Siamo abituati a pensare alla recensione come a un giudizio su un’opera: un testo che ne racconta i contenuti, ne analizza i pregi e i difetti e cerca di stabilire se meriti l’attenzione del pubblico. Ma cosa accade quando a scriverla è un artista che considera la cultura un universo nel quale tutto può dialogare?
Quando uno spettacolo teatrale diventa l’occasione per parlare di pittura, filosofia, letteratura, politica e contraddizioni della società? La critica smette di essere soltanto uno strumento di valutazione e diventa una forma di scrittura autonoma, capace di produrre idee e interpretazioni che vanno ben oltre l’opera osservata.
È questa la prospettiva dalla quale nasce il fascino di Palchetti romani, il libro di Alberto Savinio che Adelphi ripropone in una nuova edizione ampliata, a cura di Alessandro Tinterri.
Pubblicato il 9 ottobre 2026 nella collana gli Adelphi, il volume raccoglie gli scritti attraverso i quali uno degli intellettuali più originali del Novecento italiano osservò il teatro del proprio tempo, mettendone in discussione convenzioni, protagonisti e linguaggi. Un libro che può interessare non soltanto gli appassionati di teatro, ma chiunque desideri scoprire un modo di parlare di cultura fondato sulla libertà delle associazioni, sull’ironia e sulla capacità di riconoscere collegamenti inattesi.
“Palchetti romani” di Alberto Savinio, a cura di Alessandro Tinterri, Adelphi
Palchetti romani raccoglie le cronache teatrali che Savinio scrisse per il settimanale Omnibus, diretto da Leo Longanesi, tra il 1937 e il 1939. Sono anni nei quali il teatro italiano attraversa una fase complessa, segnata dalla convivenza tra repertorio classico, drammaturgia contemporanea, spettacoli popolari e convenzioni culturali consolidate.
Savinio osserva questo universo senza assumere il ruolo del critico disposto a confermare il prestigio degli autori consacrati. Il suo sguardo è indipendente, spesso impaziente e apertamente ironico, interessato tanto al valore artistico delle opere quanto ai meccanismi che regolano la vita teatrale.
Nelle sue pagine incontriamo alcuni dei nomi fondamentali della tradizione drammatica europea, da Luigi Pirandello a William Shakespeare, ma anche Gabriele D’Annunzio, Sem Benelli, George Bernard Shaw e numerosi altri autori che animavano i palcoscenici dell’epoca. Accanto alle grandi opere trovano spazio spettacoli leggeri, commedie di intrattenimento e rappresentazioni destinate a un pubblico più ampio. La distinzione tra teatro considerato alto e teatro popolare diventa così meno rigida, perché Savinio si interessa soprattutto a ciò che uno spettacolo può rivelare della cultura nella quale viene rappresentato.
La nuova edizione conta 403 pagine e comprende quattordici tavole a colori fuori testo. Pubblicato da Adelphi già nel 1982, il volume torna oggi in una veste che permette di riscoprire anche il rapporto tra il lavoro critico e quello figurativo dell’autore. La copertina riproduce infatti Il poeta, un dipinto realizzato da Savinio nel 1931, nel quale una figura emerge da un elemento architettonico trasformato in una sorta di corpo. È un’immagine che richiama immediatamente la sua immaginazione artistica, caratterizzata dalla capacità di rendere stranianti oggetti e situazioni apparentemente familiari.
Alberto Savinio: un artista che non conosceva i confini tra le arti
Per comprendere l’originalità di Palchetti romani bisogna considerare la straordinaria varietà dell’attività artistica di Alberto Savinio. Nato ad Atene nel 1891 con il nome di Andrea Francesco Alberto de Chirico, fratello minore del pittore Giorgio de Chirico, Savinio fu scrittore, pittore, musicista, compositore, giornalista e autore teatrale. La sua formazione attraversò discipline differenti, contribuendo a costruire una sensibilità nella quale la letteratura non poteva essere separata dalla musica o dalle arti figurative.
Questa molteplicità di interessi rappresenta uno degli aspetti fondamentali della sua produzione. Savinio non osservava un’opera soltanto attraverso gli strumenti specifici della disciplina alla quale apparteneva, ma cercava continuamente corrispondenze con altre forme di espressione. La pittura poteva suggerire una riflessione sul teatro, la musica diventare una chiave per comprendere la letteratura e un elemento apparentemente secondario della scenografia poteva aprire considerazioni molto più ampie sulla società.
In questo senso, Palchetti romani può essere letto come una manifestazione particolarmente efficace del suo metodo intellettuale. La recensione teatrale offre a Savinio un punto di partenza, ma raramente costituisce un confine invalicabile. Lo spettacolo diventa un’occasione per esercitare quella curiosità interdisciplinare che attraversa anche opere come Nuova enciclopedia, nella quale l’autore rielabora liberamente la forma del sapere enciclopedico. Il suo interesse non è costruire una conoscenza rigidamente suddivisa in categorie, ma mostrare come idee e immagini possano illuminarsi reciprocamente.
