“Lo Stregone”, il romanzo di Daniele Rielli che racconta il lato oscuro dell’alta cucina. Interista all’autore

Chi è davvero Francesco Minervini, lo chef che tutti chiamano lo Stregone? Visionario per alcuni, manipolatore per altri, è il centro invisibile di un ristorante che sta per affrontare la notte decisiva della propria esistenza. Daniele Rielli costruisce un romanzo corale ambientato nel mondo dell’alta cucina per raccontare ambizione, culto del talento, sacrificio e fragilità…

“Lo Stregone”, il romanzo di Daniele Rielli che racconta il lato oscuro dell’alta cucina

Siamo abituati a osservare l’alta cucina dalla parte del cliente: piatti perfetti, ristoranti esclusivi, chef trasformati in personaggi pubblici e stelle Michelin diventate sinonimo di successo. Molto più raramente ci chiediamo che cosa accada dall’altra parte della sala, nelle cucine in cui quel prestigio viene costruito attraverso ritmi estremi, gerarchie, rinunce e persone che hanno affidato a un mestiere una parte enorme della propria identità.

Con Lo Stregone, Daniele Rielli entra proprio in questo spazio e lo trasforma nel teatro di un romanzo corale in cui il cibo è soltanto uno degli ingredienti. Al centro c’è infatti una domanda molto più universale: che cosa succede quando il talento di una persona diventa così grande da convincere tutti quelli che la circondano a sacrificare qualcosa di sé?

“Lo Stregone” di Daniele Rielli, Mondadori

Francesco Minervini è conosciuto come lo Stregone e intorno alla sua figura convivono versioni completamente differenti. C’è chi lo considera un visionario capace di rivoluzionare il modo di intendere il cibo, chi lo guarda come una sorta di santone circondato da seguaci, chi ammira la sua capacità di raggiungere l’essenza delle cose e chi, al contrario, vede in lui un abilissimo manipolatore.

Anche il suo passato alimenta il mistero: c’è un primo ristorante andato in fiamme, mentre il presente ruota intorno al Bíos, il locale che si prepara ad affrontare la notte più importante della propria storia. Da quelle poche ore dipende il futuro dell’intero progetto e forse dello stesso Minervini, mentre attorno allo chef emergono segreti e tensioni destinati a modificare l’immagine che gli altri hanno costruito di lui.

Rielli sceglie però di non affidare allo Stregone il compito di raccontarsi. A parlare sono soprattutto coloro che compongono la sua brigata: Aurora, caposala capace di conoscere l’intimità degli ospiti; Edoardo, sommelier brillante e autodistruttivo e forse l’unico vero amico dello chef; Monica, compagna dello Stregone e manager dell’impero del Bíos; Roberta, giovane cuoca che ha rinunciato a un destino differente; Mauro, uno squatter precipitato in un ambiente che fatica a comprendere; Gabriele, disposto a lavorare gratuitamente pur di inseguire il proprio sogno; e Luciano, al quale la vita ha concesso un’inaspettata seconda possibilità. Persino un cinghiale di ottanta chili, finito lì per aver sbagliato strada, entra in questo microcosmo nel quale il dramma può improvvisamente scivolare nel comico e il realismo aprirsi al surreale.

Il grande chef come mito contemporaneo

La costruzione di Minervini permette di leggere Lo Stregone anche come un romanzo sul modo in cui oggi produciamo i nostri miti. Il protagonista non possiede una sola identità perché esiste attraverso ciò che gli altri pensano di lui: genio, maestro, amico, compagno, capo, manipolatore. Più le testimonianze si accumulano, più diventa difficile stabilire dove finisca l’uomo e dove cominci il personaggio creato intorno a lui. Non è casuale che venga chiamato “Stregone”: il soprannome suggerisce un potere quasi inspiegabile, qualcosa capace di esercitare attrazione sulle persone e di trasformare un ristorante in un luogo nel quale lavorare assume un significato che va ben oltre il semplice mestiere.

È una dinamica particolarmente interessante se applicata all’alta cucina contemporanea, un mondo nel quale la figura dello chef ha progressivamente conquistato uno spazio enorme nell’immaginario collettivo. Il cuoco può diventare autore, artista, imprenditore e personaggio pubblico, mentre il ristorante finisce per essere percepito come l’espressione della sua visione. Rielli sembra interessato soprattutto alle conseguenze umane di questo meccanismo: dietro un nome riconoscibile esiste infatti una comunità di persone che lavora perché quella visione possa concretizzarsi ogni sera. Guardare lo Stregone attraverso la brigata significa allora spostare l’attenzione dal genio individuale al sistema che rende possibile il suo successo.

