Sonia e Sunny dovrebbero incontrarsi perché qualcun altro ha deciso che potrebbero stare bene insieme. Le loro famiglie indiane tentano infatti di combinare il loro matrimonio, quasi che due esistenze cresciute tra la cultura d’origine e quella americana possano essere ricondotte a un ordine familiare attraverso un’unione stabilita prima ancora che i diretti interessati si conoscano. Il progetto fallisce, almeno inizialmente. Sonia e Sunny prendono strade differenti, studiano negli Stati Uniti, cercano una professione e soprattutto provano a costruire una vita che sentano propria.
Eppure è proprio qui che La solitudine di Sonia e Sunny di Kiran Desai trova il suo nodo più interessante: quanto possiamo davvero separarci dal luogo dal quale proveniamo?
Perché partire è un gesto concreto, mentre emanciparsi è un processo molto più difficile. Si può attraversare un oceano, cambiare città, lingua, abitudini e prospettive senza riuscire a stabilire con certezza dove finisca ciò che abbiamo ereditato e dove cominci ciò che abbiamo scelto.
Sonia e Sunny vivono esattamente in questa zona intermedia. Non appartengono più completamente al mondo dal quale sono partiti, ma neppure quello nel quale sono arrivati riesce a diventare immediatamente casa.
La solitudine di Sonia e Sunny, di Kiran Desai, tradotto da Giuseppina Oneto, Adelphi
Sonia vive in un college nel Vermont e vorrebbe diventare scrittrice. Sunny sta iniziando la propria carriera come giornalista a New York. Sono giovani, istruiti, apparentemente nelle condizioni ideali per conquistare quell’indipendenza che le rispettive famiglie sembrano rendere così difficile.
Le loro vite raccontano però due modi differenti di confrontarsi con la stessa eredità.
Sonia si ritrova coinvolta in una relazione tossica con un pittore narcisista, mentre Sunny cerca nella distanza anche una via di fuga da una madre possessiva. L’America dovrebbe rappresentare per entrambi lo spazio della possibilità, e invece la libertà appena conquistata porta con sé altre forme di fragilità.
Desai sembra così mettere in discussione una convinzione molto comune: che basti andarsene per diventare qualcun altro.
Possiamo lasciare una famiglia senza smettere di dialogare interiormente con le sue aspettative. Possiamo rifiutare una cultura senza riuscire a cancellare il modo in cui ci ha insegnato a guardare il mondo. Possiamo desiderare una vita completamente diversa e accorgerci che persino quel desiderio è nato in risposta a ciò da cui volevamo fuggire. Per Sonia e Sunny la solitudine nasce anche da questa frattura.
Che cosa significa appartenere a due culture?
Il romanzo entra così in una delle questioni centrali della letteratura della diaspora: l’identità di chi vive tra culture differenti non coincide necessariamente con la scelta dell’una contro l’altra.
Sonia e Sunny percepiscono alcuni aspetti della cultura familiare come oppressivi. Il tentativo di combinare il loro matrimonio ne è una manifestazione evidente: il futuro individuale continua a essere pensato all’interno di una struttura collettiva nella quale famiglia, aspettative e appartenenza hanno un peso enorme.
Gli Stati Uniti sembrano offrire il contrario: l’individuo, la carriera, l’autodeterminazione, la possibilità di reinventarsi.
Ma vivere tra questi due modelli produce una domanda che non ha una soluzione immediata: per diventare se stessi bisogna necessariamente rinnegare ciò che ci ha formati?
È interessante che Desai costruisca i protagonisti come due persone che condividono questa condizione prima ancora di condividere una relazione. Sonia e Sunny sono vicini senza conoscersi perché entrambi sperimentano lo sradicamento di chi non riesce più a riconoscersi interamente nel luogo di origine e contemporaneamente non può trasformare quello nuovo in un’identità sostitutiva.
Un amore che arriva quando il matrimonio combinato è già fallito
Ed è qui che la storia sentimentale acquista un significato particolare. Le famiglie avevano provato a far incontrare Sonia e Sunny. Non funziona. Sarà invece un incontro fortuito, su un treno notturno in India, a far nascere tra loro un sentimento travolgente. La differenza è fondamentale.
Nel primo caso la relazione appartiene alle aspettative degli altri; nel secondo nasce da una scelta, eppure, Desai evita di trasformare questa opposizione in una formula troppo semplice. L’amore non risolve automaticamente le contraddizioni dei protagonisti. Il loro rapporto è fragile, attraversato da paure e incertezze, seguito da un lungo distacco e da esperienze che continuano a separarli e ricondurli verso ciò che avevano cercato di lasciarsi alle spalle.
Perché Sonia e Sunny non devono soltanto trovarsi. Devono capire chi sono quando sono insieme senza permettere che l’altro diventi una risposta alla propria incompletezza.
È una differenza importante. Una relazione può offrire riconoscimento, ma non può risolvere da sola una crisi di appartenenza.
Tornare significa necessariamente fallire?
Il viaggio tra Stati Uniti e India rende inoltre difficile pensare alla migrazione come un movimento lineare: si parte da un punto, se ne raggiunge un altro e lì comincia la nuova vita.
In La solitudine di Sonia e Sunny i movimenti sembrano invece continui. Si parte, si ritorna, ci si allontana nuovamente. Persone, famiglie, amori e memorie mantengono aperto il rapporto con entrambi i mondi.
Il ritorno in India, quindi, non coincide necessariamente con la sconfitta dell’emancipazione. Può diventare anche il momento nel quale affrontare ciò da cui si era cercato di prendere le distanze.
Perché diventare adulti non significa sempre scegliere definitivamente tra il passato e il futuro. A volte significa riuscire a guardare ciò che abbiamo ricevuto e decidere cosa conservare, cosa trasformare e cosa interrompere.
La solitudine di chi deve inventarsi una casa
Desai costruisce intorno ai protagonisti una narrazione molto più ampia della loro storia sentimentale: famiglie, viaggi, malattie, conflitti, perdite e trasformazioni si intrecciano fino a creare quella struttura che la stessa presentazione editoriale paragona a un sistema di fiumi destinati a confluire in un oceano di storie.
E forse proprio il fiume offre un’immagine efficace per comprendere Sonia e Sunny.
La loro identità non è immobile. È composta da ciò che hanno lasciato e da ciò che incontrano, dall’India e dagli Stati Uniti, dalle famiglie contro cui cercano di definirsi e dalle persone che scelgono, dalle aspettative ricevute e dai desideri costruiti autonomamente. La domanda, allora, non è più semplicemente dove sia casa. È se possiamo smettere di pensare alla casa come a un unico luogo.
La solitudine di Sonia e Sunny racconta quanto possa essere doloroso vivere in quello spazio intermedio, quando non ci si sente completamente appartenenti né al mondo da cui si proviene né a quello nel quale si è deciso di vivere. Ma proprio quella condizione può aprire una possibilità diversa: smettere di cercare un’identità già pronta nella quale entrare e cominciare, lentamente, a costruirne una propria.
Sonia e Sunny devono perdersi proprio per questo, prima di potersi scegliere, devono scoprire se sia possibile appartenere a qualcosa senza rinunciare a una parte di sé.

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