“La chiamata” il romanzo splendido di Leila Guerriero candidato al premio Strega europeo

La storia vera di Silvia Labayru raccontata da Leila Guerriero: un libro potente su memoria, violenza e verità che interroga il nostro modo di giudicare i sopravvissuti.

"La chiamata" il romanzo splendido di Leila Guerriero candidato al premio Strega europeo

Con “La chiamata” Leila Guerriero si conferma una delle voci più autorevoli del giornalismo narrativo contemporaneo. Nata in Argentina, ha costruito negli anni una carriera solida e riconosciuta a livello internazionale, diventando un punto di riferimento per quella forma di scrittura che unisce rigore documentario e profondità letteraria.

I suoi libri e reportage non si limitano a raccontare fatti, ma entrano nelle crepe delle storie, nei silenzi, nelle contraddizioni delle vite reali. Guerriero ha lavorato per alcune delle più importanti testate dell’America Latina e non solo, ed è conosciuta per la sua capacità di restituire complessità senza semplificare, evitando ogni forma di retorica.

Nei suoi lavori il confine tra giornalismo e letteratura si assottiglia fino quasi a scomparire, lasciando spazio a un racconto che è insieme testimonianza e indagine umana. Con questo libro dedicato a Silvia Labayru, Guerriero conferma la sua cifra stilistica, costruendo un ritratto che non cerca assoluzioni facili, ma verità scomode.

“La chiamata” uno splendido romanzo candidato allo Strega europeo

Il Premio Strega Europeo: che cos’è

Il Premio Strega Europeo nasce nel 2014 come estensione internazionale del più celebre Premio Strega italiano, con l’obiettivo di valorizzare la narrativa europea contemporanea tradotta in italiano. A differenza dello Strega tradizionale, che premia opere italiane, lo Strega Europeo si concentra su autori e autrici già riconosciuti nei loro paesi d’origine e pubblicati in Italia, offrendo uno sguardo privilegiato sulle letterature del continente.

Il premio rappresenta un importante ponte culturale tra lingue e tradizioni diverse, contribuendo a far circolare storie che altrimenti resterebbero confinate in ambiti nazionali. Nel corso degli anni ha premiato opere di grande impatto, spesso caratterizzate da una forte dimensione civile e da uno sguardo critico sulla storia recente. In questo contesto si inserisce perfettamente il lavoro di Leila Guerriero, che, pur provenendo dall’America Latina, dialoga profondamente con la tradizione europea del reportage letterario e della memoria storica.

 “La chiamata”, di Leila Guerriero, tradotto da Maria Nicola, edito SUR

Il libro di Leila Guerriero è, prima di tutto, un confronto con una storia che resiste a ogni tentativo di semplificazione. Silvia Labayru non è una vittima nel senso rassicurante del termine, e proprio per questo il suo racconto è così difficile da accogliere. Guerriero costruisce il testo come un’indagine paziente, durata oltre due anni, fatta di interviste, ritorni, revisioni, ascolto continuo. Il risultato non è una narrazione lineare, ma un mosaico che restituisce la complessità di una vita segnata dalla violenza e, ancora di più, dal giudizio degli altri.

La vicenda si colloca in uno dei periodi più bui della storia argentina, quello della dittatura militare guidata da Jorge Rafael Videla. Il rapimento, la tortura, la prigionia in un centro clandestino, la maternità vissuta in condizioni disumane sono elementi che potrebbero facilmente scivolare nella retorica del dolore. Guerriero evita questo rischio scegliendo una scrittura asciutta, precisa, che non amplifica ma scava. Non insiste sull’orrore, lo lascia emergere nei dettagli, nei racconti frammentati, nelle pause.

Il punto più perturbante del libro, però, non è la violenza subita da Labayru, ma ciò che accade dopo. La libertà non coincide con la fine dell’incubo. Una volta uscita dal centro di detenzione, Silvia si trova a dover affrontare un’altra forma di sospetto, quella dei suoi stessi compagni, degli esiliati, di chi non riesce a spiegarsi la sua sopravvivenza. Essere viva diventa quasi una colpa. Essere uscita con una figlia ancora di più. La narrazione si sposta allora su un terreno più ambiguo, dove il confine tra vittima e presunta colpevole viene continuamente messo in discussione.

Guerriero non prende posizione in modo esplicito, ma costruisce uno spazio in cui il lettore è costretto a interrogarsi. Che cosa significa sopravvivere a un sistema che distrugge ogni forma di scelta? È possibile giudicare comportamenti avvenuti in condizioni estreme? E soprattutto, perché la società ha bisogno di semplificare, di dividere in categorie nette, quando la realtà è irriducibilmente complessa?

Il libro lavora anche sulla memoria, mostrando come essa non sia mai stabile. I ricordi cambiano, si contraddicono, si ridefiniscono nel tempo. Le testimonianze raccolte da Guerriero non coincidono sempre, e proprio in queste discrepanze si apre uno spazio di verità più profondo. Non esiste una versione definitiva della storia di Silvia Labayru, ma esiste la necessità di ascoltarla nella sua interezza.

Un altro elemento centrale è la dimensione umana del racconto. Accanto alla violenza e alla politica, emergono l’amore, il desiderio, le relazioni familiari, le fragilità. Silvia non è solo ciò che ha subito, ma anche ciò che ha scelto, ciò che ha perso, ciò che ha ricostruito. Guerriero restituisce questa complessità senza mai trasformarla in un caso esemplare o in un simbolo astratto.

“La chiamata” è un libro che chiede al lettore di abbandonare ogni certezza. Non offre consolazione, non propone una morale chiara, ma apre una serie di domande che restano anche dopo l’ultima pagina. In questo senso, è un testo profondamente politico, perché mette in crisi il nostro modo di guardare agli altri, di giudicare, di costruire narrazioni collettive.

È anche, e forse soprattutto, un libro sulla responsabilità dello sguardo. Guerriero ci ricorda che raccontare una storia significa scegliere cosa mostrare e cosa lasciare fuori, ma anche che ascoltare una storia implica accettarne la complessità, senza ridurla a qualcosa di più semplice. Ed è proprio in questa tensione tra racconto e verità che il libro trova la sua forza più grande.