Perché tutti parlano di “Woke”? Storia, origine e trappole di una parola che divide il mondo

Da richiamo contro le discriminazioni a neologismo dei dizionari: guida alla parola woke, tra giustizia sociale, anacronismo e igiene linguistica.

Perché tutti parlano di "Woke"? Storia, origine e trappole di una parola che divide il mondo

Negli ultimi giorni è diventato impossibile leggere un quotidiano, seguire un talk show o navigare sui social network senza imbattersi nella parola woke. Il termine è irrotto con dirompenza nel dibattito mediatico italiano, trasformandosi in una sorta di “jolly” concettuale: c’è chi lo cita come stendardo di responsabilità sociale e chi, al contrario, lo brandisce come un’accusa di conformismo e deriva ideologica.

A certificarne la definitiva sistemazione nella nostra lingua è stato l’ingresso ufficiale del termine nei principali repertori lessicografici del Paese, segnando il passaggio da slang straniero a vera e propria voce della lingua italiana.

La Treccani lo ha inserito già da tempo tra i suoi neologismi fotografandone la duplice natura, da un lato come consapevolezza verso le discriminazioni razziali, economiche e di genere, dall’altro come uso ironico o spregiativo per indicare chi assume un atteggiamento rigido o sprezzante verso le opinioni altrui. Tra il 2021 e il 2023 anche Lo Zingarelli e il Devoto-Oli lo hanno registrato come prestito non adattato dall’inglese, a riprova di come abbia smesso di essere un tecnicismo della cronaca estera per diventare una parola chiave del nostro discorso pubblico.

La penetrazione nel tessuto linguistico italiano è diventata così profonda da far attecchire persino il sostantivo wokismo, mutuato dal francese e dall’inglese per descrivere la corrente ideologica nel suo complesso.

L’inclusione nei dizionari sancisce una realtà chiara: woke non è una moda passeggera del web, ma una parola ormai strutturata. L’obiettivo di questa analisi non è schierarsi in una tifoseria, ma fare un’operazione di igiene linguistica, ripercorrendo la storia di questo anglicismo per capire da dove arriva davvero, come si è trasformato il suo significato e quali trappole interpretative nasconde quando lo usiamo.

Dall’inglese afroamericano al blues: la genealogia di woke

Per comprendere la portata delle controversie attuali, occorre calarsi nella vera natura linguistica ed etimologica del termine, spogliandolo per un momento dalle sovrascritture della politica contemporanea. Prima di diventare una categoria ideologica globale, woke nasce come forma del participio passato – impiegata in luogo dell’aggettivo standard awake o del participio woken – all’interno dell’African American Vernacular English (AAVE), la varietà linguistica parlata da gran parte della popolazione afroamericana.

Come illustrano gli studi sociolinguistici firmati da studiosi come Salikoko Mufwene, l’AAVE si è strutturato a partire dal profondo contatto tra i dialetti inglesi coloniali e le lingue africane portate dagli schiavi nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti. In questo specifico contesto culturale, l’espressione “stay woke” (“rimani sveglio”, “stai allerta”) non nasceva affatto come un’astratta speculazione filosofica o accademica, ma come una pragmatica raccomandazione di sopravvivenza civica e fisica.

Tenere gli occhi aperti significava letteralmente saper riconoscere i pericoli immanenti della segregazione, della violenza razziale e del potere giudiziario dell’epoca.

Una delle attestazioni documentate più celebri risale al 1938, quando il musicista folk-blues Huddie Ledbetter, noto come Lead Belly, incise il brano Scottsboro Boys, dedicato al drammatico fatto di cronaca che vide nove giovani afroamericani ingiustamente accusati di violenza sessuale in Alabama. Nella coda parlata della registrazione, Lead Belly raccomandava a chiunque si trovasse a passare per quelle terre di fare molta attenzione: “best stay woke, keep their eyes open“.

Nel corso del Novecento la metafora dello “stare svegli” ha continuato a solcare la cultura afroamericana, dai richiami di Marcus Garvey fino ai discorsi di Martin Luther King Jr., che invitava a non dormire durante una rivoluzione sociale, fino a comparire nella pièce teatrale Garvey Lives! del 1971.

