“Sociopatica” Siamo davvero c’ho che proviamo? il libro racconta quando una diagnosi diventa identità

La parola “sociopatico” arriva raramente da sola. Nel nostro immaginario porta con sé il criminale, il manipolatore, il predatore incapace di empatia che osserva gli altri come strumenti da utilizzare. Cinema, serie televisive, true crime e narrativa hanno contribuito a costruire una figura riconoscibile proprio perché estrema, al punto che il termine viene ormai utilizzato…

"Sociopatica" Siamo davvero c'ho che proviamo? il libro racconta quando una diagnosi diventa identità

La parola “sociopatico” arriva raramente da sola. Nel nostro immaginario porta con sé il criminale, il manipolatore, il predatore incapace di empatia che osserva gli altri come strumenti da utilizzare. Cinema, serie televisive, true crime e narrativa hanno contribuito a costruire una figura riconoscibile proprio perché estrema, al punto che il termine viene ormai utilizzato nel linguaggio comune per indicare una persona crudele, pericolosa o semplicemente priva di scrupoli.

Ma che cosa succede quando quella parola non descrive il cattivo di una storia, bensì la persona che sta raccontando la propria?

È da questa prospettiva che nasce Sociopatica. Un memoir di Patric Gagne, pubblicato in Italia da Mercurio nella traduzione di Sara Bresciani. Un libro autobiografico che parte dall’esperienza individuale dell’autrice per affrontare una questione più ampia: quanto può essere difficile costruire la propria identità quando la cultura ha già deciso che cosa dovremmo essere?

Gagne racconta un’infanzia nella quale avverte molto presto una distanza rispetto agli altri. Paura, senso di colpa ed empatia non sembrano presentarsi per lei nello stesso modo in cui li riconosce nelle persone che la circondano. Al loro posto emerge un vuoto che cerca di contrastare attraverso comportamenti trasgressivi e, talvolta, aggressivi.

Il memoir nasce proprio dentro questa frattura tra esperienza personale e definizione sociale, interrogando continuamente il confine fra ciò che una persona sente, ciò che fa e ciò che gli altri credono che sia.

“Sociopatica” di Patric Gagne, tradotto da Sara Bresciani, Mercurio

Uno degli aspetti più interessanti della storia raccontata da Gagne riguarda l’infanzia, perché prima ancora di qualsiasi definizione clinica esiste una bambina che percepisce qualcosa di diverso nel proprio modo di stare al mondo.

Non possedere una parola per descrivere ciò che accade significa però non avere neppure uno strumento per comprenderlo e, Il problema, diventa allora anche linguistico.

Se un’emozione viene considerata universale, che cosa pensa di sé chi non la sperimenta nel modo atteso? Se ci viene insegnato che il senso di colpa è ciò che impedisce alle persone di fare del male, come può interpretarsi qualcuno che non lo riconosce dentro di sé?

Nel racconto di Gagne questa distanza produce comportamenti problematici. Mente, ruba, infrange regole e cerca attraverso azioni sempre più forti di interrompere quella sensazione di vuoto.

Il punto interessante, però, non consiste nel trasformare quei comportamenti in qualcosa di affascinante o innocuo, bensì nel chiedersi che cosa significhino per chi li compie.

Ed è qui che il memoir cambia prospettiva: invece di osservare una persona dall’esterno e domandarsi “che cosa c’è che non va?”, prova a raccontare che cosa significhi vivere dall’interno di un’esperienza che gli altri hanno già classificato.

“Sociopatico” significa necessariamente “cattivo”?

Qui Sociopatica entra direttamente in conflitto con decenni di rappresentazioni culturali.

Il sociopatico della finzione è spesso interessante proprio perché viene costruito come alterità assoluta. È colui che può fare ciò che noi non faremmo perché gli mancherebbe qualcosa che consideriamo indispensabile per essere pienamente umani.

Eppure questo ragionamento contiene un passaggio tutt’altro che scontato: stiamo identificando la moralità con la presenza spontanea di determinate emozioni.

Provare empatia può influenzare il nostro comportamento, ma essere una persona responsabile significa anche scegliere come agire. Al contrario, provare emozioni socialmente considerate positive non impedisce automaticamente di ferire qualcuno.

Gagne utilizza la propria esperienza per mettere in discussione questa equivalenza troppo semplice tra funzionamento emotivo e valore morale.

Questo non significa sostenere che qualsiasi comportamento debba essere giustificato. Significa separare due questioni che tendiamo a confondere: comprendere perché una persona agisce in un determinato modo e stabilire la responsabilità delle sue azioni, sono problemi diversi. Ed è proprio questa distinzione a rendere il libro interessante oltre la storia personale dell’autrice.

La diagnosi può spiegarti senza diventare tutto ciò che sei?

Durante gli anni universitari Gagne comincia a cercare una spiegazione, studiando casi simili al proprio e confrontandosi con la letteratura clinica e con la sua terapeuta. Il riconoscimento diventa inizialmente una conferma: esiste qualcosa che può dare un nome a ciò che ha sperimentato per anni. Ma trovare una parola non risolve necessariamente il problema. A volte ne crea uno nuovo.