È una prospettiva particolarmente attuale perché mette in discussione un’abitudine ancora molto diffusa: considerare le discipline artistiche come territori separati, ciascuno dotato di un linguaggio comprensibile soltanto agli specialisti. Savinio dimostra invece quanto la cultura possa arricchirsi attraverso l’incontro tra competenze, sensibilità e riferimenti differenti.
La recensione come forma di letteratura: quando la critica diventa creatività
Uno degli aspetti più interessanti di Palchetti romani riguarda il modo in cui Savinio interpreta il mestiere del critico. Secondo l’impostazione tradizionale, una recensione dovrebbe descrivere un’opera, valutarne la riuscita e collocarla all’interno di una determinata storia artistica. Savinio utilizza certamente questi strumenti, ma li considera parte di un processo più ampio, nel quale l’osservazione dello spettacolo può generare riflessioni indipendenti dal suo valore immediato.
A riconoscere questa originalità fu anche Alberto Arbasino, che nella sua lettura dell’opera sottolineò la capacità di Savinio di costruire connessioni tra mondi apparentemente lontani. Nelle sue pagine potevano incontrarsi Picasso e Manzoni, Goethe e i dialetti, i protagonisti consacrati del palcoscenico e gli spettatori, gli elementi della scenografia e le questioni politiche. La recensione diventava così un luogo nel quale la cultura poteva essere attraversata liberamente, senza sottostare alla necessità di rimanere confinata nell’argomento di partenza.
È un’idea di critica particolarmente affascinante perché attribuisce al lettore un ruolo attivo. Chi legge Savinio non riceve soltanto informazioni su uno spettacolo del passato, ma viene invitato a seguire un ragionamento, a riconoscere collegamenti e a mettere in discussione interpretazioni considerate ovvie. Il valore di queste pagine non dipende quindi esclusivamente dalla conoscenza delle opere teatrali recensite. Anche quando il lettore non ha mai assistito a quelle rappresentazioni, può trovare negli articoli una forma di riflessione culturale capace di mantenere una propria autonomia.
Savinio dimostra inoltre quanto l’ironia possa diventare uno strumento critico. Attraverso osservazioni pungenti e associazioni imprevedibili, riesce a sottrarre il teatro alla solennità che spesso circonda le istituzioni culturali. Il risultato è una scrittura capace di prendere sul serio l’arte senza trasformarla in qualcosa di intoccabile, riconoscendo nella provocazione e nell’umorismo due possibilità fondamentali del pensiero.
Il teatro italiano degli anni Trenta attraverso uno sguardo anticonformista
Le cronache raccolte in Palchetti romani appartengono a un periodo storico preciso: l’Italia della seconda metà degli anni Trenta, durante il regime fascista. La vita teatrale si sviluppava all’interno di un contesto caratterizzato da controlli politici, convenzioni culturali e rapporti complessi tra istituzioni, autori e pubblico. In questo scenario, lo sguardo di Savinio assume un particolare interesse perché permette di osservare non soltanto gli spettacoli, ma anche il sistema di valori e aspettative che ne accompagnava la rappresentazione.
La critica teatrale diventa così una fonte per comprendere la storia culturale italiana. Le opere messe in scena, gli autori celebrati, le preferenze degli spettatori e le reazioni dei recensori contribuiscono a ricostruire il clima intellettuale di un’epoca. Attraverso queste pagine è possibile osservare come il teatro cercasse di mantenere un rapporto con i grandi classici europei e, contemporaneamente, di confrontarsi con le esigenze di intrattenimento e con le condizioni del proprio presente.
Uno degli elementi più interessanti è proprio l’atteggiamento di Savinio verso le figure considerate autorevoli. Il prestigio di un autore o la fama di un interprete non costituiscono automaticamente una garanzia di valore. La sua scrittura tende a mettere in discussione le gerarchie consolidate, osservando ciò che accade realmente sulla scena e interrogando la distanza tra reputazione e risultato artistico.
Questa prospettiva rende Palchetti romani anche un documento sul ruolo della critica nella società. Il recensore non si limita a registrare il consenso del pubblico o a confermare giudizi già diffusi, ma può contribuire a costruire uno spazio di confronto nel quale anche le figure più celebrate diventano oggetto di discussione. L’indipendenza dello sguardo assume quindi un valore culturale che supera il singolo spettacolo.
Pirandello, D’Annunzio e Shakespeare: il palcoscenico come specchio della società
Le opere e gli autori incontrati da Savinio appartengono a tradizioni teatrali molto differenti. Da una parte troviamo la drammaturgia italiana contemporanea, con figure come Pirandello e D’Annunzio; dall’altra il patrimonio classico europeo, rappresentato da Shakespeare, Plauto e Lope de Vega. Questa varietà permette di osservare come il teatro degli anni Trenta fosse attraversato da linguaggi e modelli differenti, ciascuno legato a una specifica concezione della scena e del rapporto con il pubblico.
La presenza di Pirandello è particolarmente significativa. Il suo teatro aveva messo profondamente in discussione le convenzioni della rappresentazione, interrogando il confine tra realtà e finzione, l’identità dei personaggi e il rapporto tra attori e spettatori. Un’opera come I giganti della montagna, richiamata tra quelle affrontate nelle cronache di Savinio, introduce inoltre una riflessione sul destino dell’arte e sulle difficoltà che incontra quando entra in rapporto con una società incapace di comprenderne pienamente il valore.