La parola incorporava una premessa concettuale precisa: la realtà sociale nasconde discriminazioni sistemiche che la cultura dominante tende a normalizzare. Essere woke, per decenni, ha significato semplicemente possedere lo sguardo critico necessario a svelare ciò che la società sceglieva di rendere invisibile.

Dalle proteste di Ferguson alla Rete: la diffusione globale

Il passaggio della parola woke dal perimetro protetto della cultura afroamericana al palcoscenico globale avviene nel corso del primo decennio del XXI secolo, spinto dall’effetto combinato delle piattaforme digitali e di una nuova stagione di attivismo politico.

Nel 2008 la cantautrice soul Erykah Badu rilancia il termine nel brano Master Teacher con il ritornello scandito “I stay woke”, ma è il 2014 a segnare il vero punto di svolta. L’uccisione del diciottenne afroamericano Michael Brown da parte della polizia a Ferguson, nel Missouri, e la nascita del movimento Black Lives Matter trasformano l’hashtag #staywoke in una parola d’ordine globale.

In questa fase la Rete – e in particolare la comunità digitale afroamericana nota come Black Twitter – agisce come un potente acceleratore semantico. La brevità e la forza ritmica del termine si rivelano perfette per lo spazio conciso della comunicazione social, dove woke acquista una capacità d’impatto senza precedenti.

Al contempo, si avvia un processo di progressiva appropriazione e allargamento concettuale: il termine non indica più soltanto la vigilanza storica contro la violenza razziale negli Stati Uniti, ma si estende fino a ricoprire un perimetro molto più vasto. Essere woke comincia a significare una sensibilità vigile rispetto a un’intera matrice di disuguaglianze, che spazia dalle discriminazioni di genere ai diritti LGBTQ+, dalla crisi climatica alla critica del passato coloniale.

Adottata dai millennials e dalla Generazione Z, la voce valica rapidamente i confini nordamericani per approdare nei linguaggi europei. Nel 2017 l’Oxford English Dictionary registra ufficialmente woke nel suo significato politico di “essere consapevoli delle ingiustizie sociali e razziali”, mentre l’American Dialect Society la elegge parola slang dell’anno.

In brevissimo tempo, l’anglicismo si trasforma nel vocabolario sintetico di un’intera visione del mondo progressista, attenta alle politiche dell’identità e alla revisione critica dei sistemi di potere tradizionali.

La mutazione semantica: da autodefinizione a etichetta polemica

Proprio nel momento di massima diffusione e popolarizzazione globale si verifica il cortocircuito linguistico che trasforma woke nel fulcro ideologico di una vera e propria guerra culturale. Tra il 2018 e il 2020 la parola compie una delle traiettorie più affascinanti, complesse e rapide della storia della lingua contemporanea: lo scivolamento dall’autodefinizione all’eterodefinizione.

Il termine cessa quasi del tutto di essere rivendicato con orgoglio da chi si riconosce nei movimenti di giustizia sociale per diventare un vocabolo impiegato prevalentemente, se non quasi esclusivamente, dai suoi detrattori.

In questa transizione, cavalcata in primo luogo dai media e dai soggetti politici conservatori americani ed europei, il significato originale subisce un vero e proprio ribaltamento di segno.

Woke non descrive più chi mantiene lo sguardo vigile e consapevole sulle discriminazioni sistemiche, ma comincia a designare, nell’uso polemico e denigratorio, un atteggiamento percepito come dogmatico, dottrinario, moralista e inflessibile verso qualsiasi forma di dissenso. Si attiva così quel fenomeno che i linguisti definiscono “svalutazione peggiorativa“: la parola d’ordine di un gruppo diventa lo stigma applicato dall’esterno.

Il vantaggio politico e comunicativo di questa mutazione risiede nell’estrema elasticità che il termine acquisisce. Woke si trasforma in una grande etichetta “tuttofare”, capace di raggruppare sotto un’unica matrice ideologica fenomeni tra loro estremamente eterogenei: dall’attivismo di facciata delle multinazionali (woke capitalism o woke-washing) all’imposizione di nuovi codici espressivi nelle università, dalle discussioni sulle teorie dell’identità di genere fino alle controversie sulla cancel culture, la riscrittura dei testi letterari e la rimozione dei monumenti storici.

