Essere sempre la stessa persona è forse una delle grandi illusioni che coltiviamo su noi stessi. Cambiamo quando lavoriamo, quando siamo soli, quando incontriamo gli amici, quando amiamo qualcuno. Esistono giorni nei quali siamo capaci di affrontare qualsiasi cosa e altri nei quali persino rispondere a un messaggio sembra richiedere uno sforzo enorme. Eppure continuiamo a utilizzare un’unica parola per contenere tutto questo: io.
Helen Oyeyemi prende questa contraddizione molto umana e la trasforma in qualcosa di letterale.
In Una nuova nuova me, pubblicato in Italia da 66thand2nd, Kinga Sikora non possiede semplicemente molte sfaccettature della propria personalità: esistono sette Kinga, una per ogni giorno della settimana. Condividono lo stesso corpo, ma conducono esistenze differenti, hanno caratteri diversi, lavori diversi e soprattutto non sembrano avere particolare fiducia l’una nell’altra.
La trovata potrebbe sembrare l’inizio di una commedia surreale. Oyeyemi la utilizza invece per porre una domanda molto più interessante: se togliessimo l’idea rassicurante di possedere un’identità unica e coerente, cosa rimarrebbe di noi?
“Una nuova nuova me” di Helen Oyeyemi, tradotto da Marina Calvaresi, 66thand2nd
Ogni mattina può cominciare una nuova Kinga. Il lunedì appartiene a Kinga-A, che può decidere di cancellare dal telefono le applicazioni di delivery. Quando arriva giovedì compare invece Kinga-D, decisamente più incline a trascorrere il proprio tempo immersa nella vasca da bagno e nel vino.
Dalla A alla G, le sette Kinga compongono una vita sorprendentemente affollata. Tra loro troviamo un’organizzatrice di incontri, una profumiera e una lavavetri. Cambiano le professioni e cambiano anche i caratteri: apatia, rabbia, introspezione e una buona dose di saccenteria convivono nello stesso corpo senza trasformarsi necessariamente in armonia.
A permettere alle sette donne di comunicare è un diario giornaliero che passa da una Kinga alla successiva. È lì che vengono registrati avvenimenti, avventure e problemi, ma anche rancori e mezze verità.
L’equilibrio già precario precipita quando nell’appartamento viene scoperto un uomo tenuto prigioniero. Nessuna sembra possedere immediatamente tutte le risposte e comincia a insinuarsi un sospetto ancora più inquietante: una delle Kinga potrebbe avere intenzione di eliminare le altre.
La domanda, a quel punto, cambia completamente. Quanto possiamo fidarci di noi stessi?
Siamo davvero la stessa persona ogni giorno?
L’idea delle sette Kinga porta all’estremo qualcosa che sperimentiamo continuamente.
Pensiamo alla nostra identità come a una linea continua: siamo nati, siamo cresciuti e, nonostante tutto ciò che è cambiato, continuiamo a considerarci la stessa persona. Nella vita quotidiana, però, questa continuità è molto meno perfetta.
Esiste la persona che mostriamo sul lavoro e quella che conoscono gli amici. Quella che emerge dentro una relazione sentimentale può essere diversa da quella che appare in famiglia. A volte basta persino cambiare città perché alcuni aspetti del carattere diventino improvvisamente possibili e altri scompaiano.
Oyeyemi sembra giocare proprio con questa molteplicità.
Invece di nascondere tutte queste versioni dietro un unico nome, le separa. Kinga diventa una piccola comunità costretta ad abitare lo stesso corpo.
Ed è particolarmente interessante l’immagine utilizzata per descrivere questa identità: non un fronte compatto, ma una sorta di coalizione i cui componenti sono costantemente in disaccordo.
Essere una persona significa anche questo, cercare continuamente un compromesso tra tutto ciò che siamo stati, ciò che vorremmo diventare e ciò che gli altri credono che siamo.
Il diario e quella strana necessità di raccontarci a noi stessi
Tra gli elementi più affascinanti del romanzo c’è il diario attraverso il quale comunicano le diverse Kinga.