Accanto a queste esperienze, Savinio osserva anche il teatro più vicino al gusto dell’intrattenimento e alle convenzioni drammatiche consolidate. La sua curiosità non stabilisce una separazione definitiva tra opere considerate prestigiose e spettacoli popolari, perché entrambi possono rivelare qualcosa del proprio tempo. Un dramma celebrato può mostrare i limiti di un ambiente culturale, mentre una commedia apparentemente leggera può diventare un’occasione per riflettere sui comportamenti e sulle aspettative del pubblico.
È proprio questa capacità di attraversare registri differenti a rendere il libro interessante anche per chi non possiede una conoscenza approfondita della storia teatrale. Savinio utilizza il palcoscenico come un osservatorio privilegiato della società, riconoscendo negli spettacoli una forma di rappresentazione delle idee e delle contraddizioni collettive.
Perché la critica di Savinio è ancora attuale
Sebbene gli articoli di Palchetti romani siano stati scritti quasi novant’anni fa, il loro modo di concepire la critica culturale conserva una notevole capacità di parlare al presente. Oggi siamo immersi in un flusso continuo di recensioni, commenti e valutazioni, spesso organizzati attraverso giudizi sintetici, classifiche e punteggi. La velocità della comunicazione digitale tende inoltre a privilegiare reazioni immediate, lasciando meno spazio alla costruzione di interpretazioni complesse.
La scrittura di Savinio propone un modello differente. Una recensione può essere un’occasione per conoscere qualcosa che non sapevamo, per stabilire rapporti tra opere lontane e per riconoscere significati che non emergono immediatamente durante la fruizione di uno spettacolo. Il critico diventa così una figura capace di mediare tra esperienza artistica e conoscenza, senza ridurre il proprio lavoro a un semplice consiglio di consumo.
Questa prospettiva appare particolarmente importante anche per il giornalismo culturale contemporaneo. Parlare di un libro, di un film o di uno spettacolo significa avere la possibilità di collocarlo all’interno di una storia più ampia, mettendolo in relazione con la società e con le forme artistiche che lo hanno preceduto. Savinio dimostra quanto questo processo possa risultare coinvolgente quando viene sostenuto da una scrittura personale, capace di unire competenza, curiosità e libertà interpretativa.
La sua lezione riguarda quindi anche il modo in cui ci avviciniamo alla cultura. Un’opera non deve necessariamente appartenere alla nostra disciplina preferita per offrirci qualcosa di significativo. Il teatro può aiutarci a comprendere la pittura, la letteratura illuminare una questione politica e un dettaglio scenografico suggerire una riflessione sulla storia delle idee. Il valore della conoscenza nasce anche dalla possibilità di costruire questi collegamenti.
Perché leggere “Palchetti romani” di Alberto Savinio
Palchetti romani è una lettura particolarmente interessante per chi ama il teatro e desidera riscoprirne una stagione importante attraverso lo sguardo di un autore anticonformista. Le cronache di Savinio permettono di incontrare protagonisti, spettacoli e discussioni che animavano la scena italiana degli anni Trenta, offrendo una testimonianza preziosa del rapporto tra arte e società. Ma il libro possiede anche un valore letterario autonomo, legato alla qualità della scrittura e alla capacità di trasformare la recensione in una forma di riflessione creativa.
Il volume può interessare anche chi si occupa di cinema, letteratura, pittura e storia culturale, proprio per la natura interdisciplinare dell’opera di Savinio. La sua capacità di attraversare differenti linguaggi permette di riconoscere connessioni che spesso sfuggono a uno sguardo troppo specialistico, invitando il lettore a considerare la cultura come un insieme di esperienze continuamente comunicanti. La nuova edizione ampliata curata da Alessandro Tinterri restituisce inoltre l’occasione di avvicinarsi a questi testi attraverso una pubblicazione accessibile, arricchita da un apparato iconografico che valorizza anche la dimensione figurativa dell’autore.
C’è infine una ragione particolarmente significativa per tornare a Savinio oggi. In un panorama culturale nel quale il giudizio tende spesso a essere espresso attraverso formule rapide e facilmente riconoscibili, Palchetti romani ricorda che la critica può ancora essere un esercizio di libertà intellettuale. Non serve soltanto a stabilire il valore di un’opera, ma può aiutarci a comprenderne le relazioni con il mondo, a riconoscere ciò che rimane nascosto dietro le convenzioni e a scoprire prospettive che non avevamo considerato.
Con Palchetti romani, Alberto Savinio ci insegna che osservare un’opera d’arte significa anche essere disposti a lasciarsi condurre altrove, verso idee, immagini e discipline apparentemente lontane. Le sue cronache teatrali diventano così molto più di un documento sulla scena italiana degli anni Trenta: sono un invito a coltivare uno sguardo curioso, indipendente e capace di riconoscere nella cultura un universo di connessioni inesauribili.

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