Perché una diagnosi può offrire una chiave di lettura, mentre diventa pericolosamente limitante quando viene utilizzata come biografia anticipata: se appartieni a questa categoria, allora sarai questo tipo di persona, proverai queste cose, farai queste azioni e il tuo futuro seguirà inevitabilmente una determinata direzione.

Nel caso raccontato da Gagne la questione diventa ancora più complessa perché la parola “sociopatia” possiede una fortissima vita culturale indipendente dal linguaggio clinico contemporaneo. Oggi, infatti, “sociopatia” non è una diagnosi autonoma nel DSM-5-TR; nel discorso clinico il riferimento diagnostico pertinente è il disturbo antisociale di personalità, mentre “sociopatico” continua a circolare soprattutto come termine storico e popolare.

Questa precisazione è importante proprio perché il libro è un memoir: racconta come Gagne interpreta e nomina la propria esperienza, e non va letto come un manuale diagnostico attraverso cui stabilire che cosa siano tutte le persone con disturbo antisociale di personalità.

Se non proviamo l’empatia allo stesso modo, possiamo comunque amare?

Nel percorso raccontato nel libro, il ritorno di un amore del passato apre una possibilità che sembra contraddire la narrazione nella quale Gagne teme di essere intrappolata.

Se può amare, allora che cosa significa tutto ciò che ha imparato su se stessa?

La domanda è più profonda di quanto sembri perché riguarda il modo in cui definiamo l’amore. Tendiamo a immaginarlo come un sentimento che semplicemente accade: qualcosa che proviamo e che, proprio perché provato, dovrebbe determinare naturalmente le nostre azioni.

Ma l’amore può essere pensato anche attraverso i comportamenti.

Restare. Proteggere. Riconoscere l’altro come individuo. Imparare quali azioni possono ferirlo. Assumersi responsabilità. Stabilire limiti. Scegliere qualcuno anche quando l’emozione non assume la forma che la cultura ci ha insegnato ad aspettarci.

Il memoir permette così di formulare una domanda che riguarda anche chi non condivide l’esperienza dell’autrice: quanto siamo abituati a considerare autentico soltanto ciò che viene sentito nel modo che conosciamo?

Il problema del “mostro” nella cultura popolare

C’è poi una ragione per cui Sociopatica può essere letto anche come un libro sulla cultura contemporanea. Abbiamo bisogno dei mostri.

Non necessariamente perché esistano persone completamente prive di umanità, ma perché immaginare il male come qualcosa appartenente a individui radicalmente diversi da noi è rassicurante. Se il criminale è “un sociopatico”, la violenza può essere confinata dentro una categoria: lui è fatto così, noi no.

È una spiegazione molto più semplice rispetto ad ammettere che crudeltà, abuso, manipolazione e violenza possano avere origini differenti e comparire anche in persone capaci di affetto, paura, rimorso ed empatia.

La figura del sociopatico diventa quindi culturalmente utile perché offre un volto riconoscibile al male.

Ma il prezzo di questa semplificazione viene pagato anche da persone reali, le cui esperienze psicologiche finiscono sovrapposte ai villain che abbiamo imparato a conoscere attraverso la finzione. Il memoir di Gagne interviene esattamente dentro questo cortocircuito.

Un memoir che chiede di distinguere spiegazione e assoluzione

La parte più delicata di un libro come Sociopatica consiste nel non cadere nell’estremo opposto. Decostruire uno stereotipo non significa trasformare ogni comportamento in qualcosa di accettabile, né utilizzare una condizione psicologica come giustificazione automatica delle azioni. Il punto è più interessante proprio perché più difficile.

Una persona può avere un funzionamento emotivo diverso e rimanere responsabile delle proprie scelte. Può aver bisogno di comprendere i meccanismi che regolano il proprio comportamento proprio per imparare a gestirli. Può aver compiuto azioni sbagliate senza essere ridotta per sempre alla cosa peggiore che abbia fatto.

In questo senso Sociopatica pone una questione che supera persino il suo argomento principale: quanto spazio concediamo alle persone per diventare qualcosa di diverso dalla definizione che abbiamo dato loro?

Una diagnosi non può raccontare un’intera persona

Il percorso raccontato da Patric Gagne attraversa neuroscienze, letteratura clinica, terapia, relazioni e memoria personale alla ricerca di una risposta che forse non può essere contenuta in una sola parola. Ed è probabilmente qui che il libro trova il suo nucleo più interessante.

Le categorie servono. Consentono alla medicina e alla psicologia di individuare caratteristiche comuni, studiare fenomeni, formulare ipotesi e costruire percorsi di trattamento. Ma una categoria descrive alcuni aspetti di una persona, non ne esaurisce l’identità.

Sociopatica parte da una parola che sembra già contenere una storia intera e prova a fare il percorso contrario: riaprire quella storia.

Dietro l’etichetta ricompare così una bambina che non comprende perché gli altri sentano cose che lei non sente, poi un’adolescente che cerca stimoli per sottrarsi al vuoto, una donna che prova a capire il proprio funzionamento, costruisce relazioni e interroga la possibilità di amare.

Forse la domanda più utile lasciata dal memoir non è quindi se Patric Gagne corrisponda o meno all’immagine che abbiamo di una sociopatica.

È chiedersi quante volte, incontrando una parola capace di definire qualcuno, smettiamo di essere curiosi della persona che quella parola dovrebbe descrivere.