Ci insegnano molto presto che alcuni vestiti appartengono alle ragazze e altri ai ragazzi, che esistono modi considerati appropriati di essere femminili e che il nostro aspetto comunica qualcosa di noi ancora prima che possiamo decidere cosa vogliamo raccontare. Ma cosa accade quando essere riconosciute come ragazze comincia a significare sentirsi esposte allo sguardo, al giudizio e persino alla violenza degli altri? Aoi Makino costruisce Sayonara Mini Skirt intorno a questa domanda e sceglie una protagonista che della femminilità aveva fatto, almeno apparentemente, una professione: Nina Kamiyama era infatti una idol, circondata da fan e abituata a incarnare davanti al pubblico una precisa immagine di ragazza.
Dopo una violenta aggressione durante un incontro con i fan, però, Nina abbandona il gruppo Pure Club, taglia i capelli e comincia a frequentare il liceo indossando l’uniforme maschile. Non vuole più essere riconosciuta, osservata o associata alla ragazza che era stata sul palco. Il manga pubblicato in Italia da J-Pop parte così da una storia apparentemente legata al mondo dello spettacolo giapponese per affrontare qualcosa di molto più vicino all’esperienza quotidiana: il momento in cui il corpo smette di essere percepito come uno spazio proprio perché sembra continuamente definito da ciò che gli altri si aspettano di vedere.
“Sayonara Mini Skirt”, il manga di Aoi Makino, edito J-Pop, che interroga la femminilità
Nina Kamiyama frequenta il liceo cercando di passare inosservata, ma dietro quel nome e quell’aspetto si nasconde Karen Amamiya, celebre componente delle Pure Club. La sua carriera si è interrotta dopo essere stata aggredita da un uomo durante un incontro con i fan, esperienza che ha cambiato profondamente il rapporto della ragazza con se stessa e con il proprio corpo. Nina sceglie allora di tagliare i capelli, vestirsi con l’uniforme destinata agli studenti maschi e allontanarsi da tutto ciò che ricorda la figura femminile che aveva mostrato al pubblico.
Soltanto il compagno di classe Hikaru Horiuchi sembra comprendere chi sia realmente, mentre la possibilità che l’aggressore possa tornare mantiene sulla storia una tensione che permette a Makino di muoversi tra introspezione e mistero. Il punto più interessante, però, riguarda il significato assunto dalla trasformazione di Nina. Non siamo davanti al semplice travestimento utilizzato per nascondere un’identità famosa, perché la protagonista rifiuta deliberatamente i codici attraverso cui aveva imparato a essere riconosciuta come ragazza. Cambiare abiti significa tentare di cambiare lo sguardo che gli altri posano su di lei.
Perché proprio una minigonna?
Il titolo permette di comprendere quanto l’abbigliamento sia centrale nella storia. La minigonna diventa il simbolo di una femminilità immediatamente leggibile, quella che associa determinati vestiti alla disponibilità a essere guardate e giudicate. Nina ha conosciuto una versione ancora più estrema di questo meccanismo attraverso la carriera da idol, durante la quale l’immagine della ragazza sorridente, graziosa e accessibile faceva parte del personaggio pubblico che offriva ai fan. Dopo l’aggressione, ciò che prima apparteneva alla sua immagine diventa qualcosa da cui prendere le distanze.
Makino affronta così una contraddizione che molte ragazze incontrano crescendo: voler scegliere liberamente come vestirsi e scoprire che quella scelta viene continuamente interpretata dagli altri. Una gonna può diventare una dichiarazione sulla sessualità, un abito largo può essere giudicato poco femminile, un corpo può essere commentato come se fosse uno spazio pubblico. Il problema non risiede allora nel vestito, ma nel significato che viene imposto a chi lo indossa. Nina tenta di sottrarsi a questo sistema eliminando alcuni dei segni attraverso cui viene riconosciuta come femminile, ma il manga porta gradualmente il discorso verso una questione più profonda: dovrebbe davvero essere una ragazza a modificarsi per sentirsi al sicuro?
Com’è davvero la vita delle idol in Giappone e perché può essere così dura
Per capire Nina bisogna conoscere almeno in parte il sistema dal quale proviene. Essere una idol in Giappone non significa semplicemente essere una cantante pop. L’attività può comprendere musica, danza, televisione, pubblicità, social media, eventi promozionali e soprattutto la costruzione di un rapporto continuativo con i fan. L’immagine pubblica diventa quindi una componente essenziale del lavoro: simpatia, disponibilità, aspetto e comportamento contribuiscono a creare quella sensazione di vicinanza che distingue storicamente una parte della cultura idol dalla celebrità tradizionale.
