“La tana delle lupe”, il romanzo sulle donne ribelli di Roma, con intervista all’autrice Stefania Aphel Barzini

La tana delle lupe di Stefania Aphel Barzini racconta quattro donne ribelli attraverso duemila anni di storia di Roma, tra libertà e coraggio.

“La tana delle lupe”, il romanzo sulle donne ribelli di Roma, con intervista all’autrice Stefania Aphel Barzini

Per secoli, la storia delle donne è stata raccontata soprattutto attraverso le figure che riuscivano a imporsi all’attenzione del proprio tempo: sovrane, aristocratiche, artiste, intellettuali o protagoniste di eventi eccezionali. Accanto a questi nomi, però, sono esistite innumerevoli donne che hanno cercato di conquistare spazi di libertà all’interno di società costruite intorno all’autorità maschile. Alcune hanno sfidato le convenzioni attraverso la conoscenza, altre scegliendo un mestiere proibito, opponendosi al potere politico o rifiutando una vita già decisa da qualcun altro.

Sono proprio queste forme di resistenza a costituire il cuore di La tana delle lupe, il romanzo di Stefania Aphel Barzini, pubblicato da Mondadori il 29 settembre 2026. Attraversando quasi duemila anni di storia romana, l’autrice racconta quattro esistenze femminili separate dai secoli ma accomunate dalla stessa determinazione a sottrarsi ai ruoli imposti dalla società. Il risultato è un romanzo storico corale che intreccia memoria, emancipazione, solidarietà e il rapporto tra identità individuale e trasformazioni collettive.

“La tana delle lupe” di Stefania Aphel Barzini, Mondadori

Il punto di partenza del romanzo è una casa nel cuore di Roma, un luogo che attraversa epoche lontanissime e conserva le tracce delle donne che lo hanno abitato. Le sue mura diventano il collegamento tra quattro storie differenti, permettendo alla narrazione di attraversare l’Impero romano, il Medioevo, le rivoluzioni dell’Ottocento e il Novecento segnato dalle persecuzioni razziali e dalla guerra. Roma cambia volto, si trasformano le istituzioni, i costumi e le possibilità offerte alle donne, mentre la casa continua a rappresentare uno spazio di appartenenza e protezione.

La prima protagonista è Drusilla, nata nel II secolo dopo Cristo all’interno di una famiglia patrizia. Fin dall’infanzia mostra un carattere insofferente verso le aspettative riservate alle bambine della sua condizione sociale. Gli abiti, gli ornamenti e i comportamenti considerati appropriati non rispondono ai suoi desideri, mentre il movimento, il gioco e la libertà fisica esercitano su di lei un’attrazione irresistibile. Quando la vita la costringe a provvedere a sé stessa, Drusilla decide di affrontare un allenamento durissimo e di diventare una gladiatrice, scegliendo proprio attraverso il corpo di mettere in discussione il destino che le era stato assegnato.

Molti secoli dopo, nella Roma del Trecento, incontriamo Ciancia, una giovane donna affascinata dall’astronomia e dai misteri dell’universo. Il cielo, il movimento dei pianeti e la possibilità di comprendere le leggi della natura alimentano in lei una curiosità che entra in conflitto con le convinzioni del mondo in cui vive. Il desiderio di sapere diventa progressivamente pericoloso, fino a condurla a una condanna per stregoneria. Attraverso la sua vicenda, il romanzo affronta il rapporto tra conoscenza e autorità, mostrando come l’indipendenza intellettuale femminile possa trasformarsi in una minaccia agli occhi di chi detiene il potere.

La terza protagonista è Anna, figlia del boia del papa, una giovane cresciuta accanto a un padre violento dal quale cerca di distinguersi. La sua passione è la scultura, un’arte che esercita persino su oggetti minuscoli come i gusci di noce. Quando Roma viene attraversata dai fermenti rivoluzionari dell’Ottocento, Anna decide di prendere le armi per difendere la Repubblica romana e affermare la propria autonomia. L’ultima storia appartiene invece a Miriam, una ragazza ebrea che ha tredici anni quando entrano in vigore le leggi razziali del 1938. Dopo aver attraversato le perdite provocate dalla guerra, sarà nella Roma del 1960 che troverà il coraggio di mettere nuovamente in discussione la propria esistenza.