Sotto il profilo analitico, tuttavia, questa iper-estensione semantica genera una sensibile perdita di precisione. Quando un’unica parola viene usata per descrivere indifferentemente una campagna pubblicitaria, una battaglia per la parità salariale, una scelta di casting cinematografico e una controversia storiografica, il termine smette di descrivere la realtà e diventa un mero dispositivo retorico.

Dalla guerra culturale alla politica istituzionale

La trasformazione di woke non si arresta però alla polemica mediatica. All’inizio degli anni Venti il termine compie un ulteriore salto di scala: da etichetta utilizzata nel dibattito culturale diventa una categoria esplicita della competizione politica e, in alcuni casi, persino della produzione legislativa americana.

Uno dei protagonisti di questo passaggio è il governatore repubblicano della Florida Ron DeSantis, che costruisce una parte significativa della propria proiezione nazionale sulla contrapposizione alla cosiddetta woke ideology.

Nel 2022 firma l’Individual Freedom Act, molto più noto con il nome politico di Stop W.O.K.E. Act, provvedimento destinato a limitare determinate forme di insegnamento e formazione riguardanti razza, discriminazione e responsabilità collettiva nelle scuole, nelle università e nei luoghi di lavoro. Alcune parti della legge saranno successivamente bloccate dai tribunali federali, alimentando a loro volta un conflitto sulla libertà accademica e sui limiti dell’intervento pubblico nel controllo dei contenuti educativi.

Il caso è linguisticamente significativo ancora prima che politicamente. Una parola nata nello slang afroamericano e diffusasi attraverso l’attivismo sociale entra infatti direttamente nel nome con cui viene presentata una legge. Woke non è più soltanto un termine impiegato per interpretare un cambiamento culturale: diventa l’oggetto dichiarato di un’azione politica.

Durante il suo secondo insediamento come governatore, nel gennaio 2023, DeSantis sintetizza questa strategia affermando che la Florida sarebbe stata il luogo in cui «woke goes to die». La formula condensa perfettamente il nuovo significato assunto dalla parola: combattere il woke significa presentarsi come oppositori di un insieme molto più vasto di trasformazioni che riguardano educazione, razza, genere, università, aziende, rappresentazione culturale e ruolo delle istituzioni.

È proprio questa estensione a rendere l’etichetta politicamente potente. Nel corso delle primarie repubblicane del 2024, woke entra stabilmente nel lessico nazionale americano, pur continuando a non possedere una definizione condivisa. Lo stesso staff di DeSantis, chiamato in tribunale a precisarne il significato, lo ha ricondotto alla convinzione che nella società americana esistano ingiustizie sistemiche che debbano essere affrontate e, più genericamente, all’attivismo progressista. La controversia mostra quanto il termine sia ormai distante dal suo significato storico originario: non designa più semplicemente una condizione di vigilanza rispetto al razzismo, ma una costellazione molto più ampia di posizioni politiche e culturali.

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025, questa traiettoria compie un ulteriore passo. Nei primi giorni della nuova amministrazione vengono emanati diversi ordini esecutivi rivolti contro programmi federali di Diversity, Equity and Inclusion (DEI) e contro quelle che l’amministrazione definisce politiche discriminatorie fondate su razza e identità. Un ordine del 20 gennaio dispone la cessazione, nei limiti consentiti dalla legge, degli uffici, dei programmi e delle iniziative DEI e DEIA all’interno del governo federale.

Anche qui è necessaria una distinzione importante: DEI e woke non sono sinonimi. DEI identifica un insieme concreto e assai eterogeneo di politiche organizzative e amministrative; woke è invece una categoria politico-culturale molto più elastica. Eppure nel discorso pubblico statunitense le due dimensioni sono diventate progressivamente sovrapposte. Nel marzo 2025 Trump ha riassunto simbolicamente questo passaggio proclamando davanti al Congresso che il Paese non sarebbe stato più “woke”, collegando esplicitamente la formula alla sua offensiva contro le politiche DEI.

È qui che la parabola semantica della parola raggiunge probabilmente il suo punto più sorprendente.

