Shinsengumi. Gli ultimi samurai di Ai Isamu parte da uno dei passaggi più affascinanti della storia giapponese, gli ultimi anni dello shogunato Tokugawa, per raccontare uomini che si trovarono dalla parte destinata alla sconfitta.
Kondō Isami, Hijikata Toshizō, Okita Sōji e Saitō Hajime appartengono oggi all’immaginario popolare giapponese, ma dietro la leggenda rimane una vicenda storica molto più complessa: quella di giovani spesso provenienti da famiglie non appartenenti alla grande aristocrazia guerriera che tentarono di conquistarsi attraverso la spada un’identità samuraica proprio mentre il mondo dei samurai stava arrivando alla fine.
“Shinsengumi. Gli ultimi samurai” di Ai Isamu, Luni editrice
Il racconto comincia nella Kyoto del 1863, quando il Giappone attraversa una frattura politica e culturale destinata a cambiare radicalmente il paese. Da una parte c’è lo shogunato Tokugawa, che governa il Giappone da oltre due secoli; dall’altra crescono le forze favorevoli alla restaurazione dell’autorità imperiale e alla trasformazione politica del paese, mentre l’apertura forzata ai rapporti con le potenze occidentali ha ormai mostrato quanto sia difficile continuare a mantenere l’ordine precedente.
In questo scenario nasce la Shinsengumi, milizia legata allo shogunato e diventata celebre soprattutto per la sua attività a Kyoto negli ultimi anni del periodo Edo. Il libro segue la sua nascita, la sua affermazione e infine il suo declino, raccontando una storia il cui esito è conosciuto fin dall’inizio ma che proprio per questo assume una forza quasi tragica.
Al centro emergono alcune delle figure destinate a diventare inseparabili dalla leggenda della Shinsengumi: Kondō Isami, Hijikata Toshizō, Okita Sōji e Saitō Hajime. Il volume li presenta come uomini provenienti dalla provincia e da ambienti lontani dalle élite più prestigiose, un elemento fondamentale per comprendere il fascino che continueranno a esercitare nei secoli successivi.
La loro storia diventa quella di persone che cercano nella disciplina, nella fedeltà e nell’abilità marziale una possibilità di affermazione, mentre intorno a loro la società cambia rapidamente. Il paradosso è evidente: raggiungono l’identità guerriera alla quale aspirano proprio quando quella stessa identità sta per perdere il mondo politico e sociale che l’aveva resa possibile.
La Shinsengumi nasce mentre il Giappone entra nella modernità
Per capire il fascino della vicenda bisogna tornare alla crisi del Bakumatsu, la fase conclusiva dello shogunato Tokugawa. Dopo l’arrivo della spedizione statunitense guidata da Matthew Perry nel 1853 e le successive aperture dei porti giapponesi, il sistema politico dello shogunato entrò in una crisi sempre più profonda.
Negli anni Sessanta dell’Ottocento Kyoto divenne uno dei principali centri dello scontro tra sostenitori dello shogunato e forze che chiedevano il ritorno del potere politico nelle mani dell’imperatore. La Shinsengumi nacque proprio in questo clima e operò come forza armata impegnata nel mantenimento dell’ordine e nella repressione degli oppositori dello shogunato.
La Restaurazione Meiji sarebbe arrivata nel 1868, inaugurando un processo di trasformazione istituzionale, militare, economica e sociale rapidissimo. Per gli uomini della Shinsengumi il problema non era quindi soltanto combattere un avversario politico: significava affrontare un cambiamento storico che rendeva progressivamente inefficaci molte delle strutture alle quali avevano affidato la propria identità. È questo contrasto che rende particolarmente interessante l’immagine scelta dal libro: le spade e i codici guerrieri si trovano davanti a fucili, artiglieria e nuove forme di organizzazione militare. La fine della Shinsengumi diventa così parte di un passaggio molto più vasto, quello fra il Giappone feudale dell’epoca Tokugawa e il nuovo Stato centralizzato dell’era Meiji.
Kondō, Hijikata, Okita e Saitō: gli uomini dietro la leggenda
La forza della Shinsengumi nell’immaginario contemporaneo dipende anche dalla possibilità di riconoscere al suo interno personalità molto diverse. Kondō Isami ne divenne il comandante e rappresentò uno dei principali punti di riferimento del gruppo; Hijikata Toshizō, vicecomandante, è rimasto legato all’immagine della disciplina inflessibile e continuò a combattere per le forze fedeli allo shogunato anche dopo la caduta di Edo. La sua vicenda sarebbe terminata nel 1869 durante la guerra di Boshin, nello scontro finale combattuto a Hokkaidō.
Accanto a loro si collocano Okita Sōji, ricordato come uno dei più talentuosi spadaccini della Shinsengumi, e Saitō Hajime, una delle figure sopravvissute alla dissoluzione del gruppo. Le loro traiettorie differenti permettono di evitare una lettura troppo semplice della Shinsengumi come blocco uniforme: alcuni morirono combattendo, altri furono giustiziati, altri ancora riuscirono a entrare nel nuovo Giappone nato dalla vittoria dei loro avversari. È proprio questa differenza a rendere interessante il racconto collettivo, perché davanti alla fine di un sistema politico ciascuno dovette trovare una propria risposta alla stessa domanda: cosa rimane dell’identità di un uomo quando scompare l’ordine al quale aveva dedicato la propria vita?