Quattro donne che sfidano i limiti della propria epoca

Uno degli elementi più interessanti del romanzo è la scelta di raccontare l’emancipazione femminile attraverso esperienze molto diverse. Drusilla, Ciancia, Anna e Miriam vivono in contesti storici nei quali le possibilità di affermare la propria individualità dipendono dalla condizione sociale, dalle istituzioni e dalle norme culturali. Le loro storie permettono così di osservare quanto il significato della libertà cambi nel corso dei secoli e come il desiderio di autodeterminazione possa manifestarsi attraverso comportamenti differenti.

Nel caso di Drusilla, il corpo diventa il principale strumento di emancipazione. La decisione di diventare gladiatrice assume un significato che supera l’ambizione personale, perché implica il rifiuto di un modello femminile fondato sulla rispettabilità e sull’obbedienza. La forza fisica, la disciplina e il combattimento diventano elementi attraverso i quali la protagonista cerca di conquistare un’identità indipendente dalle aspettative familiari. La sua vicenda introduce anche una questione particolarmente attuale: il diritto delle donne di decidere come utilizzare il proprio corpo, sottraendolo alle definizioni imposte dagli altri.

Per Ciancia, invece, la libertà passa attraverso la conoscenza. La sua attrazione per l’astronomia rappresenta il desiderio di comprendere un universo che esiste oltre i confini della vita quotidiana. La condanna per stregoneria, all’interno della vicenda romanzesca, mostra quanto possa essere pericoloso esercitare un pensiero autonomo in una società che teme ciò che non riesce a controllare. L’autrice costruisce così una riflessione sul rapporto tra sapere e potere, ricordando quanto la possibilità di studiare e sviluppare liberamente i propri interessi sia stata storicamente condizionata anche dal genere.

Con Anna, l’autodeterminazione assume una dimensione apertamente politica. La giovane non si limita a cercare una professione o uno spazio personale, ma partecipa a un momento di trasformazione collettiva, riconoscendo nella lotta per la Repubblica romana una possibilità di cambiamento. Il suo percorso mette in relazione emancipazione individuale e partecipazione politica, mostrando come la conquista di nuovi diritti possa richiedere il coinvolgimento diretto nelle battaglie del proprio tempo.

Miriam e la ricerca della libertà dopo la guerra

La vicenda di Miriam introduce nel romanzo una dimensione particolarmente dolorosa della storia italiana. Appartenente a una famiglia ebrea, la ragazza assiste all’introduzione delle leggi razziali quando è ancora adolescente e vede la propria esistenza sconvolta dalle persecuzioni e dalla guerra. La perdita delle persone amate lascia una ferita che continua ad accompagnarla negli anni successivi, influenzando il modo in cui costruisce le proprie relazioni e immagina il futuro.

Barzini sceglie però di proseguire il racconto oltre la tragedia storica, arrivando fino al 1960, quando Roma ospita le Olimpiadi e vive una stagione di trasformazioni culturali e sociali. In una città che si presenta come simbolo di modernità e rinascita, Miriam deve affrontare una questione profondamente personale: riconoscere quanto della propria esistenza sia stato costruito per sentirsi al sicuro e quanto, invece, corrisponda ai suoi desideri. La scelta di rinunciare al matrimonio e alla stabilità borghese nella quale si era rifugiata diventa il tentativo di recuperare una parte di sé rimasta a lungo soffocata.

La sua storia permette di riflettere su un aspetto spesso trascurato quando si raccontano le conseguenze dei grandi eventi storici. La fine di una guerra o di una persecuzione non coincide necessariamente con la conclusione delle sofferenze individuali. Le esperienze traumatiche continuano a influenzare le relazioni, le scelte e la percezione della propria identità, anche molti anni dopo. Miriam rappresenta dunque una forma di resistenza che si manifesta nella possibilità di ricominciare, interrogando il proprio passato e cercando una libertà che non si esaurisce nella sopravvivenza.

Roma, una città raccontata attraverso la memoria femminile

La presenza di Roma costituisce uno degli aspetti più significativi dell’opera. La città attraversa quasi duemila anni di trasformazioni, passando dalla società imperiale alle istituzioni medievali, dalle battaglie risorgimentali alle tragedie del Novecento. Il romanzo permette di osservare questi cambiamenti attraverso prospettive individuali, affidando alle protagoniste il compito di mostrare come gli eventi storici influenzino concretamente le esistenze delle persone.

La scelta di utilizzare una casa come elemento di collegamento tra le quattro vicende attribuisce inoltre agli spazi domestici una funzione narrativa particolare. Le abitazioni rappresentano luoghi nei quali si costruiscono relazioni, si custodiscono ricordi e si trasmettono valori, ma possono anche diventare ambienti nei quali si manifestano conflitti e restrizioni. In La tana delle lupe, la casa assume il significato di un rifugio e di una memoria condivisa, capace di conservare idealmente le esperienze di donne che non hanno mai avuto la possibilità di incontrarsi.

