In un canto. La lunga storia d’una fugace favilla di Filo Sottile parte dall’incontro immaginario tra una donna contemporanea e il fantasma di un giovane omosessuale per compiere un viaggio molto più ampio nella memoria del Sud Italia. Dentro questa storia convivono Sicilia, desiderio, emigrazione, antimilitarismo, repressione, arte e movimenti per l’autodeterminazione dei corpi e dei territori. Il passato smette così di essere qualcosa di immobile: diventa un archivio da interrogare per capire quante esperienze considerate oggi nuove abbiano invece radici profonde e quante battaglie del presente siano state precedute da persone delle quali ricordiamo troppo poco.
“In un canto. La lunga storia d’una fugace favilla” di Filo Sottile, Tangerin editrice
Serafina “Fina” Liata è una bibliotecaria queer precaria, piemontese di origini siciliane, arrivata nella Valle del Belice mentre sta conducendo delle ricerche per un libro. A Partanna incontra una fontana di tufo e, affacciandosi, viene raggiunta da una presenza: è Fafò, lo spettro di Fortunato Favilla, giovane poeta e teatrante omosessuale morto suicida.
La possessione iniziale diventa progressivamente un’ossessione, perché Fina vuole capire chi fosse davvero quel ragazzo e soprattutto che cosa possa averlo condotto a togliersi la vita nonostante fosse circondato da amicizie e cresciuto in una stagione attraversata da un intenso fermento politico e culturale. Da questa domanda prende forma una ricerca durata tre anni tra archivi e strade della Sicilia occidentale, nella quale una singola biografia diventa la porta d’ingresso verso una storia collettiva molto più grande.
Ricostruire la breve esistenza di Fortunato significa infatti imbattersi continuamente in altre vite, movimenti e conflitti. Nel libro compaiono Mario Mieli e Arthur Rimbaud, Danilo Dolci e Ignazio Buttitta, Leo de Berardinis e Perla Peragallo, Rosa Balistreri e Pier Paolo Pasolini, Nino Gennaro e Maria Di Carlo, Franca Viola e Peppino Impastato.
Una storia queer del Sud che rischiava di rimanere ai margini
Uno degli aspetti più interessanti del libro è proprio l’intreccio tra memoria queer e storia meridionale. Fortunato Favilla non viene isolato dal mondo che lo circondava, ma collocato dentro una rete di relazioni, tensioni sociali e trasformazioni culturali. La sua omosessualità diventa quindi una parte fondamentale della ricerca senza trasformarlo semplicemente in un simbolo.
Fina tenta piuttosto di recuperare una persona nella sua complessità, interrogandosi sul desiderio, sull’arte, sulle amicizie e sulla possibilità di trovare un proprio spazio in una comunità. Attraverso di lui il libro suggerisce anche qualcosa di importante sulla memoria LGBTQ+: per ricostruirla spesso non basta cercare nei grandi avvenimenti ufficiali, perché bisogna seguire lettere, testimonianze, archivi locali, spettacoli, incontri e biografie che la narrazione dominante ha lasciato ai margini.
È significativo anche che a cercare Fafò sia una donna queer contemporanea. Tra i due si crea una sorta di dialogo impossibile attraverso il tempo: appartengono a generazioni differenti, ma condividono l’esperienza di corpi e desideri che devono trovare il proprio posto dentro norme sociali non costruite per accoglierli. La metafora del fantasma acquista così un significato ulteriore.
I fantasmi non sono soltanto i morti, ma anche le vite cancellate dalla memoria comune, quelle di cui rimangono frammenti che qualcuno deve decidere di raccogliere. La ricerca di Fina diventa allora un gesto politico e affettivo insieme: ricordare significa restituire continuità a esperienze che altrimenti potrebbero sembrare isolate, mostrando che la storia queer italiana possiede genealogie molto più profonde di quanto spesso immaginiamo.
La Sicilia come terra di lotte, e non soltanto di sconfitte
In un canto allarga però continuamente il proprio orizzonte. Intorno alla vicenda di Fortunato emergono l’emigrazione, le lotte per la casa e per il lavoro, l’ostilità verso gli eserciti, la repressione politica, l’arte intesa come forma di inquietudine e la rivendicazione di una sessualità liberata dalla vergogna.
