Ho conosciuto in te le meraviglie di Alda Merini è una poesia che racconta l’amore non nel suo momento più semplice, ma in quello più vero. Non l’illusione che promette salvezza, non l’innamoramento ingenuo, bensì un sentimento attraversato con piena consapevolezza del rischio che comporta.
È un testo breve e compatto, ma attraversato da una tensione profonda: tra abbandono e controllo, tra tempesta emotiva e fermezza interiore. Una poesia che non definisce l’amore, ma ne restituisce l’esperienza più autentica.
Ho conosciuto in te le meraviglie è contenuta nella raccolta di poesie Le rime petrose di Alda Merini, pubblicata del 1983. I versi saranno poi ricompresi nella raccolta «La Terra santa» del 1984, considerata come uno dei punti più alti della produzione poetica di Alda Merini.
Leggiamo questa meravigliosa poesia d’amore di Alda Merini per apprezzarne l’intensità emotiva e scoprirne il significato.
Ho conosciuto in te le meraviglie di Alda Merini
Ho conosciuto in te le meraviglie
meraviglie d’amore sì scoperte
che parevano a me delle conchiglie
ove odoravo il mare e le deserte
spiagge corrive e lì dentro l’amore
mi son persa come alla bufera
sempre tenendo fermo questo cuore
che (ben sapevo) amava una chimera.
Un canto che nasce in un momento di rara pace
Per comprendere fino in fondo il senso dei versi di Alda Merini, bisogna guardare al contesto in cui nasce questa poesia. Le rime petrose (1983) si aprono proprio con Ho conosciuto in te le meraviglie, come se Alda Merini avvertisse la necessità di iniziare da un canto all’amore pieno di speranza, da una dichiarazione che segna una soglia esistenziale prima ancora che letteraria.
Il titolo della raccolta non è casuale. Merini dialoga apertamente con la tradizione, richiamando le Rime petrose di Dante Alighieri, testi in cui la passione amorosa è aspra, concentrata, trattenuta dentro una struttura rigorosa.
Anche qui il materiale emotivo è fortissimo, quasi esplosivo, ma viene affidato a una forma classica: quartine di endecasillabi con rima alternata. Questa disciplina metrica non raffredda il sentimento, lo rende più denso. La passione non si disperde: si addensa, si incide, resta. La forma diventa così una scelta etica prima ancora che stilistica: contenere l’eccesso per non disperdere il senso.
Per la poetessa quello fu un periodo di relativa pace e di cambiamenti profondi. Un tempo breve ma intenso, in cui sembrò possibile una nuova stabilità affettiva. L’anno successivo Alda Merini sposò Michele Pierri e lasciò Milano per trasferirsi a Taranto, scegliendo di allontanarsi dai luoghi del dolore e della memoria più aspra.
Quella felicità, però, si rivelò fragile. Le condizioni di salute di Pierri, ottantacinquenne al momento del matrimonio, si aggravarono rapidamente, minando ancora una volta l’equilibrio emotivo della poetessa. Prima ancora della morte del marito, avvenuta nel gennaio del 1988, Alda Merini fu costretta a fare ritorno a Milano.
Rientrò per ricevere cure adeguate dalla dottoressa Marcella Rizzo, già da alcuni anni presenza fondamentale e fidata nella sua vita, punto di riferimento umano e medico in uno dei passaggi più delicati della sua esistenza.
Non è un dettaglio marginale sapere che questi versi verranno poi ricompresi nella raccolta La Terra santa, considerata uno dei vertici assoluti della produzione poetica di Alda Merini. Riletti alla luce di ciò che seguirà, Ho conosciuto in te le meraviglie appare allora per quello rappresenta davvero nella sua essenza. Non l’ingenuità di un inizio, ma la lucida celebrazione di un amore possibile, vissuto sapendo quanto possa essere fragile.
Lo stupore come atto d’amore
La poesia di Alda Merini inizia con una dichiarazione che è già una rivelazione:
Ho conosciuto in te le meraviglie
meraviglie d’amore sì scoperte
L’amore, fin dal primo verso, non è presentato come conquista né come promessa, ma come scoperta. Merini non dice “ho creato”, “ho costruito”, “ho posseduto”: dice ho conosciuto.