Questo dispositivo narrativo permette a Barzini di raccontare Roma attraverso una prospettiva meno legata ai grandi protagonisti della storia ufficiale. Accanto a imperatori, autorità religiose, rivoluzionari e governanti, trovano spazio le esperienze di donne che cercano di determinare il corso della propria vita. La città diventa così un organismo vivo, attraversato dalle aspirazioni, dai conflitti e dalle trasformazioni di chi la abita.

Durante una presentazione del romanzo al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, l’opera è stata descritta proprio come un racconto della memoria femminile di Roma, nel quale le quattro protagoniste, pur appartenendo a epoche diverse, sono unite dalla casa che ne custodisce idealmente le storie. Museo Etrusco

L’alleanza femminile come forma di resistenza

Accanto al desiderio di indipendenza, il romanzo attribuisce un ruolo centrale alla solidarietà tra donne. Le protagoniste affrontano situazioni molto diverse, ma condividono la necessità di cercare sostegno all’interno di società che limitano la loro possibilità di scegliere autonomamente. Le relazioni femminili diventano così uno spazio nel quale riconoscersi, condividere esperienze e trovare il coraggio necessario per affrontare le difficoltà.

Questa prospettiva permette di leggere il titolo La tana delle lupe attraverso un significato simbolico. La tana è il luogo nel quale cercare protezione, mentre la lupa richiama una figura profondamente radicata nell’immaginario romano, ma anche un animale associato alla forza, all’istinto e alla capacità di difendere il proprio gruppo. All’interno del romanzo, questi elementi possono essere interpretati come immagini di una femminilità che rifiuta di essere definita soltanto attraverso la fragilità o la subordinazione.

La solidarietà diventa particolarmente importante perché permette di superare l’idea dell’emancipazione come impresa esclusivamente individuale. Le protagoniste cercano certamente di affermare la propria identità, ma il loro percorso suggerisce che la libertà possa svilupparsi anche attraverso la costruzione di relazioni fondate sulla fiducia reciproca. In questa prospettiva, la casa che attraversa i secoli rappresenta simbolicamente una comunità capace di resistere al trascorrere del tempo.

Chi è Stefania Aphel Barzini

Stefania Aphel Barzini è una scrittrice italiana che nel corso della propria carriera ha affiancato l’attività letteraria a esperienze nel giornalismo, nella comunicazione e nella cultura gastronomica. Ha vissuto diversi anni negli Stati Uniti, collaborando anche con l’Istituto Italiano di Cultura, e ha lavorato con Gambero Rosso, occupandosi di televisione ed editoria. Tra le sue pubblicazioni figura Le Gattoparde, romanzo dedicato a un universo femminile nel quale si intrecciano storia e trasformazioni sociali.

Con La tana delle lupe, Barzini prosegue il proprio interesse per la narrazione delle esperienze femminili, scegliendo una struttura che permette di attraversare epoche lontanissime attraverso storie individuali.

Perché leggere “La tana delle lupe”

La tana delle lupe è un romanzo particolarmente interessante per chi ama la narrativa storica capace di intrecciare vicende personali e grandi trasformazioni collettive. La scelta di raccontare quattro donne appartenenti a epoche differenti offre la possibilità di osservare l’evoluzione della società romana attraverso esperienze che mettono in discussione i modelli femminili del proprio tempo. Dal mondo delle gladiatrici alle persecuzioni per stregoneria, dalle rivoluzioni ottocentesche alla memoria delle leggi razziali, il romanzo attraversa questioni storiche molto diverse senza perdere il proprio nucleo narrativo.

Il libro può interessare anche chi cerca romanzi dedicati all’emancipazione femminile, alla solidarietà e alla costruzione dell’identità. Drusilla, Ciancia, Anna e Miriam mostrano come la conquista della libertà possa assumere forme differenti a seconda del contesto e delle possibilità offerte dalla società. Nessuna di loro possiede gli stessi strumenti, ma tutte cercano di sottrarsi a un destino definito dagli altri, trasformando la propria esperienza in un percorso di autodeterminazione.

La presenza di Roma aggiunge infine un elemento di particolare fascino. La città diventa uno spazio nel quale riconoscere la continuità delle esperienze umane e il rapporto tra memoria individuale e storia collettiva. Attraverso la casa che custodisce le vicende delle protagoniste, Barzini suggerisce che anche le esistenze apparentemente lontane dai grandi avvenimenti possano contribuire a definire l’identità di un luogo.