Un’espressione utilizzata nel Novecento afroamericano come invito a mantenere gli occhi aperti di fronte alla discriminazione è diventata, quasi novant’anni dopo, una categoria attraverso cui una delle due principali famiglie politiche americane definisce ciò a cui intende opporsi.

Il passaggio è fondamentale perché mostra che la storia di woke non è più soltanto la storia di uno slittamento linguistico. È diventata la storia di una istituzionalizzazione del conflitto semantico: una parola controversa viene trasformata in programma politico e utilizzata per delimitare ciò che un governo considera legittimo, eccessivo o ideologico nello spazio pubblico.

L’arrivo in Italia: dall’anglicismo alla guerra culturale

L’approdo di woke in Europa introduce però un’ulteriore trasformazione. Quando il termine entra stabilmente nel dibattito italiano, non attraversa soltanto una frontiera linguistica: viene trasferito da un contesto storico e sociale a un altro profondamente differente.

Le radici del termine, come abbiamo visto, appartengono alla specifica esperienza afroamericana: la segregazione razziale, la lotta per i diritti civili, la discriminazione sistemica e, più recentemente, il rapporto tra comunità nere e forze di polizia. L’Italia non possiede evidentemente la stessa storia razziale degli Stati Uniti, né la medesima configurazione sociale. Ha però una propria storia coloniale, fenomeni di discriminazione, conflitti sull’immigrazione, trasformazioni dei rapporti tra i sessi e controversie sui diritti civili. Quando woke attraversa l’Atlantico, questi fenomeni cominciano quindi a essere interpretati anche attraverso un vocabolario nato altrove.

È un passaggio decisivo: insieme alla parola viene importata una categoria attraverso cui leggere la realtà.

Non è un fenomeno esclusivamente italiano. La circolazione globale della cultura americana – attraverso piattaforme digitali, università, cinema, serie televisive, grandi aziende e mezzi d’informazione – ha reso particolarmente permeabili le società europee al lessico delle culture wars statunitensi. Espressioni come politically correct, cancel culture, identity politics, safe space, trigger warning e, appunto, woke sono progressivamente entrate anche nelle discussioni europee, talvolta mantenendo il significato originario, altre volte adattandosi a conflitti locali molto differenti.

In Italia il processo presenta inoltre un curioso paradosso. Woke si diffonde proprio mentre perde progressivamente la propria funzione di autodefinizione. La parola che arriva con maggiore forza nel nostro dibattito non è più soltanto il vecchio invito afroamericano a “restare svegli” davanti alle discriminazioni, e neppure semplicemente l’aggettivo positivo diffusosi con Black Lives Matter. È soprattutto la sua versione polemica, già maturata nelle guerre culturali angloamericane.

Per questa ragione, nel discorso pubblico italiano woke viene utilizzato molto spesso per indicare un insieme estremamente eterogeneo di fenomeni: il linguaggio inclusivo, le discussioni sull’identità di genere, la rappresentazione delle minoranze nel cinema e nelle serie televisive, la revisione di opere considerate offensive, le controversie sui monumenti e sulla memoria coloniale, determinate politiche aziendali sulla diversità, fino ad alcune trasformazioni del linguaggio istituzionale e accademico.

Fenomeni differenti per origine, obiettivi e conseguenze vengono così ricondotti alla medesima matrice.

Nel dibattito mediatico italiano questa estensione si traduce in una polarizzazione quasi speculare. Per una parte della critica conservatrice e moderata, woke diventa una formula attraverso cui denunciare quelli che vengono considerati gli eccessi contemporanei del politicamente corretto: conformismo culturale, moralismo, imposizione linguistica, censura sociale e subordinazione della libertà individuale alle politiche dell’identità. In questa accezione, il termine finisce talvolta per assumere una funzione simile a quella svolta in passato da espressioni come radical chic, pur riferendosi a un universo culturale molto più ampio.

Sul versante opposto, chi difende le politiche di inclusione osserva che proprio questa elasticità può trasformare woke in una scorciatoia polemica. Se qualsiasi richiesta di maggiore rappresentazione, qualsiasi intervento contro una discriminazione o qualsiasi riflessione critica sul linguaggio può essere classificato preventivamente come “deriva woke”, l’etichetta rischia di sostituire la discussione sul merito. Non è più necessario stabilire se una determinata proposta sia ragionevole o eccessiva: è sufficiente collocarla all’interno di una categoria già caricata di valore negativo.