Dietro la perfezione del piatto ci sono persone che sacrificano qualcosa

Roberta ha rinunciato a un futuro differente, Gabriele accetta di lavorare gratis per inseguire un sogno, Edoardo porta con sé una componente autodistruttiva, mentre Monica deve tenere insieme un impero descritto come fragile. Sono dettagli che permettono al romanzo di mettere in discussione una delle idee più seducenti della cultura contemporanea: quella secondo cui realizzarsi significhi necessariamente trasformare la propria passione in qualcosa a cui dedicare tutto. Nel Bíos il confine fra vocazione e sacrificio rischia continuamente di assottigliarsi, perché appartenere alla brigata significa entrare in un organismo nel quale ambizione individuale, fedeltà e bisogno di riconoscimento finiscono per sovrapporsi.

La cucina diventa così un ambiente perfetto per parlare anche del lavoro contemporaneo. L’idea di essere disposti a qualsiasi cosa pur di imparare, emergere o lavorare accanto a qualcuno considerato straordinario può trasformare la fatica in una prova necessaria e la rinuncia in una dimostrazione di dedizione. Lo Stregone sembra interessarsi proprio alla zona ambigua in cui un sogno smette di essere soltanto qualcosa che libera e comincia a chiedere un prezzo. Non riguarda più soltanto cuochi e ristoranti: riguarda tutti quei mondi creativi e professionali nei quali il prestigio e la promessa di realizzazione personale possono rendere accettabili condizioni che, osservate dall’esterno, apparirebbero molto meno romantiche.

Il ristorante diventa una piccola società

Il Bíos non contiene soltanto chi lavora. Ai tavoli siedono persone che riprendono ciò che accade per milioni di follower, clienti che ordinano bottiglie costose come fossero gioielli e persino un padre e un figlio incapaci di comunicare davvero, destinati però a ritrovarsi al centro dell’attenzione. Sala e cucina diventano quindi due parti dello stesso spettacolo: da un lato chi produce un’esperienza perfetta, dall’altro chi la consuma, la fotografa, la racconta e contribuisce ad alimentarne il prestigio. Attraverso il ristorante Rielli può così riunire nello stesso luogo mondi sociali differenti e osservare desiderio, denaro, status, lavoro e bisogno di essere riconosciuti.

La scelta della coralità acquista allora un significato preciso. Non esiste un unico sguardo capace di spiegare completamente ciò che sta accadendo, così come nessuno sembra possedere da solo la verità su Minervini. Ogni personaggio custodisce un frammento della storia e contemporaneamente porta dentro il Bíos la propria. Il mistero dello Stregone diventa progressivamente un modo per parlare delle persone che hanno scelto di seguirlo e delle ragioni, talvolta contraddittorie, che ci spingono ad affidare i nostri sogni a qualcuno che consideriamo eccezionale.

Tra dramma, commedia e surreale

La particolarità del romanzo sta anche nella varietà dei registri utilizzati. La storia attraversa il drammatico e il comico, la dimensione psicologica e quella surreale, evitando di trasformare l’alta cucina in un semplice scenario elegante. Il cinghiale che entra nell’universo del Bíos è forse l’immagine più evidente di questa volontà di introdurre l’imprevisto dentro un sistema fondato sul controllo: in un ristorante nel quale ogni gesto dovrebbe essere programmato e ogni piatto ripetibile con precisione, basta qualcosa proveniente dal mondo esterno per ricordare quanto fragile possa essere la perfezione.

La notte decisiva del Bíos diventa per questo una sorta di laboratorio narrativo. Mentre il ristorante rischia di scomparire, le storie personali convergono e l’immagine dello Stregone comincia a essere ricostruita attraverso prospettive diverse. Il vero mistero non riguarda soltanto quale segreto nasconda Francesco Minervini, ma perché uomini e donne tanto differenti abbiano scelto di orbitargli intorno. La risposta sembra trovarsi proprio nel rapporto complesso che abbiamo con il talento: lo ammiriamo perché ci mostra possibilità che da soli fatichiamo a immaginare, ma proprio per questo possiamo finire per concedergli un potere enorme sulle nostre vite.