La ricerca individuale finisce così per attraversare centovent’anni di storia meridionale, restituendo l’immagine di un territorio nel quale la violenza e le sconfitte convivono con una lunga tradizione di resistenza. È un cambio di prospettiva particolarmente interessante perché permette di allontanarsi dalla rappresentazione del Sud come luogo eternamente arretrato, incapace di trasformarsi e condannato alla rassegnazione.
Le figure evocate dal libro raccontano infatti modi differenti di opporsi a ciò che appariva immutabile. Franca Viola rimanda alla libertà femminile e al rifiuto di una cultura che pretendeva di decidere il destino delle donne; Peppino Impastato alla ribellione contro il potere mafioso; Danilo Dolci alle lotte sociali e all’attivismo nonviolento; Mario Mieli alla storia della liberazione omosessuale italiana.
Accanto a loro si muovono artisti, poeti, teatranti e cantastorie, perché anche l’immaginazione può diventare un modo per modificare ciò che una società considera possibile. Il risultato è una memoria meridionale costruita attraverso molte voci, nella quale le battaglie per i territori finiscono per incontrare quelle combattute sui corpi e sulle identità.
Cosa significa essere liberi del proprio corpo e del proprio territorio
Il legame fra queste storie apparentemente lontane è l’autodeterminazione. Decidere chi amare, come vivere il proprio corpo, quale futuro scegliere, se partire oppure restare, a quali imposizioni ribellarsi: sono questioni personali che nel libro diventano inevitabilmente politiche.
Allo stesso modo un territorio può essere sfruttato, abbandonato, militarizzato o raccontato dall’esterno fino a perdere la possibilità di definirsi autonomamente. Mettere insieme corpi e luoghi significa allora riconoscere che la libertà non riguarda soltanto la dimensione individuale, ma anche il diritto delle comunità di costruire una narrazione diversa di sé.
È qui che il viaggio di Fina assume il significato più contemporaneo. Cercando un ragazzo morto molti anni prima, la protagonista finisce per interrogare anche il proprio presente e scopre che alcune domande attraversano le generazioni cambiando forma senza scomparire.
Quanto spazio concediamo alle persone che non corrispondono alle aspettative della comunità? Chi decide quali vite meritano di entrare nella memoria collettiva? E soprattutto che cosa perdiamo quando una storia viene lasciata in un angolo fino a spegnersi? Il titolo del libro racchiude questa idea attraverso l’immagine della favilla: una scintilla può durare pochissimo, ma ciò che ha illuminato può continuare a essere visibile molto tempo dopo.
Perché leggere “In un canto”
Il libro di Filo Sottile può essere letto come una ricerca storica, una narrazione queer, un viaggio nella Sicilia occidentale e una riflessione sulla costruzione della memoria. La scelta di partire da un’apparizione e da una possessione permette inoltre di trasformare l’indagine d’archivio in qualcosa di vivo: il passato non viene osservato da lontano, ma entra letteralmente nel presente e costringe chi lo incontra a fare i conti con ciò che è stato dimenticato.
Fortunato Favilla diventa così il punto da cui si diramano molte altre storie, fino a comporre una genealogia fatta di persone che, in modi differenti, hanno provato a sottrarre il proprio corpo, il proprio desiderio, la propria arte o la propria terra alle regole imposte dagli altri.
In un canto racconta soprattutto perché ricordare le battaglie precedenti alle nostre sia necessario per capire quelle che stiamo ancora combattendo. Le conquiste sociali non nascono improvvisamente e le libertà che oggi possono sembrare acquisite sono il risultato di tentativi, fallimenti e gesti di ribellione spesso compiuti da persone rimaste fuori dai libri di storia.
Recuperarne le tracce significa costruire una memoria nella quale anche le esistenze più fugaci possano trovare posto. Perché una favilla può spegnersi in pochi istanti, ma se qualcuno ne conserva la storia può continuare a illuminare ciò che viene dopo.

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