La maschera (1890) di Pirandello: la poesia sul valore della vita che è solo farsa

Scopri i geniali versi de “La maschera”, poesia di Luigi Pirandello che demolisce le forme e gli artifici sentimentali a favore del vivere senza farsa.

La maschera (1890) di Pirandello: la poesia sul valore della vita che è solo farsa

La maschera di Luigi Pirandello è una poesia che si prende gioco del romanticismo e del sentimentalismo umano, sottolineando come la vita in fondo è solo una farsa.

In barba al dolore nobile degli eroi shakespeariani o alle lacrime dei poeti che interrogano il destino, un Pirandello appena ventitreenne, compie un gesto di un cinismo folgorante. Il geniale scrittore siciliano sferra un attacco diretto alla nostra pretesa di dare un senso profondo all’esistenza.

La vita non ha un significato profondo o sacro, ma è un palcoscenico dove tutti siamo costretti a recitare. Pirandello ci sfida a guardare in faccia la realtà nuda e a capire che tutto ciò che chiamiamo “identità” è solo un trucco, una maschera di cera che applichiamo sul vuoto.

Per l’autore non serve interrogare la morte per trovare risposte, perché è muta. L’unica libertà che ci resta è quella di diventare consapevoli della finzione, smettere di prenderci troppo sul serio e imparare a ridere della nostra “sciocca vita”. È un invito a riconoscere che si vive come in un teatro in cui si entra in scena ogni giorno, trasformando il dolore in una risata liberatoria e consapevole.

La maschera fu pubblicata per la prima volta il 25 maggio 1890 su Vita Nuova, il settimanale fiorentino di letteratura, d’arte e di filosofia e poi è entrato a far parte come lirica d’apertura della raccolta Poesie Sparse (1890 – 1933)di Luigi Pirandello.

Leggiamo i suggestivi versi della poesia di Luigi Pirandello, per scoprirne il profondo significato.

La maschera di Luigi Pirandello

Io non ti prego, o vuoto cranio umano,
che il gran nodo mi voglia distrigar.
Follie d 'Amleto! Io sto co 'l Lenau: è vano
de la vita la Morte interrogar.

A che avventarti questa malacia
che in van mi rode, in stolidi perché?
Non vo ' sapere a qual mai uom tu sia
appartenuto - ora, appartieni a me.

Tu nulla forse m 'avresti insegnato
quando un cervel chiudevi ed un pensier;
ora m 'insegni a ridere del fato,
e a vivere la vita - unico ver.

Vogliam noi oggi, amico teschio, un poco
rifarci de le noje aspre del dí?
Io ho pensato di prenderci gioco...
Amico teschio, indovina di chi?

De la luna, di lei... Non ti se ' accorto
ch 'ella ti fa da un pezzo l 'occhiolin?
Anch 'ella è morta, come tu sei morto,
e vi potreste intendere un pochin.

Quando sorge dai monti e le gioconde
acque del Reno incande e le città,
co 'l primo raggio suo ti circonfonde,
da la finestra, e a contemplarti sta.

Vogliamo la comedia de la vita
rappresentar stasera tutti e tre?
Io tu e la Luna (sarà presto uscita);
la miglior parte la riserbo a te.

Ho comprato una maschera di cera,
che un volto finge di donna gentil,
una parrucca che par chioma vera,
e velo nero d 'ordito sottil.

Vedrai bel gioco! Scambio de la Luna,
temo di te non m 'abbia a innamorar...
Tu sembrerai un 'andalusa bruna
a le carezze del raggio lunar.

E allora dal mio tavolin vicino
un bel canto d 'amore io comporrò;
e quindi a te, facendo un grave inchino,
al lume de la Luna il leggerò.

Tu certamente non me 'l loderai,
e allora io ti dirò con molto ardor:
"Bella fanciulla, che lode non dài,
lodi io non voglio, ma voglio il tuo cor"

Né sí, né no. Ma in questo caso, è noto,
val sí il tacere; ed io cadrò al tuo piè,
e ti dirò... Tu ridi, o teschio vuoto
che sciocca vita! io rido al par di te.

La maschera che s’indossa e la frantumazione dell’io

La maschera è una poesia di un giovane Luigi Pirandello che mette nero su bianco quello che diventerà il pilastro della sua intera produzione: il messaggio che l’identità umana è una costruzione fittizia e che la vita non è altro che una recita senza copione.

Allontanandosi definitivamente dalla tradizione romantica, l’autore propone un nichilismo attivo in cui il teschio non è più un oggetto di meditazione religiosa o malinconica, ma lo specchio del nulla che ci portiamo dentro.

Il messaggio centrale è che la realtà non esiste in sé, ma è solo il risultato delle maschere che decidiamo di indossare per nascondere l’orrore del vuoto.

Questo testo anticipa di quasi vent’anni la definizione di “Umorismo” pirandelliano. L’immagine del cranio parruccato e vestito da donna è il perfetto esempio di come il comico (l’avvertimento del contrario) si trasformi in tragico attraverso la riflessione (il sentimento del contrario).