Perché leggere “Lo Stregone”

Lo Stregone utilizza un ambiente estremamente contemporaneo per raccontare qualcosa che esiste da sempre: la fascinazione esercitata dalle personalità carismatiche e il prezzo che siamo disposti a pagare per sentirci parte di qualcosa di eccezionale. Daniele Rielli non costruisce semplicemente la storia di uno chef, ma quella dell’ecosistema umano cresciuto intorno a lui, lasciando che siano dipendenti, amici, compagni e clienti a comporne progressivamente il ritratto. La cucina diventa il luogo in cui desideri e ossessioni raggiungono temperature altissime, mentre dietro la ricerca della perfezione continuano a esistere fragilità, rapporti di potere, ambizioni e bisogno d’amore.

È proprio il rovesciamento dello sguardo a rendere interessante il romanzo: invece di fermarsi davanti al piatto finito, entra nel luogo in cui quel piatto viene prodotto e soprattutto nelle vite di chi lo rende possibile. Dietro lo chef celebrato esiste una brigata; dietro l’eccellenza esistono lavoro e rinunce; dietro il mito rimane una persona che forse nessuno conosce davvero. E mentre il Bíos affronta la notte che potrebbe decretarne la fine, Lo Stregone lascia emergere una domanda che supera le pareti del ristorante: quanto di noi siamo disposti a sacrificare pur di stare vicino a qualcuno, o a qualcosa, che ci promette di essere straordinario?

Intervista a Daniele Rielli

1.

Francesco Minervini è il centro del romanzo, eppure non è lui a raccontarsi: lo conosciamo attraverso le persone che gli ruotano intorno. Perché ha scelto di costruire lo Stregone attraverso gli sguardi degli altri anziché concedergli direttamente la parola?

Lo Stregone è una figura carismatica attorno alla quale si è creato quasi una sorta di mito e di culto della personalità. Spesso si parla di figure di questo tipo, ma raramente lo sguardo si sofferma sulle persone che dando fiducia a questi “profeti” alimentano il loro mito. Né si considera mai che ci sono casi in cui il mito viene costruito quasi “malgrado” il diretto interessato e che in tante persone esiste un bisogno di credere.

Non tutti nel romanzo comunque sono d’accordo sul conto dello chef,la struttura corale del libro restituisce le luci ed ombre, l’attrazione e l’ostilità che la figura dello Stregone crea nelle persone che lavorano a stretto contatto con lui o che ci entrano in contatto sedendosi ai tavoli del suo ristorante. Al tempo stesso, con una sorta di gioco di riflessi il modo in cui i personaggi guardano allo Stregoneci permette di capire molto sul loro conto. Lo Stregonealla fine parlerà, e la sua versione sarà completamente diversa da quella che potevamo aspettarci.

2.

Il Bíos promette un’esperienza che sembra andare molto oltre il semplice mangiare. Nel romanzo l’alta cucina diventa anche spettacolo, status, arte e perfino una forma di fede. Che cosa le interessava raccontare del nostro rapporto contemporaneo con il cibo?

La domanda di fondo è perché nella nostra società il mangiare, e soprattutto il cucinare, sono diventati una sorta di atto culturale, considerato quasi alla stregua del leggere un libro? Per quanto il cibo e la sua preparazione siano sempre stati al centro della vita e delle organizzazioni umane, l’idea che mangiare possa essere di per sé un’esperienza sensoriale ed esistenziale profonda è una novità recente. Credo che sia dovuto al fatto che con il declino – in Occidente – delle religioni, la cucina sia diventata uno dei tanti piccoli culti sostitutivi in cui le persone cercano un senso più profondo, sia un modo di combattere il vuoto.

3.

Dietro il prestigio del ristorante c’è una brigata fatta di persone che sacrificano tempo, relazioni e in alcuni casi persino una possibile vita diversa. Quanto Lo Stregone vuole interrogarsi sul prezzo che siamo disposti a pagare quando trasformiamo il lavoro in una vocazione?

Chiunque voglia spingersi ai limiti della propria disciplina sa che dovrà fare sacrifici, sacrifici anche radicali. È sempre stato così e sempre sarà così, non esiste risultato senza sacrificio. Tuttavia non è un destino adatto a tutti, e non è scontato che tutti debbano accettare una vita di questo tipo, esiste una sorta di demone: chi ce l’ha deve trovare il modo di conviverci, chi non ce l’ha potrà invece vivere un’esistenza più tranquilla ma anche meno emozionante. Il modo in cui ci si rapporta a questo problema fondamentale della vita adulta cambia fra i personaggi del libro, ed è uno dei fili nascosti all’interno della trama.

4.

