Il monaco giapponese Ryōjun Shionuma, protagonista del libro L’arte di sorridere in salita, suggerisce una prospettiva completamente diversa, la serenità non nasce quando la strada smette di salire, nasce mentre stiamo ancora camminando.
La sua non è una teoria elaborata dietro la scrivania. Shionuma è l’unico uomo dell’epoca moderna ad aver completato il Sennichi Kaihōgyō, uno dei pellegrinaggi ascetici più duri del Giappone. Per anni ha affrontato montagne, gelo, fatica e privazioni estreme, ma il significato di quell’impresa non consiste nella resistenza fisica. Il vero percorso è interiore.
Ci abituiamo a pensare che la felicità sia il premio che arriva dopo aver superato un periodo difficile. Ci diciamo che staremo meglio quando il lavoro sarà meno pesante, quando avremo più tempo, quando un problema si sarà finalmente risolto. Così passiamo mesi, a volte anni, con lo sguardo rivolto a un futuro in cui immaginiamo che la vita diventerà finalmente più semplice.
L’arte di sorridere in salita, di Ryōjun Shionuma, Vallardi
Non possiamo eliminare la salita, ma possiamo cambiare il modo di affrontarla!
Ogni persona conosce le proprie montagne. Per qualcuno hanno il volto di una malattia, per altri coincidono con un momento di crisi economica, con un lutto, con la fatica di crescere un figlio o con il senso di smarrimento che accompagna i cambiamenti.
L’errore più comune consiste nel pensare che la serenità dipenda dall’assenza di questi ostacoli. Il monaco racconta invece che la sofferenza fa parte dell’esperienza umana e che combatterla continuamente significa aggiungere altro dolore a quello che già esiste.
Accettare non significa arrendersi. Significa smettere di consumare energie nel desiderio che la realtà sia diversa da quella che è e iniziare a domandarsi quale atteggiamento possiamo scegliere davanti a ciò che non possiamo controllare.
Le cose semplici non sono banali
Uno degli aspetti più sorprendenti del libro è la semplicità dei suoi insegnamenti. Dopo un’esperienza estrema ci si aspetterebbero formule complicate o pratiche riservate a pochi. Shionuma, invece, invita il lettore a recuperare gesti che spesso passano inosservati: bere un bicchiere d’acqua con attenzione, osservare il sole che sorge, fermarsi davanti a un fiore, respirare senza fretta.
Può sembrare poco, soprattutto in una società che misura il valore delle persone attraverso la produttività e la velocità. Eppure proprio questi momenti interrompono il flusso continuo di pensieri che ci tiene costantemente proiettati verso ciò che manca.
La gratitudine, in questa prospettiva, non è un esercizio ingenuo di ottimismo. È la capacità di riconoscere che, anche nelle giornate più difficili, esiste qualcosa che continua a sostenerci.
Liberarsi dall’ego per vivere meglio
Il pellegrinaggio raccontato nel libro ha anche un altro obiettivo: ridurre il peso dell’ego. Non nel senso di annullare la propria personalità, ma di smettere di mettere continuamente se stessi al centro di ogni esperienza.
Molta della sofferenza quotidiana nasce infatti dal confronto con gli altri, dal bisogno di dimostrare qualcosa, dalla paura di fallire o di non essere abbastanza. Quando queste preoccupazioni occupano tutto lo spazio, ogni difficoltà sembra diventare una prova definitiva del nostro valore.
Shionuma suggerisce invece che una parte della libertà nasce proprio dal servizio agli altri. Spostare l’attenzione fuori da sé permette di ridimensionare molte paure e di recuperare un rapporto più equilibrato con la propria vita.
Sorridere in salita non significa fingere
Il titolo potrebbe trarre in inganno. Sorridere non significa ignorare il dolore o costringersi a essere positivi a ogni costo. Significa scegliere di non lasciare che le difficoltà cancellino completamente la capacità di vedere ciò che continua a essere bello, vero e degno di attenzione.
In un periodo storico dominato dall’ansia, dalla fretta e dalla sensazione di dover sempre rincorrere qualcosa, L’arte di sorridere in salita ricorda che nessuno può evitare le salite della vita. Possiamo però decidere con quale sguardo affrontarle. Ed è forse proprio questa la forma più concreta di libertà: continuare a camminare senza aspettare che il sentiero diventi pianeggiante prima di concederci il diritto di stare bene.