Pirandello sottolinea il valore fondante di questi versi, che dialogano idealmente con le opere dei suoi contemporanei europei, come lo svedese August Strindberg o i poeti decadenti francesi, condividendo con loro il senso di frantumazione dell’io e la crisi delle certezze ottocentesche.

La messa in scena della farsa

Nelle prime due strofe, Luigi Pirandello stabilisce il tono del suo rapporto con la morte. L’apostrofe al “vuoto cranio umano” è immediata e priva di reverenza.

Citando Nikolaus Lenau, poeta del dolore e del nichilismo, l’autore chiarisce che non c’è alcun mistero da svelare. Il teschio non è un reliquiario di saggezza, ma un oggetto di sua proprietà. Qui emerge il possesso fisico: il cranio appartiene al poeta non come ricordo di una persona cara, ma come nuda materia su cui esercitare il proprio pensiero.

Nella terza e quarta strofa, avviene il primo ribaltamento filosofico. Il poeta ammette che quel cervello, quando era vivo, forse non avrebbe avuto nulla da insegnargli. È solo ora, nella sua condizione di osso nudo, che il teschio diventa un “maestro”.

Gli insegna la verità più amara: che il destino è un’illusione di cui bisogna ridere. Da qui nasce la proposta del “gioco”: per fuggire alle “noje aspre del dí”, ovvero alla banalità soffocante della vita quotidiana, il poeta decide di organizzare una beffa cosmica.

Il coinvolgimento della Luna nella quinta e sesta strofa serve a estendere la farsa a tutto l’universo. Definendo la luna “morta” come il teschio, Pirandello distrugge il mito romantico dell’astro come entità spirituale.

La luna è ridotta a una vicina di casa indiscreta che “fa l’occhiolin” dalla finestra. Il paesaggio del Reno, tipicamente romantico, viene evocato solo per essere dissacrato. La luce lunare non serve a ispirare sentimenti nobili, ma a illuminare il palcoscenico di una recita assurda.

Nelle strofe settima e ottava, il poeta entra nel vivo della messinscena. Egli assegna le parti: lui sarà l’amante, il teschio sarà la donna amata e la luna sarà la luce di scena.

L’acquisto della maschera di cera, della parrucca e del velo nero è un atto simbolico fondamentale. Rappresenta la nascita della “persona” (che in latino significa appunto maschera).

Pirandello dimostra che la bellezza e la grazia di una “donna gentil” sono solo prodotti da banco, oggetti che si possono comprare e applicare sopra il nulla.

Nelle strofe nona e decima, la tensione tra realtà e finzione raggiunge il culmine. Il poeta finge di innamorarsi della sua stessa creazione, definendo il teschio truccato come una “andalusa bruna”.

È il trionfo dell’artificio: un canto d’amore composto a tavolino e letto con un “grave inchino” a un oggetto inanimato. Qui Pirandello mette a nudo la falsità della letteratura sentimentale, che spesso loda un’immagine ideale ignorando la sostanza (o l’assenza di essa) che vi sta sotto.

Le ultime due strofe chiudono la farsa con un colpo di scena psicologico. Il poeta chiede il “cor” alla fanciulla-teschio, consapevole che non riceverà risposta. Ma è proprio nel silenzio e nell’immobilità del cranio che egli vede una risposta: il tacere viene interpretato come un assenso teatrale.

La caduta finale ai piedi del teschio è l’ultimo atto della recita. La risata che scoppia nell’ultima strofa è il momento in cui la maschera cade, non per rivelare una verità, ma per confermare che la vita stessa è una “sciocca” recita. Il poeta ride perché ha capito il trucco; il teschio ride perché è la forma eterna di quel trucco.

il coraggio di ridere davanti allo specchio

Qual è, dunque, l’eredità che questo Luigi Pirandello appena ventitreenne ci consegna attraverso un rito così macabro? La sua lezione non è un invito alla disperazione, ma un brutale esercizio di onestà intellettuale.

In un mondo che ci spinge da sempre a nascondere la fragilità sotto lo smalto della forma, Pirandello ci ricorda che sotto la cera e sotto i veli non c’è un’essenza immutabile da proteggere, ma un vuoto che ci accomuna tutti.

La vera tragedia umana non è indossare una maschera, atto inevitabile per non impazzire nel caos dell’esistenza, ma l’illusione di credere che quella maschera sia il nostro unico e vero volto.

Il genio siciliano ci insegna che la libertà inizia esattamente dove finisce la pretesa di dare un senso solenne e sacro a ogni nostra sofferenza. Imparare a ridere della “sciocca vita” non significa svuotarla di importanza, ma liberarla dal peso insopportabile delle aspettative e del sentimentalismo di facciata che ci soffoca.

In barba a chi cerca risposte nei “perché” stolidi del destino, la lezione pirandelliana è un invito al nichilismo attivo, ovvero avere la forza di accettare la farsa, recitare la propria parte con consapevole distacco e avere il coraggio, ogni tanto, di guardare il “teschio” che siamo e fargli un inchino ironico.

Perché solo chi è consapevole del vuoto può smettere di esserne schiavo e trasformare il rumore del mondo in una risata liberatoria. È la vittoria dell’uomo che, scoprendosi “nessuno”, smette finalmente di aver paura.