Nel 1945 la guerra sta finendo, ma per chi ha poco più di vent’anni la pace non coincide semplicemente con un ritorno alla normalità. Bisogna trovare un lavoro, immaginare un futuro, innamorarsi, capire che cosa fare della propria libertà e, soprattutto, diventare adulte in una città che porta ancora addosso i segni delle bombe. È in questa Londra che Muriel Spark ambienta Ragazze squattrinate, trasformando la quotidianità di un gruppo di giovani donne in qualcosa di molto più ambiguo di una commedia sulla giovinezza.
Le protagoniste vivono al May of Teck Club, una residenza destinata alle lavoratrici sotto i trent’anni. Hanno pochi soldi, condividono ciò che possiedono, parlano degli uomini che frequentano o che vorrebbero frequentare e cercano di ricavare una vita normale dentro un presente ancora dominato dai razionamenti. Persino un unico abito elegante può diventare un bene collettivo, qualcosa da prestarsi quando una di loro deve uscire.
Potrebbe sembrare il racconto di una stagione spensierata. Spark, però, lascia entrare fin dall’inizio qualcosa che incrina quella leggerezza.
Ragazze squattrinate, di Muriel Spark, tradotto da Monica Pareschi, Adelphi
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è proprio il momento storico scelto da Spark. La guerra appartiene ancora al presente, Hiroshima e Nagasaki entrano nelle conversazioni, Londra porta le ferite dei bombardamenti e il razionamento condiziona perfino i gesti più ordinari. Contemporaneamente, però, comincia a diffondersi la sensazione che una nuova vita sia possibile.
Per le ragazze del May of Teck questa possibilità assume un significato particolare.
Durante la guerra molte donne britanniche avevano occupato spazi lavorativi e sociali che l’organizzazione precedente della società riservava soprattutto agli uomini. La fine del conflitto apre quindi una contraddizione: che cosa accade a una generazione di giovani donne che ha intravisto una forma diversa di autonomia quando arriva il momento di costruire la propria vita adulta?
Spark non trasforma questa domanda in un manifesto. La fa passare attraverso il denaro che manca, il lavoro, i vestiti, le conversazioni, gli appuntamenti, le rivalità e le aspettative sentimentali. Ed è proprio questa dimensione quotidiana a rendere interessante il romanzo: la libertà non arriva alle protagoniste come un’idea astratta, ma come il problema molto concreto di capire che cosa farsene.
Il May of Teck, una piccola società di donne
La residenza diventa allora molto più di un’ambientazione. È uno spazio temporaneo, pensato per giovani lavoratrici che non hanno ancora raggiunto i trent’anni, e sembra quindi costruito intorno a una condizione precisa: le sue abitanti sono donne adulte che la società considera ancora in attesa della loro sistemazione definitiva.
Lavorano, vivono lontano dalla famiglia, amministrano il poco denaro disponibile e costruiscono relazioni autonome. Allo stesso tempo, matrimonio e amore continuano a occupare una parte importante dell’orizzonte nel quale immaginano il futuro.
La convivenza crea una piccola comunità femminile nella quale gli oggetti acquistano un significato diverso proprio perché sono pochi. Il cioccolato, la crema idratante, i bollini della tessera annonaria, un vestito elegante: ciò che in un’altra epoca potrebbe apparire insignificante racconta qui la condizione materiale di queste ragazze.
Spark permette così di osservare la storia attraverso quello che normalmente rimane ai margini della Storia.
Non soltanto le bombe, ma cosa ci si mette addosso dopo le bombe. Non soltanto la guerra, ma come si organizza un appuntamento quando il mondo intorno è ancora sottoposto al razionamento. Non soltanto la pace, ma la strana euforia di chi scopre che potrebbe avere davanti molti anni e non sa ancora come viverli.
Essere indipendenti significa davvero essere libere?
Le ragazze di Spark possiedono qualcosa che per le generazioni precedenti non era affatto scontato: uno spazio fuori dalla casa familiare. Eppure autonomia e libertà non coincidono necessariamente.
Si può lavorare, avere uno stipendio, vivere con altre donne e muoversi nella metropoli continuando a interrogarsi attraverso aspettative ereditate. Il matrimonio, la desiderabilità, il rapporto con gli uomini e l’immagine che le altre hanno di noi rimangono elementi capaci di definire il valore individuale.
