“Il bello chiama il bello”, Giovanni Comisso ci insegna a guardare l’arte senza avere paura di non capirla

Bisogna davvero conoscere la storia dell’arte per emozionarsi davanti a un quadro? Il bello chiama il bello raccoglie per la prima volta gli scritti di Giovanni Comisso su pittori e scultori e restituisce un’idea radicalmente libera dell’esperienza artistica: prima delle teorie vengono lo sguardo, l’incontro, la memoria e l’emozione.

“Il bello chiama il bello”, Giovanni Comisso ci insegna a guardare l’arte senza avere paura di non capirla

Entrare in un museo può provocare una strana forma di soggezione. Davanti a un quadro ci domandiamo chi lo abbia dipinto, a quale corrente appartenga, quali simboli dovremmo riconoscere e soprattutto se possediamo gli strumenti necessari per comprenderlo. La conoscenza permette naturalmente di vedere molto di più, ma a forza di cercare l’interpretazione corretta rischiamo qualche volta di dimenticare il gesto da cui tutto comincia: guardare.

Giovanni Comisso aveva con l’arte un rapporto differente. Scrittore, giornalista, viaggiatore, ma anche uomo direttamente coinvolto nel mondo artistico del suo tempo, non osservava un’opera soltanto per inserirla dentro una categoria. Cercava l’individuo che l’aveva prodotta, l’impressione fisica che suscitava, il ricordo che metteva in movimento. L’arte diventava così qualcosa da vivere prima ancora che da spiegare.

È questo Comisso meno conosciuto che torna in “Il bello chiama il bello. Scritti sull’arte e gli artisti”, curato dallo storico dell’arte Nico Stringa e pubblicato da La nave di Teseo nella collana I Fari. Il volume, uscito l’11 settembre 2026, conta 372 pagine e riunisce per la prima volta in maniera organica gli scritti dedicati da Comisso a pittori e scultori nell’arco di quasi mezzo secolo. 

Ne viene fuori qualcosa di più interessante di una raccolta di critica d’arte: il ritratto di uno scrittore che considera la bellezza un’esperienza capace di passare da una persona all’altra.

“Il bello chiama il bello. Scritti sull’arte e gli artisti” di Giovanni Comisso, La nave di Teseo

Il lavoro curato da Nico Stringa recupera una parte della produzione di Comisso rimasta a lungo dispersa tra testi rari, articoli e interventi difficilmente reperibili. Gli scritti attraversano quasi cinquant’anni, dal 1920 al 1967, e permettono quindi di seguire questo interesse dalle pagine giovanili nate nel clima del primo dopoguerra fino alla maturità. 

Dentro questo percorso incontriamo alcuni protagonisti fondamentali dell’arte italiana del Novecento: Arturo Martini, Filippo de Pisis, Gino Rossi, Giorgio de Chirico. Comisso li guarda però sottraendoli, per quanto possibile, alla rigidità delle classificazioni. La pittura e la scultura vengono raccontate attraverso personalità, amicizie, passioni, discussioni e scontri. L’artista ritorna a essere una persona e l’opera il risultato di un’esperienza vissuta. 

Non si tratta di un atteggiamento improvvisato. Comisso ebbe una frequentazione diretta con quell’ambiente: dopo la laurea in Legge abbandonò l’attività forense, lavorò anche come libraio e mercante d’arte e, durante l’esperienza parigina, fu vicino a de Pisis e Arturo Martini. Nel 1954 avrebbe inoltre pubblicato Mio sodalizio con De Pisis. La scrittura sull’arte nasce dunque dentro la sua stessa biografia. 

Che cosa significa davvero “Il bello chiama il bello”

Il titolo potrebbe sembrare semplicemente una bella formula. Ha invece una storia precisa.

Nel 1941 Comisso presentò la collezione d’arte contemporanea di Mario Rimoldi in occasione della prima Mostra italiana del Collezionista a Cortina d’Ampezzo. Guardando quel patrimonio inserito nel paesaggio dolomitico scrisse una frase destinata a sopravvivere all’occasione per cui era nata: «il bello chiama il bello». 

Dietro quelle quattro parole c’è già buona parte della sua idea dell’arte. La bellezza non appare isolata. Produce relazioni, richiama altra bellezza, mette in comunicazione paesaggi, persone, oggetti e sensibilità. Il collezionista viene attirato dall’opera, lo scrittore dal pittore, un luogo da ciò che può essere accolto al suo interno.

Il bello, insomma, sembra generare una forma di desiderio.

Ed è significativo che una raccolta come questa scelga proprio quella frase come titolo. Comisso non appare interessato a costruire una teoria universale della bellezza. Gli interessa piuttosto capire che cosa succede quando qualcosa ci colpisce al punto da costringerci ad avvicinarci.

Davanti a un quadro dobbiamo prima capire o sentire?

È probabilmente la domanda attraverso cui questo libro può parlare anche a chi non ha mai letto Comisso e non possiede una formazione storico-artistica.

Abbiamo imparato giustamente che un’opera possiede un contesto. Conoscere un periodo storico, una tecnica, un movimento o l’iconografia permette di cogliere significati che altrimenti rimarrebbero invisibili. Ma l’esperienza estetica contiene anche qualcosa che precede questa conoscenza: un colore che trattiene lo sguardo, una figura che inquieta, una superficie che desideriamo osservare più da vicino.

Comisso rivendica proprio questa dimensione. Secondo la presentazione editoriale del volume, il suo approccio rifiuta lo specialismo e cerca un rapporto «diretto, istintivo e quasi fisico» con le opere. L’arte diventa esperienza vissuta attraverso incontro, memoria ed emozione. 