La peculiarità italiana sta dunque anche in questo processo di importazione selettiva. Abbiamo adottato una parola nata da una vicenda storica che non è la nostra e l’abbiamo progressivamente applicata a controversie che possiedono genealogie autonome nella cultura italiana ed europea.

Il problema non consiste nel fatto che una lingua accolga un termine straniero: le lingue lo fanno continuamente. La questione interessante è stabilire se, insieme alla parola, vengano importate anche le categorie attraverso cui un’altra società organizza i propri conflitti.

Quando una discussione italiana sull’uso del maschile e del femminile, sulla rappresentazione cinematografica, sulla memoria coloniale o sulla libertà accademica viene immediatamente definita woke, non stiamo soltanto scegliendo un vocabolo inglese. Stiamo implicitamente suggerendo che quei fenomeni appartengano alla stessa famiglia e che possano essere interpretati attraverso la medesima opposizione politica nata nelle culture wars americane.

È qui che l’anglicismo diventa politicamente interessante. Woke non importa soltanto un significato: può importare una struttura del conflitto.

Woke non significa tutto: distinguere le parole della guerra culturale

Proprio la straordinaria espansione del termine rende necessaria una distinzione che nel dibattito pubblico tende spesso a scomparire. Woke, politicamente corretto, cancel culture, identity politics e politiche DEI vengono frequentemente accostati, sovrapposti o utilizzati quasi come sinonimi. Non lo sono.

Hanno storie differenti, indicano fenomeni diversi e, soprattutto, non appartengono allo stesso livello concettuale.

Il politicamente corretto precede di molto l’attuale fortuna di woke. Nella sua accezione contemporanea riguarda soprattutto l’attenzione a evitare parole, espressioni o rappresentazioni considerate discriminatorie o offensive nei confronti di determinati gruppi sociali. Le polemiche sul politicamente corretto possono certamente intersecarsi con quelle sul woke, soprattutto quando riguardano il linguaggio inclusivo, ma i due concetti non coincidono: il primo riguarda prevalentemente norme e sensibilità del discorso pubblico; il secondo ha assunto una portata politica e culturale assai più vasta.

La cancel culture descrive invece un’altra dinamica: la pressione collettiva esercitata affinché una persona, un’opera, un’istituzione o un personaggio pubblico subiscano conseguenze sociali o professionali per comportamenti o affermazioni ritenuti inaccettabili. Anche in questo caso il fenomeno può essere associato al woke, ma non ne costituisce né una definizione né una conseguenza necessaria. Una battaglia contro una discriminazione non implica automaticamente una pratica di cancellazione, così come ogni controversia sulla libertà di espressione non può essere ricondotta indistintamente alla cancel culture.

Con identity politics, o politica dell’identità, si indica invece una modalità di mobilitazione politica nella quale esperienze, rivendicazioni e interessi vengono articolati anche a partire dall’appartenenza a gruppi definiti, per esempio, dal genere, dall’origine etnica, dall’orientamento sessuale o da altre condizioni sociali. È un concetto molto più ampio e storicamente articolato di quanto suggerisca il suo frequente utilizzo polemico contemporaneo. Ridurlo semplicemente a sinonimo di woke significa cancellarne storia e complessità.

Ancora diverso è il caso della Diversity, Equity and Inclusion (DEI). Qui non siamo principalmente davanti a una sensibilità culturale o a un’etichetta ideologica, ma a un insieme eterogeneo di programmi e politiche adottati da aziende, università, amministrazioni e altre organizzazioni con l’obiettivo dichiarato di favorire diversità, equità e inclusione. È possibile discutere l’efficacia, i criteri o gli effetti di ciascuna di queste politiche, ma identificarle automaticamente con il woke significa trasformare programmi concreti, che possono differire profondamente gli uni dagli altri, in una categoria ideologica unica.