Il valore di La tana delle lupe risiede soprattutto nella scelta di raccontare la storia attraverso donne che cercano di cambiarne, almeno in parte, le regole. Quattro protagoniste separate da molti secoli ricordano quanto il diritto di scegliere, conoscere, amare e costruire la propria identità sia stato oggetto di conflitti e conquiste. Un romanzo che invita a riscoprire Roma attraverso la sua memoria femminile e a riflettere sul significato della libertà attraverso il tempo.

Intervista a Stefania Aphel Barzini

1.
La tana delle lupe attraversa quasi duemila anni di storia attraverso le vicende di quattro donne molto diverse tra loro, accomunate dal desiderio di scegliere il proprio destino. Da dove nasce l’idea di raccontare queste quattro esistenze e perché ha scelto proprio loro per rappresentare epoche tanto lontane?

Volevo raccontare la mia città, e momenti particolari della sua storia.  Ho scelto personaggi che potessero rappresentarla e che fossero speciali come lo è Roma.  Personaggi non scontati, non volevo raccontare insomma la solita matrona romana, o una madonna mediovale ma personaggi scomodi che hanno vissuto in tempi scomodi.

2.
Drusilla, Ciancia, Anna e Miriam vivono in società che, in modi differenti, cercano di stabilire quale debba essere il posto di una donna. Quanto è stato importante, nella costruzione delle protagoniste, raccontare il conflitto tra le aspettative sociali e il bisogno individuale di libertà?

E’ stato molto importante.  Mi piaceva l’idea che ciascuna di queste donne dovesse e sapesse essere in grado di lottare e sfidare i tempi e le convenzioni.  Ciascuna di loro pur di affermare la propria individualità affronta sfide e pregiudizi e tutte lo fanno con grande coraggio, ribellandosi a destini decisi da altri e rischiando moltissimo nel farlo.

3.
La casa rappresenta l’elemento che collega le quattro storie, attraversando i secoli e conservando le tracce delle donne che l’hanno abitata. Come è nata la scelta di affidare a un luogo il compito di custodire la memoria e quale significato assume questa casa all’interno del romanzo?

Le case sono da sempre una mia ossessione personale.  Sono ossessionata dalle case. Non le considero semplici muri. Ho sempre avuto la sensazione che le case trattengano qualcosa di chi le ha abitate. Una gioia, un dolore, una speranza, una perdita. Mi è capitato più volte di entrare in una casa che non avevo mai visto e di provare una sensazione fortissima, a volte serena, altre inquietante. Solo dopo ho scoperto che in quei luoghi erano accaduti eventi importanti o persino tragedie. Non so spiegare questa sensazione, ma so che mi accompagna da tutta la vita. Così, quando ho iniziato a scrivere La Tana delle Lupe, ho pensato: e se una casa potesse davvero ricordare? E se fosse lei la testimone silenziosa delle vite che l’hanno attraversata? Da questa domanda è nato tutto il romanzo. Non è la loro architettura a interessarmi, ma le case come esseri viventi. Ho sempre avuto la sensazione che conservassero qualcosa di chi le aveva abitate.  La casa dove sono nata e ho vissuto i primi dieci anni della mia vita era così. Per me parlava. Era piena di presenze buone, carezzevoli, accudenti. Quando l’abbiamo lasciata, ho avuto la sensazione che insieme a quella casa fosse finita anche la mia infanzia.  Forse è da allora che continuo a interrogarmi sulla memoria dei luoghi.  La Tana delle Lupe nasce da questa domanda: cosa accadrebbe se una casa potesse raccontare tutto ciò che ha visto? Le vite che ha custodito. I segreti. I dolori. Le speranze. Le donne che vi hanno abitato. Così la casa è diventata la narratrice di quasi due millenni di storia di Roma.”  La casa, insieme alle quattro donne e Roma è uno dei personaggi del mio libro.

4.
Una delle protagoniste più particolari è Drusilla, una giovane patrizia romana che sceglie di diventare gladiatrice, sfidando le convenzioni del proprio tempo. Quanto lavoro di documentazione storica ha richiesto la ricostruzione della sua vicenda e quali aspetti della condizione femminile nella Roma imperiale l’hanno maggiormente colpita?