Giovanni Comisso trasforma la critica d’arte in letteratura

Qui si trova un altro elemento importante del libro. Comisso non era uno storico dell’arte che occasionalmente utilizzava strumenti letterari. Era uno scrittore che portava il proprio modo di percepire il mondo dentro l’arte.

Per questo un pittore può diventare un personaggio. Un incontro può diventare una scena. Un ricordo personale può trasformarsi in una strada per entrare dentro un’opera.

La critica smette così di essere soltanto esercizio di attribuzione e interpretazione e diventa racconto. La stessa casa editrice presenta infatti il volume come la riscoperta dello sguardo di uno scrittore capace di trasformare la critica in narrazione e l’incontro con l’opera in una forma di vita. 

È una distinzione importante perché modifica anche la posizione del lettore. Non gli viene chiesto soltanto di apprendere qualcosa su Martini, de Pisis, Rossi o de Chirico. Viene invitato ad assistere all’incontro tra uno scrittore e un altro creatore.

Arturo Martini e Filippo de Pisis: quando l’artista non è soltanto un nome

Per Comisso alcuni protagonisti dell’arte novecentesca appartenevano alla vita prima ancora che alla storia dell’arte. Arturo Martini fu una presenza fondamentale nel suo percorso, mentre il rapporto con Filippo de Pisis divenne tanto significativo da trasformarsi in materia letteraria.

Questo permette di comprendere perché nei suoi testi la personalità degli artisti abbia un peso così forte. Noi incontriamo spesso i grandi nomi del Novecento quando sono già diventati capitoli di manuale. Sappiamo dove collocarli, quali opere ricordare, quali movimenti associare al loro nome.

Comisso li aveva invece davanti quando quella canonizzazione non era ancora compiuta.

Poteva vedere le idiosincrasie, le passioni, le rivalità e persino le contraddizioni che una ricostruzione storica tende inevitabilmente a ordinare. Il bello chiama il bello permette quindi di compiere il percorso contrario rispetto a quello scolastico: partire dai nomi che ormai appartengono alla storia e restituire loro qualcosa della precarietà, della vitalità e dell’imprevedibilità che possedevano quando erano ancora semplicemente uomini intenti a creare.

Un altro Comisso oltre il Premio Strega

Il volume è interessante anche perché allarga l’immagine di uno scrittore che il canone letterario italiano tende ad associare soprattutto alla narrativa, alla memoria e al viaggio.

Comisso, nato a Treviso nel 1895 e morto nel 1969, attraversò in prima persona alcuni degli snodi più inquieti del Novecento. Partecipò alla Prima guerra mondiale e all’impresa di Fiume, viaggiò come inviato, collaborò con numerosi giornali e riviste e costruì un’opera difficilmente rinchiudibile dentro un solo genere. Vinse il Bagutta con Gente di mare, il Viareggio con Capricci italiani e nel 1955 il Premio Strega con Un gatto attraversa la strada. 

La raccolta curata da Stringa aggiunge un tassello decisivo a questo profilo. Non abbiamo soltanto Comisso narratore che occasionalmente scrive di pittura. Vediamo emergere un Comisso scrittore d’arte, con un percorso che attraversa decenni e accompagna la sua produzione letteraria.

Guardare l’arte come guardiamo una persona

C’è una possibilità affascinante nascosta nel metodo di Comisso: avvicinarsi all’opera come ci avviciniamo a una persona.

Quando incontriamo qualcuno non cominciamo consultando la sua biografia. Prima viene un’impressione. Una voce, un gesto, un’espressione ci attraggono oppure ci respingono. Soltanto dopo arrivano la conoscenza e la comprensione.

Possiamo fermarci davanti a un’opera senza sapere ancora tutto ciò che dovremmo sapere. Possiamo perfino non possedere le parole per spiegare perché ci interessa. La conoscenza arriverà successivamente e magari modificherà completamente quella prima impressione. Ma quell’istante iniziale conserva un valore perché contiene il rapporto più immediato tra noi e ciò che stiamo guardando.

Da questo punto di vista Il bello chiama il bello può diventare quasi una piccola educazione dello sguardo: non un manuale che insegna che cosa bisogna vedere, ma un libro che ricorda che vedere è già un atto personale.

Perché leggere “Il bello chiama il bello”

La nuova raccolta di Giovanni Comisso ha almeno due vite. La prima appartiene agli studiosi e ai lettori interessati alla cultura italiana del Novecento: il lavoro filologico curato da Nico Stringa riporta insieme materiali dispersi, ricostruisce il percorso di Comisso scrittore d’arte e permette di osservare da una prospettiva differente figure centrali come Martini, de Pisis, Rossi e de Chirico. 

La seconda vita del libro, però, può appartenere a chiunque abbia provato almeno una volta un’emozione davanti a un’opera senza riuscire immediatamente a spiegarla.

Viviamo in un tempo nel quale possiamo ottenere in pochi secondi la biografia di un artista, l’interpretazione di un quadro e l’elenco dei suoi significati. Possediamo una quantità straordinaria di informazioni. Proprio per questo il gesto suggerito da Comisso diventa ancora più prezioso: guardare prima di cercare la risposta.

Lasciare che un’immagine ci raggiunga. Accettare persino di non comprenderla subito. Tornare a osservarla. Studiare, naturalmente, ma senza trasformare la conoscenza in una barriera tra noi e l’opera.

Perché forse la frase scelta come titolo contiene una teoria dell’arte molto più profonda di quanto sembri: il bello chiama il bello perché ciò che ci colpisce mette in movimento qualcosa dentro di noi e ci spinge a cercare ancora. E l’arte, prima di diventare storia, critica o disciplina, comincia proprio da quel movimento.