Quanto c’è di autentico nella persona che mostriamo agli altri? Tendiamo a pensare all’identità come a qualcosa che dobbiamo scoprire, quasi esistesse una versione definitiva di noi stessi nascosta sotto le convenzioni, le aspettative e le storie che raccontiamo.
Eppure diventare adulti significa anche costruirsi, cambiare direzione, interpretare diversamente il proprio passato e talvolta concedersi il diritto di ricominciare. È intorno a questa zona incerta tra autenticità e invenzione che Andrew Sean Greer costruisce Villa Coco, il nuovo romanzo dell’autore di Less, vincitore del premio Pulitzer, in uscita per La nave di Teseo il 15 settembre 2026. Una commedia malinconica ambientata nella Toscana di fine anni Novanta che utilizza l’arte, l’amore e soprattutto l’incontro tra un giovane ancora incapace di definirsi e una donna che sembra essersi inventata per tutta la vita per interrogarsi su quanto le storie che raccontiamo contribuiscano a renderci ciò che siamo.
“Villa Coco” di Andrew Sean Greer, tradotto da Elena dal Pra, La Nave di Teseo
Alla fine degli anni Novanta, Geoffrey, giovane archivista americano, arriva sulle colline toscane con l’intenzione di lasciarsi alle spalle il disordine della propria vita sentimentale e gli eccessi degli anni universitari. Il compito che lo aspetta sembrerebbe perfetto per recuperare stabilità: catalogare una misteriosa collezione d’arte conservata in una villa italiana.
Ad accoglierlo trova però la baronessa Lisabetta, detta Coco, novantadue anni, gusto infallibile e un passato sul quale è difficile stabilire dove finisca la realtà e cominci la finzione. Anche la villa sembra riflettere la personalità della proprietaria, popolata da artisti, servitori, fantasmi e segreti, mentre persino l’autenticità delle opere che Geoffrey dovrebbe ordinare comincia a diventare meno certa di quanto il giovane archivista vorrebbe.
Quello che dovrebbe essere un incarico razionale si trasforma progressivamente in un apprendistato alla vita. Geoffrey è arrivato per mettere ordine in una collezione e finisce per vedere incrinarsi proprio la sua fiducia nella possibilità di ordinare il mondo attraverso categorie nette. Impara a osservare diversamente le opere, le persone e soprattutto se stesso, attraversando passioni irrisolte, desideri e nuovi inizi mentre il confine tra ciò che è autentico e ciò che è stato costruito diventa sempre più ambiguo. Greer sembra così utilizzare la formazione professionale del protagonista come metafora della sua educazione sentimentale: catalogare significa attribuire un’origine e un’identità alle cose, proprio mentre Geoffrey deve comprendere quale identità attribuire a se stesso.
Una baronessa di novantadue anni che ha trasformato la vita in un racconto
Al centro di questa educazione c’è Coco, un personaggio che sembra incarnare esattamente ciò che Geoffrey deve ancora imparare. La baronessa possiede un passato ambiguo e ha costruito la propria esistenza mescolando verità e finzione fino a rendere quasi impossibile separarle.
La domanda interessante, però, non riguarda soltanto quali delle sue storie siano realmente accadute. Greer sembra suggerirne una più radicale: una storia inventata racconta necessariamente qualcosa di meno vero su una persona? Coco appartiene a quella categoria di personaggi che hanno compreso quanto l’identità possa essere anche una forma di narrazione e che, invece di limitarsi a ricevere la propria vita, continuano a riscriverla.
La differenza generazionale tra i due protagonisti rende ancora più significativo il loro incontro. Geoffrey è giovane ma sembra voler trovare una definizione stabile di se stesso, mentre Coco, a novantadue anni, rappresenta paradossalmente il movimento, la metamorfosi e la possibilità di continuare a reinterpretare ciò che si è stati.
La formazione del protagonista può allora avvenire proprio attraverso qualcuno che dovrebbe trovarsi all’estremità opposta dell’esistenza. Villa Coco rovescia così una delle convenzioni più comuni del romanzo di formazione: a insegnare a un giovane come cominciare a vivere è una donna anziana che ha trascorso quasi un secolo a trasformare la propria biografia in qualcosa di simile a un’opera d’arte.
Siamo ciò che siamo stati o ciò che scegliamo di raccontare?
Il rapporto tra identità e narrazione sembra essere uno dei nuclei più affascinanti del romanzo. Ogni persona costruisce inevitabilmente una storia della propria vita: seleziona alcuni ricordi, ne dimentica altri, attribuisce significati agli eventi e modifica nel tempo il modo in cui interpreta ciò che le è accaduto. Il passato rimane lo stesso, ma il racconto che ne facciamo cambia insieme a noi. Portando questo processo quasi all’estremo attraverso Coco, Greer sembra domandarsi se l’identità possa davvero essere separata dalle storie attraverso le quali la rendiamo comprensibile agli altri e a noi stessi.
Da questo punto di vista, la misteriosa collezione d’arte diventa uno specchio perfetto dei personaggi. Un archivista dovrebbe essere in grado di stabilire provenienze, attribuzioni e autenticità, distinguendo un originale da qualcosa che originale non è.
Geoffrey scopre invece un mondo nel quale queste categorie iniziano a vacillare. La stessa domanda può essere trasferita alle persone: che cosa significa essere “autentici”? Essere fedeli alla persona che siamo stati vent’anni prima oppure permetterci di cambiarla? Dire tutto ciò che è realmente accaduto oppure riconoscere che persino la memoria contiene interpretazione, omissione e desiderio? L’arte e la vita finiscono così per condividere lo stesso problema: entrambe chiedono continuamente allo spettatore di decidere a quale verità credere.
