“Quasi una robinìa”, il libro da leggere quando le parole non bastano per raccontare un lutto

Scopri il libro “Quasi una robinìa” di Marta Cai, un libro che attraverso la riscoperta della natura e la memoria, aiuta a superare i lutti.

"Quasi una robinìa", il libro da leggere quando le parole non bastano per raccontare un lutto

Perdere qualcuno costringe anche a imparare una lingua nuova. Le parole che utilizzavamo prima continuano a esistere, ma improvvisamente sembrano insufficienti: padre, casa, ricordo, malattia, presenza indicano qualcosa che non coincide più con ciò che indicavano fino a poco tempo prima. È dentro questa difficoltà che Marta Cai sembra collocare Quasi una robinìa, il suo nuovo libro, in uscita il 28 agosto 2026 per Aboca Edizioni, nel quale gli ultimi giorni di vita di un padre vengono raccontati attraverso ricordi, confessioni, gesti mancati e quella particolare comunità temporanea che nasce tra le mura di un hospice.

Al centro del libro cresce però anche un albero. La Robinia pseudoacacia diventa la presenza attraverso cui pensare ciò che appare contraddittorio: una pianta diffusissima eppure non autoctona, ornamentale ma invasiva, mellifera e allo stesso tempo armata di spine. Marta Cai trova proprio nelle sue ambivalenze una possibilità narrativa per parlare di un legame altrettanto difficile da ridurre a una sola definizione, quello tra una figlia e un padre nel momento in cui la morte obbliga entrambi a misurarsi con ciò che è stato detto, con ciò che è rimasto sospeso e con quello che continuerà a esistere dopo.

“Quasi una robinìa” di Marta Cai, Aboca Edizioni

Quasi una robinìa nasce intorno a un tempo preciso e insieme difficilissimo da misurare: quello degli ultimi giorni di una persona amata. La malattia modifica il rapporto con le ore, con i gesti quotidiani e persino con le conversazioni, perché ciò che normalmente potrebbe essere rimandato comincia ad avere una scadenza che nessuno vorrebbe riconoscere. Marta Cai entra in questo spazio seguendo il rapporto tra una figlia e suo padre, lasciando emergere confessioni e ricordi insieme alle parole che non sono state pronunciate quando avrebbero potuto esserlo.

La narrazione, scandita dalle azioni che danno il titolo ai capitoli, sembra cercare una misura per un’esperienza che continuamente la oltrepassa. Il lutto comincia infatti prima della morte, nell’attesa e nella consapevolezza dello spegnersi dell’altro, mentre la memoria inizia già a modificare ciò che sta accadendo. L’hospice diventa allora un luogo di confine nel quale convivono la concretezza della malattia e tutto ciò che una relazione porta con sé: affetto, incomprensioni, abitudini, silenzi, rimpianti e quella familiarità che rende una persona parte della nostra vita anche quando non siamo riusciti a comprenderla completamente.

Perché proprio una robinìa?

La scelta della Robinia pseudoacacia offre al libro una metafora molto più complessa della tradizionale associazione tra albero e vita. Originaria del Nord America, la robinìa è stata introdotta in Europa secoli fa e ha dimostrato una straordinaria capacità di diffondersi e colonizzare nuovi ambienti. Può essere considerata invasiva, eppure è anche apprezzata per altri aspetti, compresa la produzione di nettare. Cresce rapidamente, resiste, possiede spine e può occupare territori nei quali inizialmente sembrava estranea.

Nel libro questa contraddizione permette di avvicinarsi alla figura paterna senza trasformarla in un’immagine idealizzata dalla morte. Un legame profondo può essere contemporaneamente affettuoso e difficile, necessario e ingombrante, qualcosa dal quale abbiamo ricevuto molto e qualcosa contro cui abbiamo dovuto costruire una parte di noi stessi. Anche ricordare significa fare i conti con queste ambivalenze. Chi muore non diventa improvvisamente una versione semplice di ciò che è stato, e forse elaborare la perdita significa anche riuscire a conservare le contraddizioni di una persona senza sentire il bisogno di risolverle.