Il lavoro di preparazione e di ricerca è stato lunghissimo ed entusiasmante.  Ho letto saggi, testimonianze, gli autori latini, romanzi.  Soprattutto per Drusilla che ha vissuto in un secolo così lontano.  A colpirmi in particolare erano le restrizioni assurde a cui una donna doveva sottostare.  il fatto ad esempio che non avesse accesso all’istruzione.  Le donne allora potevano imparare solo a ricamare, a gestire una casa e una famiglia.  In pratica non avevano una vita all’infuori della propria casa. Potevano essere ripudiate e rifiutate alla nascita se presentavano qualche imperfezione.  Le vestali, le sacerdotesse del tempio avevano la proibizione di innamorarsi e se scoperte venivano sepolte vive.  Non era certo un destino facile quello delle donne di allora.

5.
 Ciancia è una donna del Trecento che desidera conoscere e comprendere i misteri del cielo, ma la sua curiosità finisce per condurla a una condanna per stregoneria. Attraverso di lei affronta anche il rapporto tra sapere, potere e controllo sulle donne. Quanto ritiene che la paura dell’autonomia intellettuale femminile abbia contribuito, nel corso della storia, alla loro emarginazione?

Gli uomini per secoli, e in fondo in parte ancora oggi, hanno temuto le donne, soprattutto le donne intelligenti, sapienti.  Si sono sentiti minacciati dalla loro ricerca di autonomia e io non ne ho mai capito le ragioni.  Una donna autonoma, libera, è un’arricchimento per la società non una minaccia.

6.
Anna e Miriam attraversano due momenti particolarmente complessi della storia italiana: la Roma della Repubblica Romana e quella segnata dalle leggi razziali e dalla Seconda guerra mondiale. Come ha lavorato per intrecciare le grandi trasformazioni politiche e sociali con le vicende intime delle protagoniste, mantenendo un equilibrio tra ricostruzione storica e dimensione narrativa?

E’stato un lavoro faticoso e complesso.  Dovevo sempre muovermi su un filo sottilissimo e cercare di non cadere di sotto.  Ho dovuto mantenere un equilibrio sempre precario affinchè un aspetto non prevaricasse l’altro.  Per fare in modo insomma che la Storia con la s maiuscola non appannasse le storie e i sentimenti delle mie donne e viceversa.  Quando mi accorgevo di dilungarmi troppo nel racconto storico tornavo alle donne così come quando mi accorgevo di dare troppo spazio alle loro emozioni mi obbligavo a cambiare registro.  Un lavoro simile a quello che fa un montatore di cinema.  Bisogna essere coraggiosi e tagliare anche cose che a prima vista sembrerebbero importantissime.  E’ l’autore a dover essere a servizio del libro, non viceversa.  Di certo non è stata una scrittura semplice.  

7.
Nel romanzo emerge con forza il valore dell’alleanza femminile, intesa come possibilità di resistenza, sostegno e costruzione di una comunità. Quanto è importante, secondo lei, recuperare attraverso la letteratura quelle forme di solidarietà tra donne che spesso la narrazione storica tradizionale ha lasciato ai margini?

Per me è importantissimo.  Le donne, meglio di chiunque altro sono capaci di formare e nutrire una comunità.  Nel lavoro di ricerca ho scoperto quanto le donne romane fossero capaci di solidarietà, soprattutto negli ultimi due secoli.  La loro capacità di resistere in quei tempi bui, e farlo senza scoraggiarsi mai ha qualcosa di stupefacente.  E dunque è importante che i nostri sforzi siano raccontati e apprezzati.  In fondo troppo spesso si danno per scontati.

8.
Le sue protagoniste appartengono a epoche lontanissime, ma affrontano questioni che continuano a interrogare il nostro presente: l’autodeterminazione, la libertà del corpo, il diritto alla conoscenza e la possibilità di sottrarsi a un destino imposto. Dopo aver raccontato queste quattro donne, quale riflessione vorrebbe lasciare ai lettori e alle lettrici sul rapporto tra le conquiste femminili del passato e quelle ancora necessarie oggi?

Due messaggi distinti.  Gli uomini vorrei che imparassero ad amare meglio le donne, a scoprirne la loro unicità senza paura.  Non siamo e non siamo mai state un pericolo.  Siamo una ricchezza a cui attingere.  Le donne vorrei che non rinunciassero mai ai loro sogni, ai loro diritti, che non ha senso cercare di essere uguali agli uomini, è importante invece riconoscere e vivere nel senso più pieno della parola la nostra unicità.  Sono convinta che il mondo sarebbe un posto migliore se si apprezzasse maggiormente il lato femminile di cose e persone.