Gli ultimi samurai che non erano nati per diventare samurai
Uno degli aspetti più affascinanti della storia raccontata dal volume riguarda le origini sociali di diversi protagonisti. Kondō Isami, per esempio, nacque in una famiglia contadina e fu successivamente adottato dalla famiglia Kondō legata alla scuola di spada Tennen Rishin-ryū; Hijikata proveniva anch’egli da una famiglia di agricoltori relativamente agiata. La Shinsengumi offrì dunque a uomini che non appartenevano necessariamente all’alta classe samuraica tradizionale la possibilità di conquistarsi attraverso l’abilità marziale, la disciplina e il servizio politico uno status altrimenti difficilmente raggiungibile.
Qui emerge uno dei paradossi più belli suggeriti da Shinsengumi. Gli ultimi samurai: alcuni dei suoi protagonisti combattono per preservare un ordine sociale nel quale loro stessi occupavano una posizione problematica. Sono uomini che cercano di diventare pienamente guerrieri mentre il significato stesso dell’essere guerriero sta cambiando. Per questo la loro storia supera la semplice nostalgia per il Giappone delle katane: racconta il bisogno umano di appartenere a qualcosa, di costruire un’identità e di darle un significato abbastanza forte da resistere persino quando la Storia sembra dichiararla ormai superata.
La Shinsengumi tra storia e mito del bushidō
Il libro presenta la Shinsengumi attraverso valori come lealtà, onore e disponibilità alla morte, elementi che inevitabilmente richiamano il bushidō. È però utile distinguere il comportamento storico dei guerrieri dalle successive idealizzazioni del cosiddetto “codice dei samurai”. Il bushidō come sistema morale unitario e immutabile è infatti anche il risultato di elaborazioni sviluppatesi nel tempo, e soprattutto tra periodo Meiji e Novecento alcune immagini del samurai furono riorganizzate e trasformate in un discorso nazionale sull’onore e sulla fedeltà. La storia reale della classe guerriera giapponese è molto più lunga, mutevole e contraddittoria di un singolo codice universale.
Questa distinzione rende la Shinsengumi persino più interessante, perché permette di osservare come un gruppo storico possa progressivamente diventare un mito culturale. La loro sconfitta favorisce il processo: chi combatte sapendo che probabilmente perderà può essere trasformato facilmente nell’immagine romantica dell’uomo fedele fino alla morte. Ma dietro quella rappresentazione rimangono uomini coinvolti in una guerra civile, schierati politicamente e capaci anche di una disciplina estremamente violenta. Leggerli soltanto come eroi significherebbe perdere proprio la complessità che rende affascinante il loro percorso.
Dalla storia alla cultura pop: perché la Shinsengumi continua ad affascinare
La Shinsengumi non è rimasta confinata nei manuali di storia. Nel Giappone contemporaneo i suoi membri sono diventati protagonisti di romanzi, film, serie televisive, manga, anime e videogiochi, spesso reinterpretati secondo sensibilità molto lontane dall’Ottocento. È facile incontrare Kondō, Hijikata, Okita o Saitō trasformati in eroi romantici, personaggi tragici, combattenti spettacolari o persino figure comiche. Proprio perché sappiamo che il loro mondo è destinato a finire, ogni racconto sulla Shinsengumi contiene già una tensione narrativa potentissima: il lettore assiste alla corsa di uomini che avanzano verso qualcosa che la Storia ha già condannato.
È anche ciò che rende Shinsengumi. Gli ultimi samurai interessante per chi vuole avvicinarsi alla storia del Giappone attraverso le persone che l’hanno attraversata. Dietro le uniformi, le spade e la fama dei grandi combattenti si nasconde infatti uno dei momenti nei quali il paese dovette ridefinire che cosa volesse diventare. La Shinsengumi rimase legata al mondo che stava tramontando e per questo perse la propria battaglia politica, ma la sua sconfitta contribuì paradossalmente alla sua sopravvivenza culturale: i vincitori entrarono nella nuova storia del Giappone, mentre gli sconfitti diventarono leggenda.
Perché leggere “Shinsengumi. Gli ultimi samurai”
Il volume di Ai Isamu può essere quindi letto non soltanto come un libro sui samurai, ma come una storia sul rapporto fra identità e cambiamento. Kondō, Hijikata, Okita e Saitō appartengono a una generazione costretta a vivere esattamente sulla linea che separa due epoche: dietro di loro c’è il Giappone Tokugawa, davanti un paese che costruirà ferrovie, industrie, eserciti moderni e istituzioni completamente nuove. Restare fedeli al vecchio ordine significa inevitabilmente rischiare di essere travolti insieme ad esso, ma cambiare significa anche chiedersi quanto di sé si possa abbandonare senza perdere la propria identità.
La Shinsengumi continua a esercitare un fascino forte. La sua storia contiene qualcosa che supera il Giappone dell’Ottocento: racconta persone che vedono arrivare il futuro e capiscono che quel futuro potrebbe non avere più bisogno di loro. Shinsengumi. Gli ultimi samurai parte dalla spada, dall’onore e dalla guerra, ma conduce verso una domanda molto più universale: quando il mondo nel quale abbiamo costruito noi stessi scompare, essere fedeli fino alla fine significa aver perso oppure aver scelto consapevolmente chi volevamo essere?

Condividi questo articolo