Quel “quasi” che cambia il significato del titolo

La parola più interessante del titolo potrebbe allora essere proprio “quasi”. La robinìa viene descritta attraverso una serie di identità imperfette: è una pseudoacacia, può ricordare altre piante senza coincidere completamente con esse e, nel gioco simbolico proposto dal libro, sembra diventare persino una “quasi femmina”. Tutto si avvicina a una definizione e contemporaneamente le sfugge.

Anche il lutto appartiene a questo territorio. Dopo una perdita continuiamo a vivere in una realtà che assomiglia a quella precedente, ma non coincide più con essa. Torniamo nelle stesse stanze, pronunciamo gli stessi nomi, incontriamo gli stessi oggetti e compiamo gesti apparentemente identici, mentre qualcosa ne ha modificato definitivamente il significato. Il “quasi” diventa così uno spazio esistenziale: ciò che resta tra prima e dopo, presenza e assenza, ricordo e persona, ciò che avremmo voluto dire e ciò che ormai possiamo soltanto pensare.

L’hospice e quella comunità temporanea che nasce intorno alla fine

C’è poi un elemento meno evidente, ma particolarmente interessante nella presentazione del romanzo: la “precaria comunità” che nasce tra le mura di un hospice. La morte viene spesso pensata come l’esperienza più individuale possibile, mentre la malattia crea intorno alla persona una rete di relazioni: familiari, medici, infermieri, operatori, altri malati e altre famiglie. Persone che forse non si sarebbero mai incontrate condividono per un periodo uno spazio nel quale le normali gerarchie della vita quotidiana perdono parte della loro importanza.

Definirla precaria significa riconoscerne la natura inevitabilmente temporanea. È una comunità destinata a sciogliersi proprio perché esiste intorno alla fine, ma può diventare uno dei luoghi nei quali chi accompagna una persona negli ultimi giorni comprende di non essere l’unico ad attraversare quell’esperienza. In Quasi una robinìa questo spazio sembra inserirsi nel continuo movimento tra perdita e germinazione evocato dalla natura: mentre qualcosa finisce, altre relazioni nascono, anche se sono destinate a durare pochissimo.

La natura non consola: offre un altro modo di pensare

L’albero di Marta Cai diventa particolarmente efficace proprio se evitiamo di leggerlo come una semplice consolazione. La natura non promette che tutto tornerà come prima e nemmeno che ogni perdita possieda necessariamente un significato. Mostra piuttosto che vita e trasformazione possono convivere con la morte senza cancellarla. Un albero perde rami, produce semi, occupa nuovi terreni, viene tagliato e può ricacciare dalle radici: non perché ciò che è accaduto venga annullato, ma perché la trasformazione appartiene alla sua stessa esistenza.

Guardare il lutto attraverso questa prospettiva significa sottrarlo all’idea di un percorso lineare nel quale bisogna semplicemente “superare” la perdita. Alcune persone continuano ad accompagnarci proprio attraverso ciò che hanno lasciato dentro il nostro modo di pensare, parlare, reagire e persino contraddirle. Come una specie capace di modificare il terreno nel quale cresce, un legame può continuare a trasformare chi resta anche quando una delle due persone non c’è più.

Un libro per chi cerca un modo di parlare “di chi non parla più”

La domanda contenuta nella presentazione di Quasi una robinìa è forse quella che meglio restituisce il progetto di Marta Cai: può un albero fornire il linguaggio per parlare “di chi non parla più?” Il problema della perdita riguarda infatti anche la possibilità di raccontare qualcuno quando quella persona non può più intervenire nel racconto, correggerlo, contestarlo o aggiungere la propria versione dei fatti. Ricordare diventa inevitabilmente anche interpretare.

Marta Cai sembra scegliere di affrontare questa impossibilità senza pretendere di ricostruire un’immagine definitiva del padre. Al suo posto rimangono frammenti, azioni, confessioni, silenzi e una robinìa piena di contraddizioni. Forse è proprio questo che rende il titolo così preciso: quando perdiamo qualcuno, ciò che possiamo conservare sarà sempre un “quasi”, perché nessun ricordo può restituire completamente una persona. Eppure quel quasi può continuare a mettere radici, modificarsi e germogliare dentro la vita di chi rimane.