Esiste infine il woke capitalism, espressione generalmente utilizzata in senso critico per indicare l’adozione, da parte delle imprese, di linguaggi e cause progressiste nella comunicazione commerciale e nella costruzione della propria immagine pubblica. Quando tale adesione viene considerata prevalentemente opportunistica o di facciata si parla anche di woke-washing: l’inclusione diventa, secondo questa critica, uno strumento di reputazione e marketing più che una trasformazione sostanziale delle pratiche aziendali.

Queste categorie possono certamente sovrapporsi. Una controversia sul linguaggio può coinvolgere il politicamente corretto; una protesta può trasformarsi in una richiesta di boicottaggio; una politica DEI può essere fondata su determinate concezioni dell’identità; un’impresa può appropriarsi commercialmente del linguaggio dell’inclusione. Ma intersezione non significa equivalenza.

Ed è precisamente nella cancellazione di queste differenze che woke acquista una parte considerevole della propria forza retorica contemporanea.

Se una politica aziendale, una scelta editoriale, una protesta studentesca, una modifica linguistica, una teoria accademica e una campagna contro la discriminazione possono essere tutte definite woke, la parola non serve più soltanto a denominare un fenomeno. Serve a costruire una relazione fra fenomeni differenti, suggerendo che siano manifestazioni di una medesima visione del mondo.

La domanda analiticamente più utile non è quindi: “Questo è woke?” È piuttosto: “Che cosa sta accadendo concretamente, e quale parola descrive con maggiore precisione ciò che sta accadendo?”

La distinzione tra questi fenomeni è essenziale anche per un’altra ragione: consente di sottrarre il dibattito alla rappresentazione di uno scontro rigidamente diviso in due campi. La critica di ciò che viene definito woke, infatti, non proviene esclusivamente dalla destra conservatrice.

Le critiche al woke vengono soltanto da destra?

Sarebbe tuttavia fuorviante interpretare la controversia sul woke come un conflitto perfettamente sovrapponibile alla divisione tra destra e sinistra. Alcune delle critiche più articolate alle politiche dell’identità, alla frammentazione del discorso pubblico e alla crescente centralità delle appartenenze di gruppo sono infatti maturate all’interno dello stesso campo liberale, progressista e socialista.

Le obiezioni, inoltre, non sono tutte uguali. È possibile distinguerne almeno tre: una critica liberale, concentrata sul pluralismo e sulla costruzione di una cittadinanza comune; una critica universalista, che teme la frammentazione degli individui in identità contrapposte; e una critica materialista, secondo la quale l’enfasi su identità, linguaggio e rappresentazione rischia di mettere in secondo piano le disuguaglianze economiche e di classe.

Un esempio del primo filone è il politologo e storico delle idee Mark Lilla. Nel libro The Once and Future Liberal: After Identity Politics, pubblicato nel 2017 dopo l’elezione di Donald Trump, Lilla sostiene che il liberalismo americano abbia progressivamente sostituito una visione politica fondata sulla cittadinanza e sul destino comune con un linguaggio sempre più organizzato intorno alle identità individuali e di gruppo.

La sua non è una contestazione dei diritti delle minoranze: Lilla riconosce le ragioni storiche che hanno prodotto quei movimenti. La critica riguarda piuttosto la loro traduzione in una strategia politica generale. Una politica incapace di costruire un “noi” sufficientemente ampio, sostiene, rischia di frammentare l’elettorato invece di creare solidarietà e maggioranze.

Un’obiezione ancora più esplicitamente universalista è stata formulata dalla filosofa Susan Neiman, che ha scelto provocatoriamente di intitolare un suo libro Left Is Not Woke. La sua tesi distingue nettamente la tradizione della sinistra da ciò che identifica come alcune tendenze della cultura woke.

Per Neiman, la sinistra moderna nasce dalla convinzione che gli esseri umani possano essere giudicati sulla base di principi universali di giustizia e che appartenenze come razza, sesso o origine non debbano determinare il valore morale dell’individuo. Il rischio di una politica eccessivamente organizzata intorno alle identità sarebbe quindi quello di sostituire l’universalismo con una concezione sempre più tribale della società, nella quale l’appartenenza al gruppo torna a occupare il centro della definizione della persona.

Diversa ancora è la critica proveniente dalla sinistra materialista e socialista. Qui il problema principale non è innanzitutto il linguaggio né la libertà di espressione, ma il rapporto tra identità e classe sociale.