È un verbo che implica incontro, apertura, riconoscimento.
Le “meraviglie” non sono astratte né idealizzate. Sono “scoperte”, cioè riportate alla luce dopo essere state a lungo nascoste. L’amore, qui, non è l’euforia dell’inizio, ma lo stupore di chi credeva di non potersi più stupire.
La poesia prosegue trasformando questo sentimento in immagine:
che parevano a me delle conchiglie
ove odoravo il mare e le deserte
spiagge corrive e lì dentro l’amore
L’amore non viene guardato, ma sentito. Le conchiglie non mostrano il mare, lo contengono nel suo odore, nella sua eco invisibile. È un amore che non si afferra con gli occhi, ma con i sensi, con il corpo, con la memoria.
Alda Merini suggerisce così che l’esperienza amorosa più profonda non è quella che si espone, ma quella che si respira. Un amore intimo, silenzioso, capace di riportare l’anima in un luogo essenziale, quasi primordiale. Un cambiamento intenso nella vita poetica di Alda Merini, trasportata evidentemente dall’amore intellettuale condiviso con Michele Pierri.
“Fermo” e “bufera”: amare senza garanzie
Ma questo abbandono non è cieco. La poesia lo chiarisce nei versi finali, quando l’io lirico confessa di essersi persa nella bufera dell’innamoramento, tenendo però fermo il cuore.
mi son persa come alla bufera
sempre tenendo fermo questo cuore
che (ben sapevo) amava una chimera.
Qui il testo cambia profondità. Fuori c’è la bufera dell’innamoramento, il perdersi, il mare travolgente. Dentro, però, c’è un cuore che resta fermo. Quel “fermo” non è difesa, ma scelta. È la dignità di chi ha sofferto e, pur sapendo che l’amore può essere un’illusione, decide comunque di restare.
La “chimera” non è solo un’immagine letteraria. Per Alda Merini è anche un riferimento concreto: il Bar Chimera sui Navigli, luogo quotidiano di incontro, scrittura e vita dopo il ritorno dal manicomio. Inserire questo termine significa unire il sogno e la realtà, il sacro e il profano, l’assoluto e il vissuto più umile.
L’amore è chimera perché è fragile, illusorio, ma è anche fatto di tavolini, fumo di sigarette, parole scambiate. È vita vera.
Alda Merini non offre in questa poesia una definizione dell’amore. Offre una sensazione. Un modo di attraversarlo. Non esiste l’amore, ma gli amori, ovvero le forme infinite con cui i sentimenti si rivelano, si spezzano, resistono.
E proprio per questo, la parte finale della poesia restituisce alla parte iniziale una speranza più profonda: anche se la vita ci conduce verso desideri sbagliati, l’amore vero può esistere. Può essere vissuto, anche senza certezze. Anche solo restando, con il cuore fermo, dentro la bufera.
Restare, anche senza promessa
Ho conosciuto in te le meraviglie non è una poesia che consola. Non promette salvezza, né felicità duratura, né riparo dal dolore. È una poesia che dice la verità dell’amore quando smette di essere sogno e diventa scelta.
Alda Merini ci consegna un sentimento che non chiede garanzie, che non si difende dall’illusione, ma la attraversa con lucidità. Amare, qui, significa accettare la possibilità della perdita senza per questo rinunciare allo stupore. Significa restare, anche quando si sa che ciò che si ama può rivelarsi una chimera.
È in questa consapevolezza che l’amore smette di essere fragile e diventa umano. Non perché non faccia più male, ma perché non pretende più di salvare. L’amore, per Alda Merini, non è ciò che dura per sempre: è ciò che vale comunque la pena di vivere, anche solo per un istante, anche dentro la bufera.
Ed è forse per questo che questi versi continuano a parlarci. Perché non insegnano ad amare meglio, ma a non mentire a se stessi quando si ama. E in un tempo che chiede continuamente certezze, questa verità resta una delle forme più alte di coraggio.