Naturalmente il settore è molto ampio e le condizioni cambiano tra gruppi e agenzie, ma la sua storia comprende anche aspetti controversi: ritmi di lavoro intensi, controllo dell’immagine, aspettative sul comportamento privato e, in alcuni contesti, regole o pressioni riguardanti le relazioni sentimentali. A questo si aggiunge un modello che ha spesso valorizzato il contatto diretto con il pubblico attraverso incontri ed eventi nei quali i fan possono avvicinarsi alle performer. Proprio questa prossimità, pensata per alimentare un legame affettivo tra pubblico e artista, ha aperto negli anni interrogativi sulla privacy, sulla sicurezza e sul confine tra partecipazione del fan e senso di possesso nei confronti dell’idol.
Collocare Nina dentro questo contesto cambia la lettura del manga. L’aggressione avviene durante un incontro con i fan, dunque proprio in uno degli spazi nei quali la distanza tra artista e pubblico viene ridotta. Quando Nina decide di scomparire, allora, sembra rifiutare anche l’idea che la propria immagine debba appartenere agli altri. La sua storia permette di osservare il lato problematico di un meccanismo molto contemporaneo, che non riguarda esclusivamente le idol: quando una persona trasforma la propria immagine in qualcosa di pubblico, fino a che punto chi la segue crede di avere diritto alla sua vita?
Nina rinuncia alla femminilità oppure cerca di riprendersela?
Dire che Nina decide di “diventare un ragazzo” semplificherebbe ciò che Makino sta raccontando. La protagonista continua a essere Nina, ma modifica gli elementi attraverso cui gli altri leggono il suo genere. L’uniforme maschile assume per lei la funzione di una protezione: se essere femminile significa essere guardata nel modo che ha imparato a temere, rendersi meno riconoscibile attraverso quei codici sembra offrirle una possibilità di controllo.
È qui che Sayonara Mini Skirt incontra un discorso più ampio sul genere senza trasformarlo necessariamente in una storia sull’identità di genere. Makino mette in discussione la convinzione che esista un modo corretto di apparire come ragazza e mostra quanto facilmente vestiti, capelli e comportamenti vengano trasformati in prove della femminilità di qualcuno. Nina permette invece di separare due elementi che spesso vengono confusi: essere una ragazza e aderire alle aspettative costruite intorno alla parola “ragazza”. La distanza tra le due cose apre uno spazio nel quale la protagonista può iniziare a domandarsi che cosa desideri davvero per sé.
Il victim blaming e la domanda sbagliata che rivolgiamo alle ragazze
C’è un altro nodo che rende il manga particolarmente attuale: la tendenza a cercare nelle scelte della vittima una spiegazione della violenza subita. Come era vestita? Perché si trovava lì? Perché si è fidata? Sono domande apparentemente diverse, ma condividono lo stesso spostamento di responsabilità. Anziché interrogare il comportamento di chi ha esercitato la violenza, si analizza quello di chi l’ha ricevuta, quasi che esistesse una combinazione corretta di abiti, atteggiamenti e precauzioni capace di garantirci di non diventare vittime.
La trasformazione di Nina rende visibile quanto questo pensiero possa essere interiorizzato. Dopo ciò che le è accaduto, prova a modificare se stessa per impedire che possa accadere nuovamente. Il suo percorso permette allora di rovesciare la domanda: invece di chiederci cosa debba fare una ragazza per non attirare determinati sguardi, possiamo chiederci perché continuiamo a educare soprattutto le ragazze a proteggersi da comportamenti che dovrebbero essere gli altri a non mettere in atto. La minigonna acquista così un significato politico senza perdere quello personale, perché il diritto a indossarla coincide con il diritto a non essere considerata responsabile dello sguardo altrui.
Un manga che parla anche a chi non conosce il mondo delle idol
Non occorre conoscere il J-pop per riconoscere ciò che Sayonara Mini Skirt racconta. Il sistema idol rende più evidente una dinamica che attraversa in forme differenti anche la vita ordinaria: il corpo femminile viene continuamente interpretato, e spesso alle ragazze viene insegnato a prevedere quella lettura prima ancora di chiedersi come desiderino apparire. Nina porta questa esperienza all’estremo perché è stata letteralmente trasformata in un’immagine pubblica, ma la domanda che la accompagna riguarda chiunque abbia sentito almeno una volta di dover cambiare il proprio modo di vestirsi, muoversi o comportarsi per evitare un giudizio.
È questa la ragione per cui il manga di Aoi Makino può diventare una lettura interessante anche fuori dai confini dello shōjo tradizionale. Dietro il mistero dell’aggressore e la storia della ex idol si sviluppa una riflessione sul rapporto tra femminilità e libertà, sulla paura che modifica il modo in cui abitiamo il corpo e sulla possibilità di ricostruire un’identità dopo che qualcun altro ha tentato di determinarla attraverso la violenza. E forse il significato più forte di quella minigonna sta proprio qui: un vestito dovrebbe poter essere soltanto una scelta, senza trasformarsi in una spiegazione di chi siamo, di ciò che desideriamo o di ciò che gli altri pensano di poterci fare.

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