Tra i personaggi troviamo anche Gabriele, che lavora gratuitamente pur di inseguire il proprio sogno. È un elemento particolarmente contemporaneo: quanto le interessava riflettere sul confine tra passione, ambizione e sfruttamento?

È un problema tipico di ambienti dove c’è una sovrabbondanza di forza lavoro e guadagni tutto sommato limitati. La ristorazione, così come il turismo, sono attività a basso valore aggiunto che non possono garantire un vero sviluppo economico, gli chef stessi, a parte rarissimi casi, non guadagnano molto, soprattutto nell’alta cucina. In Italia anche per colpa di alcuni politici è passata negli ultimi anni l’idea che questo sia il futuro della nazione, ma se sarà questo il caso, allora il nostro sarà un futuro molto povero e diseguale.

È bene saperlo e pensare invece a delle alternative. Questo dal punto di vista diciamo sociologico. Dal punto di vista letterario un personaggio che è disposto a fare sacrifici per portare avanti nonostante tutto la sua visione creativa è certamente interessante, e sì, è una condizione molto diffusa, in particolare in Italia, che è un paese molto anziano e completamente bloccato da trent’anni, dove quasi sempre a pagare il prezzo della stagnazione sono i giovani.

5.

Nel romanzo convivono registri molto diversi, dal drammatico al comico, dal realistico al surreale, e numerosi personaggi devono trovare ciascuno una propria voce. Qual è stata la difficoltà maggiore nel costruire questa struttura polifonica senza perdere il centro della storia?

Quello è stato il divertimento! Venivo da un romanzo come “Odio” dove c’era un unico narratore, con una voce affilatissima e una tesi molto forte sul mondo del potere politico e dell’intelligenza artificiale, qui invece c’è una pluralità di voci e di punti di vista, di toni, di speranze, paure e registri sia in termini di generi appunto che di lingua.

Io mi diverto proprio a scrivere in questo modo, è probabilmente anche un modo che ho sviluppato nel tempo per prendere il meglio dalla variabilità e dall’imperfezione umana, rielaborarla e accettarla. Spesso gli altri ci fanno arrabbiare, ma ci arrabbieremmo forse un po’ di meno se sapessimo da dove arrivano i loro pensieri e le loro azioni, come è stata la loro vita. Il romanzo corale permette di fare tutto questo e ne approfitto. Con grande piacere.

6.

Ai tavoli del Bíos troviamo anche influencer che raccontano l’esperienza a milioni di persone e clienti per i quali una bottiglia può diventare quasi un gioiello. Quanto il ristorante le ha permesso di osservare le contraddizioni del nostro rapporto con successo, lusso e visibilità?

Uno chef di alta cucina, così come qualsiasi creativo o artista oggi non esiste se nessuno lo filma, lo fotografa, ne parla, quindi la comunicazione, che sia pianificata o “subita” è parte integrante di ogni storia di successo. Nel romanzo il rapporto tra realtà e rappresentazione nella nostra società è una parte fondamentale della trama, anche in una maniera per molti versi inaspettata. Per quanto riguarda il lusso i ristoranti di quel tipo sono microcosmi dove in realtà convive di tutto, i clienti che hanno risparmiato un anno per concedersi “l’esperienza” e quelli che sono arrivati con l’aereo privato, tutti alla ricerca della “rivelazione” dello Stregone.  

7.

La domanda che attraversa il romanzo è “chi è davvero lo Stregone?”. Ma forse, arrivati alla fine, diventa altrettanto importante chiedersi perché abbiamo bisogno di credere negli “stregoni”. È anche una riflessione sul nostro desiderio di affidare a qualcuno l’idea del genio, del successo o dell’eccezionalità?

Cercare di fare bene, di creare qualcosa di speciale, qualcosa che gli altri possano apprezzare e che possa arricchire le loro vite è qualcosa di bello e prezioso. Vale per la cucina, come per la letteratura, Samuel Johnson diceva “Ciò che è stato scritto senza passione, verrà letto senza piacere” non solo è vero, ma vale per ogni disciplina.

Esiste un desiderio umano profondo verso il miglioramento, verso l’ampliamento della conoscenza, del sapere, delle tecniche, e in questo senso la ricerca dell’eccezionalità, anche se rimane in fondo irraggiungibile, è una buona cosa. Siccome siamo appunto umani questo processo è imperfetto, pieno di conflitti e di problemi, ma non per questo bisogna rinunciarci, perché chi smette di sognare smette di vivere