“Le riforestatrici”, il romanzo ecofemminista in cui salvare la Terra significa riprendersi il proprio corpo e la propria libertà

In un futuro devastato dalla crisi climatica e governato da uno Stato che controlla persino le nascite, la quindicenne Thalie scopre che sua madre appartiene a una comunità clandestina di donne impegnate a riportare la vita nelle terre distrutte dagli incendi. Con Le riforestatrici, Gabrielle Filteau-Chiba intreccia distopia, ecofemminismo e genealogie femminili per raccontare una…

“Le riforestatrici”, il romanzo ecofemminista in cui salvare la Terra significa riprendersi il proprio corpo e la propria libertà

Esiste un legame tra una foresta che viene distrutta e un corpo al quale viene sottratta la possibilità di scegliere? Tra una terra resa sterile e una società che pretende di decidere chi possa mettere al mondo un figlio? È intorno a questa connessione che Gabrielle Filteau-Chiba costruisce Le riforestatrici, pubblicato in Italia da Iperborea, un romanzo che immagina un futuro nel quale la catastrofe climatica è già avvenuta e la libertà è diventata qualcosa da riconquistare.

Al centro non troviamo però soltanto la devastazione ambientale, ma tre generazioni di donne che cercano di ricostruire ciò che il mondo precedente ha distrutto. Piantano alberi, custodiscono libri proibiti, raccolgono erbe medicinali, curano frutteti e tramandano conoscenze. Piccoli gesti che, dentro un sistema fondato sul controllo, diventano atti politici.

“Le riforestatrici” di Gabrielle Filteau-Chiba, tradotto da Luciana Cisbani, Iperborea

Thalie ha quindici anni ed è cresciuta conoscendo una sola realtà possibile: quella successiva all’apocalisse climatica. Vive in città insieme al padre, mentre ogni cittadino porta sotto la pelle un microchip e lo Stato esercita il proprio controllo anche sulle nascite. Sua madre Sandrine rappresenta invece un enigma. È spesso assente e ogni anno parte verso Nord per raggiungere territori desertificati dagli incendi, dove lavora come riforestatrice. Per la figlia quella donna appartiene quindi contemporaneamente alla propria famiglia e a un mondo sconosciuto, quasi mitico, del quale fino a quel momento ha potuto intuire soltanto l’esistenza.

Un’estate Thalie riesce finalmente a seguirla e scopre che dietro le assenze della madre esiste un’intera comunità. Fäy, Miranda, Samaya, Raquel e Sandrine sono donne segnate da esperienze dolorose, ma unite da una sorellanza costruita nel corso degli anni. Hanno scelto di abbandonare almeno in parte le regole della società dominante e di mettere le proprie vite al servizio della natura, opponendosi apertamente a uno Stato che controlla i cittadini. La ragazza entra così in un universo scandito dai cicli lunari, dalla cura degli alberi e dalla trasmissione di conoscenze che il potere vorrebbe cancellare, scoprendo contemporaneamente una diversa possibilità di esistenza e la storia nascosta delle donne che l’hanno preceduta.

Quando controllare la natura e controllare le donne diventano la stessa cosa

La definizione di romanzo ecofemminista indicata nella presentazione editoriale è fondamentale per comprendere il progetto di Filteau-Chiba. L’ecofemminismo ha infatti indagato proprio le connessioni tra dominio sulla natura e sistemi di oppressione fondati sul genere, mostrando come sfruttamento ambientale e controllo dei corpi possano appartenere a una medesima concezione del potere. Le riforestatrici traduce questa riflessione teorica nella materia narrativa: da una parte troviamo territori bruciati, desertificazione e un ecosistema compromesso, dall’altra uno Stato che pretende di intervenire persino sulla possibilità di generare nuova vita.

