum”, un “sogno del giardino che muore”. Il termine Traum, “sogno”, rende la scena quasi irreale: ciò che fino a poco prima sembrava pieno, luminoso e vitale comincia già a trasformarsi in qualcosa che appartiene al ricordo.

Ed è un’esperienza che conosciamo bene. Spesso comprendiamo pienamente il valore di qualcosa proprio quando avvertiamo che non durerà per sempre. Un momento felice diventa più prezioso quando sappiamo che sta per terminare; un luogo acquista un significato diverso quando dobbiamo lasciarlo; perfino una stagione della vita può apparirci più luminosa quando cominciamo a guardarla da quella successiva.

La seconda strofa aggiunge così un nuovo passaggio al percorso iniziato da Hesse. Se nella prima strofa avevamo incontrato la consapevolezza della fine, qui emerge uno sguardo insieme stupito e malinconico su ciò che sta scomparendo.

Ed è forse proprio qui che Settembre ci fa intuire la bellezza delle cose che finiscono: sapere che qualcosa non durerà per sempre non diminuisce ciò che abbiamo vissuto. Può renderlo, per un istante, ancora più prezioso.

Ma l’estate non è ancora pronta ad andarsene. Nell’ultima strofa Hesse la lascia indugiare ancora un poco tra le rose, prima di compiere il gesto definitivo: chiudere lentamente gli occhi.

L’estate chiude gli occhi: la forza di accettare ciò che finisce

Nell’ultima strofa il movimento della poesia rallenta ancora. L’estate, ormai prossima alla fine, non è però scomparsa: Hesse la immagina mentre indugia tra gli ultimi fiori del giardino, quasi volesse concedersi ancora qualche istante prima del congedo.

S'attarda tra le rose,
Si ferma desiderosa di pace;
Lentamente chiude i suoi grandi
occhi pesanti di stanchezza.

La presenza delle rose è significativa. Nel giardino che sta cambiando esiste ancora qualcosa che fiorisce e trattiene l’estate. Hesse costruisce così un’immagine profondamente umana: anche quando sappiamo che una stagione della nostra vita sta terminando, esiste spesso qualcosa presso cui vorremmo fermarci ancora un poco.

Nel testo originale leggiamo:

Lange noch bei den Rosen
bleibt er stehn, sehnt sich nach Ruh.

L’estate rimane a lungo tra le rose e “sehnt sich nach Ruh”, desidera, anela al riposo. È un passaggio fondamentale. All’inizio della poesia l’estate rabbrividiva nell’avvertire la propria fine; adesso, invece, appare stanca e desiderosa di riposo.

La fine assume così un significato diverso. Non appare come una violenza che interrompe improvvisamente la vita, ma come il riposo che arriva dopo il compimento di una stagione. L’estate ha avuto il suo tempo, ha portato luce, calore e fioritura; adesso può lasciare spazio a ciò che viene dopo.

Gli ultimi due versi rendono questa trasformazione ancora più evidente:

Lentamente chiude i suoi grandi
occhi pesanti di stanchezza.

L’immagine degli occhi che si chiudono richiama inevitabilmente il sonno e, più profondamente, può evocare la morte. Hesse, però, evita qualsiasi immagine drammatica. Tutto avviene “langsam”, lentamente. La stessa estate che nella prima strofa rabbrividiva davanti alla fine ora sembra consegnarsi serenamente al riposo.

È qui che la metafora delle stagioni raggiunge la sua dimensione più profondamente esistenziale. L’estate può rappresentare la giovinezza e la pienezza della vita, mentre l’autunno può richiamare la maturità e il progressivo avvicinarsi alla vecchiaia. Ma ridurre Settembre soltanto a una poesia sulla morte significherebbe perdere una parte importante del suo messaggio.

Hesse sembra parlare di tutte le separazioni che la vita ci impone. Crescere significa attraversare continuamente delle fini: lasciare un’età per entrare in un’altra, salutare persone e luoghi, vedere cambiare relazioni, desideri e parti di noi stessi. Non possiamo impedire questo movimento, così come l’estate non può impedire l’arrivo dell’autunno.

Possiamo però scegliere come stare davanti a ciò che finisce.

Ed è forse questo il gesto più potente dell’intera poesia. L’estate non tenta di trattenere per sempre le rose. Si concede ancora qualche istante accanto a loro e poi chiude gli occhi. Dopo la consapevolezza della prima strofa e la nostalgia della seconda, arriva così l’accettazione.

La bellezza delle cose che finiscono, allora, non consiste nella fine in sé. Nasce dalla consapevolezza che averle amate e vissute le rende preziose anche quando dobbiamo lasciarle andare. È questo che rende Settembre una poesia capace di parlare ben oltre il paesaggio autunnale: nel congedo dell’estate Hermann Hesse racconta una delle lezioni più difficili della vita, quella di accettare il tempo che passa senza cancellare la gratitudine per ciò che è stato.

La lezione di Settembre: non tutto ciò che finisce è perduto

Forse è proprio per questo che, a quasi un secolo dalla sua composizione, Settembre continua a parlarci. Hermann Hesse parte da qualcosa che accade ogni anno davanti ai nostri occhi – l’estate che lentamente cede il posto all’autunno – e ne ricava una verità che riguarda ogni essere umano: vivere significa anche imparare a perdere ciò che non possiamo trattenere.

Passiamo buona parte dell’esistenza cercando di far durare le cose. Vorremmo conservare la giovinezza, prolungare i momenti felici, impedire agli affetti di cambiare, restare nei luoghi nei quali siamo stati bene. Eppure la vita procede nella direzione opposta: trasforma continuamente ciò che siamo e ciò che amiamo.

Hermann Hesse non offre una consolazione facile. Nel suo giardino le foglie cadono davvero, l’estate è stanca e la sua stagione termina. Accettare una fine non significa fingere che non faccia male. Significa riconoscere che il valore di ciò che abbiamo vissuto non dipende dalla sua durata.

È forse questa la lezione più universale custodita dalla poesia. Le cose non devono durare per sempre per essere state importanti. Un amore può finire ed essere stato vero. Un momento felice può diventare un ricordo senza perdere la propria luce. La giovinezza passa, ma ciò che abbiamo vissuto continua a far parte di noi. Persino una versione di noi stessi può scomparire per permetterci di diventare altro.

Per questo è così significativa l’immagine dell’estate che si attarda tra le rose. Hesse non le chiede di dimenticare ciò che sta lasciando e neppure di fingere indifferenza. Le concede il tempo della nostalgia. Poi, però, arriva il momento di chiudere gli occhi e lasciare che un’altra stagione abbia inizio.

Settembre ci ricorda così una cosa semplice e difficilissima: lasciare andare non significa cancellare. A volte è proprio quando smettiamo di voler trattenere qualcosa per sempre che riusciamo a riconoscere fino in fondo quanto sia stato prezioso averlo incontrato.

Forse la bellezza delle cose che finiscono è tutta qui: non nel fatto che finiscano, ma nel fatto che siano esistite.