Per questo Ragazze squattrinate può parlare anche a chi legge molti decenni dopo. Sono cambiate le condizioni materiali, ma è molto meno estranea quella sensazione di trovarsi in un’età nella quale tutto dovrebbe cominciare a prendere forma mentre, dall’interno, nulla sembra ancora definitivo.
Diventare adulte significa scegliere una professione? Significa avere abbastanza denaro per non dipendere dagli altri? Costruire una relazione? Andarsene di casa? Sapere finalmente chi si è? Spark sembra diffidare della possibilità che esista una risposta unica.
La giovinezza non è necessariamente il periodo più felice della vita
C’è poi un’altra idea che il romanzo permette di mettere in discussione: quella della giovinezza come età naturalmente felice, libera e piena di possibilità.
Vista a distanza, quella delle ragazze del May of Teck potrebbe persino apparire una stagione da rimpiangere. Sono giovani, vivono insieme, si innamorano, litigano, condividono segreti e hanno davanti un futuro ancora aperto.
La precarietà economica amplifica questa condizione. Le protagoniste sono “squattrinate” non soltanto nel titolo: la mancanza di denaro determina concretamente la loro libertà, stabilisce ciò che possono permettersi e trasforma piccoli oggetti in privilegi. L’indipendenza conquistata attraverso il lavoro esiste quindi accanto alla vulnerabilità materiale.
Ed è proprio questa contraddizione a rendere moderna la condizione raccontata da Spark: essere formalmente liberi non significa possedere automaticamente gli strumenti necessari per costruire la vita che desideriamo.
Muriel Spark e quella sensazione che qualcosa stia per accadere
Se il romanzo fosse soltanto questo, avremmo una brillante storia corale sulla Londra del dopoguerra. Ma Spark costruisce qualcosa di più inquieto.
La leggerezza iniziale convive infatti con una sensazione progressiva di minaccia. Piccoli segnali introducono l’idea che il futuro non contenga soltanto le possibilità immaginate dalle protagoniste. Qualcosa incombe sulla loro quotidianità, mentre la narrazione gioca con il contrasto tra le preoccupazioni apparentemente minuscole delle ragazze e un mondo che ha appena attraversato una catastrofe.
Mentre loro discutono di vestiti, amori e appuntamenti, arrivano gli echi delle bombe atomiche sganciate sul Giappone. Il privato e la Storia esistono nello stesso momento, senza che uno cancelli l’altro.
Ed è forse proprio questo che Spark coglie con maggiore precisione: gli esseri umani continuano a vivere anche quando accadono eventi enormi. Continuano a innamorarsi, preoccuparsi del proprio aspetto, desiderare qualcuno, essere gelosi, pensare al denaro.
La quotidianità non è il contrario della Storia. È il luogo in cui la Storia viene vissuta.
Quando tutto ricomincia, chi vogliamo diventare?
È facile raccontare una generazione attraverso ciò che ha perduto. Più difficile è raccontarla attraverso ciò che deve fare dopo.
Le ragazze del May of Teck appartengono a un mondo che sta terminando e contemporaneamente a uno che non possiede ancora una forma precisa. Hanno davanti possibilità che le loro madri hanno conosciuto in misura differente, ma continuano a vivere dentro strutture sociali che non sono scomparse insieme alla guerra. Per questo Ragazze squattrinate non riguarda soltanto il 1945.
Riguarda quei momenti della vita nei quali la libertà arriva prima delle istruzioni per utilizzarla. Quando possiamo scegliere ma non sappiamo ancora che cosa desideriamo davvero; quando diventare adulti sembra significare abbandonare una versione di noi stessi senza sapere quale prenderà il suo posto.
Muriel Spark racconta tutto questo attraverso un gruppo di giovani donne, una residenza un po’ decaduta, pochissimi soldi e un vestito elegante da condividere. Sullo sfondo c’è una città bombardata che prova a tornare alla vita.
Il romanzo trova la sua domanda più interessante: quando il mondo ci dice che possiamo finalmente cominciare a vivere, siamo davvero pronti a decidere come farlo?

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