Il corpo e la terra diventano allora due territori sui quali si combatte una battaglia simile. Entrambi possono essere amministrati, sfruttati, sorvegliati oppure restituiti alla propria capacità di autodeterminarsi e rigenerarsi. Le protagoniste non combattono soltanto per far ricrescere gli alberi: rivendicano contemporaneamente la libertà «nel corpo e nel pensiero». La riforestazione acquista così un significato molto più ampio del semplice recupero ambientale. Piantare qualcosa dove è rimasta soltanto terra bruciata significa affermare che ciò che è stato devastato può ancora produrre futuro.

Una distopia in cui la catastrofe è già successa

Molte narrazioni climatiche sono costruite intorno alla paura di ciò che potrebbe accadere. Filteau-Chiba compie una scelta differente: quando incontriamo Thalie, il punto di rottura appartiene già alla storia. La ragazza non ricorda un mondo precedente alla crisi perché non lo ha mai conosciuto. Per lei microchip, controllo statale e devastazione ambientale costituiscono la normalità, ed è proprio questo particolare a rendere inquietante il romanzo: ciò che per il lettore rappresenta uno scenario estremo è, per chi è nato al suo interno, semplicemente la realtà.

La scoperta della comunità delle riforestatrici permette però a Thalie di capire che persino ciò che appare inevitabile è il risultato di determinate scelte. Entrare in contatto con un modo diverso di vivere significa innanzitutto imparare a immaginare che l’ordine esistente possa essere modificato. La distopia diventa quindi anche un romanzo di formazione: crescere non consiste soltanto nello scoprire chi siano realmente i propri genitori, ma nell’accorgersi che il mondo ricevuto in eredità non deve necessariamente coincidere con quello che si consegnerà alla generazione successiva.

Tre generazioni di donne contro un futuro già scritto

La dimensione generazionale è uno degli elementi più interessanti del libro. Le vicende delle protagoniste si intrecciano nel corso dei decenni, facendo emergere traumi nascosti, genealogie, sacrifici e decisioni le cui conseguenze continuano a propagarsi nel tempo. La crisi climatica stessa smette così di essere semplicemente uno scenario e diventa un problema di eredità: ogni generazione abita un mondo trasformato dalle scelte di chi è venuto prima e, a sua volta, decide che cosa lasciare a chi arriverà dopo.

Per questo Thalie occupa una posizione essenziale. È la generazione che riceve contemporaneamente le macerie e la possibilità della ricostruzione. Sandrine e le altre hanno iniziato una ribellione vent’anni prima, ma il romanzo pone una domanda decisiva: come si trasforma una ribellione in una rivoluzione? Perché opporsi individualmente può permettere di sopravvivere, mentre modificare realmente un sistema significa riuscire a trasmettere la propria resistenza. Gli alberi piantati dalle riforestatrici diventano allora un’immagine perfetta di questa temporalità: chi li mette a dimora accetta di lavorare per un futuro che forse non vedrà completamente.

La sorellanza come forma di sopravvivenza

Fäy, Miranda, Samaya, Raquel e Sandrine non formano una comunità perché siano identiche o perché condividano una storia senza conflitti. Sono donne provenienti da esperienze differenti, accomunate anche dalle ferite lasciate dal passato. Filteau-Chiba sembra così allontanarsi dall’idea idealizzata della sorellanza come armonia spontanea per raccontarla piuttosto come qualcosa che deve essere costruito attraverso la cura, la fiducia e la condivisione del sapere.

In una società che isola e controlla gli individui, creare una comunità diventa già una forma di insubordinazione. La libertà scoperta da Thalie non coincide infatti con l’individualismo assoluto, ma con una rete di relazioni attraverso cui le persone possono sostenersi reciprocamente. La rivoluzione immaginata dal romanzo non nasce necessariamente dalla conquista di un palazzo o da un unico gesto spettacolare. Comincia nella possibilità di creare spazi nei quali le regole del sistema dominante smettono di essere le uniche concepibili.

Libri proibiti, erbe medicinali e frutteti: perché custodire il sapere è un atto politico

Tra gli elementi più suggestivi della comunità c’è la divisione dei compiti. Qualcuna custodisce una biblioteca di libri proibiti, qualcuna cura i frutteti, qualcun’altra raccoglie erbe medicinali. Non sono semplici dettagli utili a costruire un’atmosfera alternativa alla città: indicano differenti forme di conoscenza che devono essere preservate affinché una società possa ricominciare.