Normalmente pensiamo al diario come allo spazio più privato possibile. Scriviamo proprio perché nessun altro dovrebbe leggere. Nel mondo creato da Oyeyemi accade quasi il contrario: scrivere diventa necessario per mantenere una continuità fra persone che condividono una vita senza condividerne completamente la coscienza.
Il diario costruisce la memoria, ma presenta anche un problema: chi scrive può mentire.
Può omettere qualcosa, modificare un avvenimento, proteggersi oppure lasciare alla Kinga del giorno successivo una versione incompleta della realtà. Ed ecco che qualcosa di apparentemente assurdo torna nuovamente molto vicino alla nostra esperienza, anche noi ricostruiamo continuamente la nostra storia.
Ricordiamo alcuni episodi e ne dimentichiamo altri, cambiamo interpretazione a ciò che ci è successo e qualche volta scopriamo che la persona che eravamo dieci anni prima avrebbe raccontato la stessa esperienza in maniera completamente diversa.
L’identità, allora, potrebbe dipendere anche dalle storie che continuiamo a raccontarci su noi stessi.
Helen Oyeyemi e una realtà che non obbedisce alle regole
Chi cerca in Una nuova nuova me una spiegazione perfettamente razionale rischia probabilmente di avvicinarsi al libro dalla direzione sbagliata.
La scrittura di Helen Oyeyemi ama da tempo attraversare il confine tra quotidiano, fiaba, fantastico e perturbante. Anche qui la premessa impossibile delle sette Kinga non sembra chiedere al lettore soltanto di risolvere un enigma, ma di accettare una realtà leggermente spostata rispetto alla nostra.
L’onirico convive inoltre con l’umorismo. È una combinazione importante perché impedisce alla riflessione sull’identità di diventare un esercizio astratto. Le Kinga possono essere irritanti, divertenti, malinconiche, arroganti e vulnerabili. Sono contraddittorie proprio perché lo sono le persone.
Questa una delle intuizioni più riuscite del romanzo: la complessità non deve necessariamente essere risolta, possiamo imparare a conviverci.
La pressione di diventare continuamente una “nuova me”
Il titolo italiano permette anche un’altra lettura particolarmente contemporanea.
Siamo circondati dall’invito a diventare versioni migliori di noi stessi. Nuove abitudini, nuove routine, nuovi obiettivi, nuovi corpi, nuove carriere. Il lunedì sembra essere diventato simbolicamente il giorno nel quale ricominciare da capo, mentre l’anno nuovo porta con sé l’ennesima promessa di trasformazione.
Ma quante volte possiamo diventare una “nuova me” prima di domandarci chi fosse quella precedente?
Kinga porta questa logica all’assurdo. Non deve aspettare gennaio o il lunedì successivo: ogni giorno esiste letteralmente una nuova versione di lei.
Eppure moltiplicarsi non significa necessariamente conoscersi meglio.
Forse il problema non è scegliere quale delle nostre versioni sia quella autentica, ma capire che l’identità potrebbe essere proprio il risultato della loro convivenza.
Perché è necessario leggere “Una nuova nuova me”
Helen Oyeyemi costruisce un romanzo difficile da rinchiudere in una sola definizione. C’è un mistero da risolvere, c’è una situazione quasi fantastica, c’è l’umorismo e c’è quella qualità onirica che permette alla realtà di deformarsi senza perdere completamente il contatto con l’esperienza umana.
Ma soprattutto c’è un’idea dell’io sorprendentemente liberatoria.
Forse non dobbiamo essere perfettamente coerenti per essere autentici. Possiamo desiderare qualcosa e il giorno dopo metterla in discussione. Possiamo riconoscerci in versioni di noi stessi che sembrano incompatibili. Possiamo cambiare senza che tutto ciò che eravamo prima diventi falso.
Le sette Kinga trasformano questa esperienza in una situazione estrema, divertente e inquietante.
Alla fine la domanda suggerita dal romanzo potrebbe essere molto semplice: invece di trascorrere tutta la vita cercando finalmente di diventare una versione definitiva di noi stessi, cosa succederebbe se imparassimo a conoscere tutte quelle che esistono già?

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