Il politologo marxista Adolph Reed Jr., per esempio, ha criticato duramente quella che definisce una tendenza al “riduzionismo razziale”: interpretare fenomeni sociali complessi principalmente attraverso l’appartenenza razziale può, secondo Reed, oscurare differenze di classe e interessi economici che attraversano gli stessi gruppi identitari.

Essere classificati all’interno della stessa categoria razziale non significa infatti possedere automaticamente gli stessi interessi materiali, le stesse condizioni economiche o le stesse priorità politiche.

Da questa prospettiva nasce una delle obiezioni più significative rivolte da sinistra alla politica identitaria contemporanea: una società può diventare più attenta alla rappresentazione delle minoranze nelle proprie élite senza diventare necessariamente più egualitaria.

Aumentare la diversità ai vertici di un’impresa, di un’università o di un’istituzione può modificare la composizione di quei gruppi dirigenti senza incidere automaticamente sulle condizioni materiali delle persone che si trovano alla base della struttura sociale. La questione della rappresentanza e quella della redistribuzione possono incontrarsi, ma non sono la stessa cosa.

Le tre critiche partono dunque da premesse differenti. Il liberalismo di Lilla teme soprattutto la perdita di un linguaggio politico comune; l’universalismo di Neiman mette in guardia dalla trasformazione dell’appartenenza identitaria nel criterio dominante attraverso cui interpretare l’individuo; la critica materialista insiste sul rischio che razza, genere e rappresentazione oscurino classe, lavoro, salari e distribuzione della ricchezza.

Questo non significa che tali critiche siano necessariamente corrette, né che esista un unico blocco intellettuale “anti-woke”. Al contrario, sono state a loro volta fortemente contestate. I sostenitori delle politiche identitarie osservano che l’universalismo può diventare astratto quando ignora discriminazioni che colpiscono concretamente determinati gruppi e che classe, razza e genere non costituiscono necessariamente spiegazioni alternative: possono sovrapporsi e rafforzarsi reciprocamente.

Ed è proprio questo confronto a mostrare quanto sia insufficiente ridurre la controversia a una contrapposizione tra progressisti favorevoli al woke e conservatori contrari. Dietro una sola parola convivono dispute molto più antiche: uguaglianza e differenza, universalismo e identità, riconoscimento e redistribuzione, libertà individuale e protezione dei gruppi, trasformazione del linguaggio e trasformazione delle condizioni materiali.

Una volta separate queste questioni, diventa possibile affrontarne una particolarmente delicata senza ricorrere automaticamente all’etichetta woke: che cosa accade quando la volontà di rendere il linguaggio del presente più inclusivo incontra categorie, termini e istituzioni ereditati dal passato? È qui che la controversia linguistica diventa anche un problema di metodo storico.

L’anacronismo prescrittivo e il dilemma della lingua

Se sul piano del costume e della cronaca politica la sfida si gioca sui social e nei talk show, è quando l’estensione del fenomeno tocca la storiografia e l’uso specialistico della lingua che emergono le trappole metodologiche più insidiose. Il rischio maggiore è quello che gli storici e i linguisti definiscono appiattimento sincronico: la sovrapposizione delle categorie etiche, morali e linguistiche del presente sulla complessa e stratificata ricostruzione del passato.

Un caso emblematico – sollevato e analizzato dall’Accademia della Crusca da studiosi della lingua come Rita Librandi e Paolo D’Achille. – riguarda la richiesta avanzata a uno storico dell’arte da parte di una curatrice editoriale anglosassone. Lo studioso aveva consegnato un contributo in inglese sui pellegrinaggi medievali al Sacro Speco di Subiaco per un volume miscellaneo destinato alla pubblicazione in Gran Bretagna; nel testo, l’autore citava il patrimonio concettuale dei “Padri della Chiesa”, ma la curatrice ha preteso di affiancare alla formula storica quella di “Madri della Chiesa”.

Questo episodio offre all’Accademia della Crusca l’occasione per formulare un interrogativo fondamentale sia per chi si occupa di storiografia sia per chi riflette sul linguaggio: dove si colloca il confine tra la legittima ricerca di un linguaggio non sessista nel presente e la salvaguardia della verità storica, senza scivolare in forme di censura retroattiva o cancel culture?