La biblioteca, soprattutto, introduce un’altra dimensione della resistenza. Un potere capace di controllare i corpi ha interesse anche a controllare ciò che le persone possono conoscere, ricordare e immaginare. Salvare un libro proibito e piantare un albero appartengono allora alla stessa logica: significa impedire che qualcosa scompaia definitivamente. Una specie vegetale, una storia, una conoscenza medica, un’esperienza femminile possono essere custodite e trasmesse. La comunità diventa una banca della memoria contro un sistema che sembra aver costruito il proprio ordine anche sulla cancellazione.

Riforestare significa ricostruire un mondo

Il titolo del romanzo assume a questo punto un significato molto più profondo. Una riforestatrice non sostituisce semplicemente gli alberi distrutti da un incendio. Interviene su un ecosistema spezzato sapendo che il processo di rigenerazione richiederà tempo, cura e continuità. È difficile immaginare una metafora più efficace per le donne raccontate da Filteau-Chiba: ciascuna porta con sé qualcosa che è stato ferito e prova a trasformare quella ferita in una possibilità diversa.

La natura non viene quindi presentata come uno sfondo puro e incontaminato nel quale fuggire dalla civiltà. È anch’essa traumatizzata. Le foreste sono state bruciate, i terreni desertificati e gli equilibri precedenti compromessi. Donne e ambiente condividono così una condizione di vulnerabilità, ma soprattutto una capacità di rigenerazione. Il romanzo evita l’idea rassicurante secondo cui basterebbe tornare indietro: il mondo precedente ha prodotto la catastrofe, quindi ciò che serve è inventarne uno nuovo.

Dal collasso alla possibilità di ricominciare

È proprio questa prospettiva a distinguere Le riforestatrici dalla distopia più disperata. Il mondo raccontato da Gabrielle Filteau-Chiba è già passato attraverso l’apocalisse, eppure qualcosa continua a germogliare. La speranza non arriva da una tecnologia miracolosa o da un’autorità che promette di risolvere ogni problema. Nasce dal basso, attraverso persone che piantano alberi, conservano libri, trasmettono conoscenze e costruiscono legami.

Il gesto apparentemente più piccolo acquista allora una dimensione radicale. Un seme contiene qualcosa che il potere non può ottenere immediatamente: un futuro. Deve essere affidato alla terra, protetto e lasciato crescere secondo un tempo che non coincide con quello del profitto, della produttività o del controllo. Riforestare significa accettare di lavorare per ciò che verrà dopo di noi, opponendo alla logica della distruzione una temporalità fondata sulla cura.

Perché leggere “Le riforestatrici”

Le riforestatrici parte da uno degli scenari più inquietanti del nostro immaginario contemporaneo, quello di una Terra nella quale la crisi climatica ha ormai trasformato irreversibilmente la vita umana, ma sceglie di raccontarlo attraverso una domanda diversa: che cosa possiamo ricostruire dopo la fine? La risposta di Filteau-Chiba passa dalle donne, dalle loro genealogie, dai corpi che rifiutano di essere amministrati e dalla capacità di trasformare la cura in un gesto di resistenza.

Il risultato promette di essere molto più di un romanzo sulla catastrofe ambientale. È una storia sul potere e sull’eredità, su ciò che una generazione distrugge e su ciò che quella successiva può tentare di far rinascere. Soprattutto, ribalta uno degli immaginari più persistenti della distopia: davanti alla fine del mondo non ci sono soltanto sopravvissuti impegnati a contendersi le ultime risorse. Ci sono anche persone che piantano alberi di cui forse non vedranno mai l’ombra. Ed è forse questa l’immagine più bella con cui raccontare una rivoluzione: non distruggere ciò che esiste per conquistarlo, ma cominciare a far crescere ciò che ancora non esiste.