Il diritto di ricominciare
In Villa Coco ricorre anche l’idea del nuovo inizio, particolarmente significativa per Geoffrey. Il viaggio in Toscana nasce già come un tentativo di interruzione: lasciare l’America, il caos dei sentimenti e la propria precedente quotidianità per affidarsi a un lavoro apparentemente controllabile.
È il gesto di chi pensa che cambiare luogo possa permettere di ricominciare da zero, salvo scoprire che ciò da cui si fugge tende a viaggiare insieme a noi. La villa diventa quindi meno un rifugio che un luogo di trasformazione, perché invece di permettergli di dimenticare chi era costringe Geoffrey a domandarsi chi desidera diventare.
Greer sembra interessato soprattutto alla distanza tra ciò che immaginiamo debba essere una vita adulta e ciò che accade quando quella vita prende direzioni impreviste. Geoffrey arriva cercando ordine e incontra ambiguità, pensa di occuparsi di oggetti e finisce per confrontarsi con i sentimenti, vuole certezze e impara a dubitare.
La crescita non coincide quindi con il raggiungimento di una versione finalmente stabile di sé, ma con la capacità di accettare che l’identità possa continuare a cambiare. Ricominciare non significa necessariamente cancellare ciò che è venuto prima: può significare trovare un racconto diverso attraverso il quale incorporarlo nella persona che stiamo diventando.
Desiderio e identità nella narrativa di Andrew Sean Greer
Per chi ha conosciuto Andrew Sean Greer attraverso Less, alcuni territori di Villa Coco risultano immediatamente familiari: l’identità queer, il desiderio, l’amore, l’inadeguatezza e la possibilità di reinventarsi sono elementi centrali anche nella narrativa che ha reso celebre lo scrittore americano.
Il tono della nuova storia sembra muoversi nuovamente lungo quel confine particolare tra commedia e malinconia che permette di parlare delle fragilità dei personaggi senza trasformarle in tragedie assolute. Geoffrey attraversa passioni irrisolte e identità incerte, ma la ricerca di sé avviene dentro un universo narrativo nel quale l’errore e l’imbarazzo possono diventare altrettanto importanti delle grandi rivelazioni.
È una prospettiva particolarmente interessante quando viene applicata all’identità queer, perché il tema dell’invenzione di sé assume un significato ulteriore. Costruire la propria identità non equivale a falsificarla: può essere, al contrario, il processo necessario per trovare una forma capace di corrispondere a ciò che si desidera essere.
La libertà di ricominciare, amare diversamente o mettere in discussione le definizioni ricevute dall’esterno diventa allora parte dello stesso percorso attraverso cui Geoffrey impara a guardare e raccontare. Come Coco ha trasformato la propria esistenza in una narrazione continuamente riscritta, anche lui deve comprendere che non tutte le identità vengono semplicemente trovate: alcune devono essere costruite.
Una Toscana lontana dalla semplice cartolina
Anche l’ambientazione italiana assume una funzione precisa. Le colline toscane potrebbero facilmente diventare lo scenario rassicurante della fuga americana in Italia, con la promessa di una vita più lenta e autentica contrapposta al disordine lasciato oltreoceano.
Greer sembra invece complicare questo immaginario riempiendo la villa di segreti, presenze e opere dall’identità incerta. La bellezza rimane, ma non garantisce alcuna semplicità; dietro l’apparenza armoniosa continuano a muoversi desideri, bugie, fantasmi e storie impossibili da classificare con sicurezza.
La villa stessa può essere letta come una grande metafora della memoria. Contiene oggetti accumulati, opere da catalogare, tracce di persone che l’hanno attraversata e racconti la cui attendibilità rimane incerta. Geoffrey entra pensando di poter mettere ordine in questo archivio e scopre progressivamente che la vita non funziona come un catalogo.
Alcune cose possono essere nominate, altre soltanto interpretate; alcune storie possono essere documentate, altre acquistano significato proprio perché qualcuno ha scelto di raccontarle in un determinato modo. La casa di Coco diventa così il luogo ideale nel quale un archivista può imparare il limite più importante del proprio mestiere: non tutto ciò che conta può essere definitivamente classificato.
Perché leggere “Villa Coco”
Villa Coco parte da una premessa che possiede il fascino della commedia letteraria, con un giovane americano spaesato, una baronessa eccentrica, una villa toscana e una collezione misteriosa, ma sembra utilizzare tutti questi elementi per porre una domanda molto più intima: quanto della nostra identità è scoperta e quanto invece è invenzione? Andrew Sean Greer mette di fronte due persone lontanissime per età e apparentemente anche per esperienza, facendo dell’incontro tra Geoffrey e Coco il punto dal quale osservare l’amore, il desiderio, l’arte e la necessità di ricominciare.
La lezione più interessante custodita nella villa della baronessa riguarda proprio il significato dell’autenticità. Essere autentici non deve necessariamente voler dire rimanere per sempre fedeli alla prima versione di noi stessi, come se cambiare equivalesse a tradirla.
Possiamo correggere il racconto, abbandonare una parte, iniziare un nuovo capitolo e persino scoprire che alcune delle storie attraverso cui ci siamo immaginati hanno contribuito a renderci reali. Se la vita di Coco oscilla continuamente tra verità e invenzione, Geoffrey dovrà imparare che diventare se stessi può significare anche concedersi il diritto di inventare chi saremo dopo.

Condividi questo articolo