Dal punto di vista della storia religiosa e della teologia, la Patristica e la Patrologia (greca e latina) identificano una disciplina e un periodo cronologico ben delimitato: un corpus di autori dell’antichità cristiana definiti a partire dal IV secolo d.C. (con il Concilio di Nicea del 325 d.C.) e perfezionati nel secolo successivo per designare i vescovi e gli scrittori le cui opinioni avevano acquisito autorevolezza in materia di fede.

Un periodo che la storiografia chiude formalmente nel VII secolo in Occidente (con san Gregorio Magno e sant’Isidoro di Siviglia) e nell’VIII secolo in Oriente (con san Giovanni Damasceno).Pretendere di emendare a posteriori termini tecnici storicamente stabiliti in nome dell’inclusività contemporanea genera un palese anacronismo. La confusione sorge spesso per la sovrapposizione con un altro titolo teologico, quello di Dottori della Chiesa: una qualifica istituita molto più tardi (tra il XIII e il XIV secolo), ancora oggi attribuibile dal Pontefice o dal Concilio ecumenico senza vincoli di antichità.

È in questa categoria che la Chiesa ha riconosciuto il contributo dottrinale di quattro grandi figure femminili: santa Caterina da Siena, santa Teresa d’Avila, santa Ildegarda di Bingen e santa Teresa di Lisieux.La posizione dell’Accademia della Crusca su questo punto è netta: la lingua ha il dovere di evolversi nel presente per garantire la parità di genere, ma la storia non può essere emendata retroattivamente.

Proiettare le sensibilità del XXI secolo sul passato costituisce un errore di metodo che rischia di sconfinare nella censura della memoria (damnatio memoriae). Ignorare o alterare i fatti storici in nome del politicamente corretto non aiuta le battaglie per l’inclusione; al contrario, finisce per banalizzare la fatica reale con cui le donne hanno storicamente conquistato i propri spazi.

Per la Crusca, la tutela dei diritti di oggi deve camminare di pari passo con la difesa della verità scientifica del passato, ponendo un argine alle spinte iper-correttive e garantendo il rispetto del rigore storiografico.

L’amore per il prossimo va oltre qualsiasi appartenenza

La lunga vicenda della parola woke nasce, in fondo, da un’esigenza che precede il termine stesso: riconoscere nell’altro una dignità che non può essere negata dalla razza, dal sesso, dall’origine, dalla condizione sociale o da qualsiasi altra differenza.

Le battaglie contro la discriminazione hanno avuto e continuano ad avere la funzione di rendere visibili ingiustizie che una società può ignorare, tollerare o persino considerare normali. Le appartenenze aiutano a comprendere queste esperienze e, in determinati momenti storici, diventano inevitabilmente anche strumenti di rivendicazione. Ma nessuna appartenenza può esaurire la persona.

Esiste infatti un principio che viene prima della contrapposizione tra woke e anti-woke: l’altro è il nostro prossimo perché condivide con noi la stessa dignità umana. Non deve appartenere al nostro gruppo, condividere le nostre idee, la nostra cultura o la nostra identità perché quella dignità gli venga riconosciuta.

È questo il punto nel quale l’amore per il prossimo supera la logica delle appartenenze. Non cancella le differenze e non rende irrilevanti le ingiustizie; impedisce, però, che siano le differenze a stabilire quanto vale una persona e fin dove debba arrivare il nostro riconoscimento.

Per questo non può esistere una chiusura verso il prossimo. Nel momento in cui decidiamo che qualcuno è fuori dal perimetro della nostra considerazione perché appartiene alla categoria sbagliata, pensa diversamente da noi o si trova dall’altra parte di un conflitto, abbiamo già subordinato la persona all’etichetta.

Le parole cambiano, le identità politiche si trasformano e le battaglie culturali di oggi lasceranno probabilmente il posto ad altre. Il principio rimane: prima dell’appartenenza viene la persona, e nell’altro riconosciamo un nostro simile, uguale a noi nella dignità.

L’amore per il prossimo comincia da qui e, proprio per questo, non può avere appartenenza.