Con I Want to Say I Love Me. Sull’essere mangaka e transgender, Poppy Pesuyama costruisce un’autobiografia intensa che affronta la disforia di genere, gli abusi subiti sul posto di lavoro e il difficile cammino verso l’accettazione di sé. Un’opera che dimostra come il manga possa essere uno degli strumenti più potenti per raccontare la propria storia.
L’esperienze di molti sembrano impossibili da raccontare, non perché manchino le parole, ma perché il dolore, il trauma e la ricerca della propria identità seguono percorsi irregolari, fatti di ricordi frammentati, emozioni contraddittorie e silenzi. È proprio qui che il linguaggio del manga può diventare qualcosa di più di una semplice narrazione: uno spazio in cui immagini e parole riescono a dare forma a ciò che spesso resta indicibile.
“I Want to Say I Love Me” di Poppy Pesuyama, Dynit Manga
Poppy Pesuyama, mangaka non binary, sceglie di raccontare la propria esperienza senza trasformarla in un semplice resoconto cronologico. La narrazione segue il movimento della memoria, tornando continuamente su episodi del passato, relazioni familiari, amicizie e ferite che continuano a influenzare il presente.
Al centro dell’opera ci sono la disforia di genere e le molestie subite sul lavoro, eventi che hanno lasciato conseguenze ben oltre il momento in cui sono accaduti. Il manga mostra come il trauma non finisca quando termina l’episodio che lo ha generato, ma continui a modificare il modo in cui una persona guarda se stessa e il mondo.
Quello che emerge non è soltanto un racconto personale, ma una riflessione universale sul bisogno di essere riconosciuti per ciò che si è davvero.
Perché il manga è uno strumento così efficace per raccontare il trauma
Uno degli aspetti più interessanti dell’opera è il modo in cui sfrutta il linguaggio del fumetto. Nei manga autobiografici il disegno non serve soltanto a illustrare ciò che accade, ma diventa parte integrante del racconto emotivo.
Una tavola può rallentare il tempo, lasciare spazio al silenzio, deformare la realtà per rappresentare uno stato d’animo oppure mostrare contemporaneamente passato e presente. Il lettore non osserva semplicemente ciò che succede: entra nella percezione dell’autore.
Per questo il manga riesce spesso ad affrontare temi delicati come il trauma, la salute mentale o l’identità con un’immediatezza particolare. Le emozioni non vengono soltanto descritte, ma anche visualizzate.
Identità di genere, memoria e riconciliazione
Il percorso raccontato da Pesuyama non riguarda esclusivamente il genere. È anche un tentativo di rileggere la propria vita, interrogando il rapporto con la madre, con le amicizie e con il proprio corpo.
Il titolo stesso, I Want to Say I Love Me, suggerisce una meta che appare semplice solo in apparenza. Dire “mi voglio bene” significa arrivare a riconoscersi dopo anni trascorsi a convivere con il rifiuto di sé, con il senso di colpa e con la convinzione di non meritare ascolto.
Il manga affronta questi temi senza offrire soluzioni facili. Mostra invece quanto sia lungo il percorso che porta a costruire un’identità libera dagli sguardi e dalle aspettative degli altri.
L’autobiografia nel manga: una tradizione sempre più importante
Negli ultimi anni il manga autobiografico ha assunto un ruolo sempre più centrale nel panorama editoriale giapponese. Molti autori hanno scelto di raccontare esperienze personali legate alla salute mentale, alla disabilità, all’identità di genere, alle relazioni familiari o alla malattia.
Queste opere dimostrano come il fumetto possa essere uno strumento di testimonianza oltre che di intrattenimento. Attraverso un linguaggio accessibile e profondamente espressivo, riescono ad avvicinare il lettore a realtà spesso poco conosciute, favorendo comprensione ed empatia.
In questo contesto, il lavoro di Poppy Pesuyama si inserisce come una voce contemporanea che unisce esperienza personale e riflessione sociale.
Leggere “I Want to Say I Love Me”: una storia personale che parla anche agli altri
I Want to Say I Love Me è un manga che mostra come raccontare la propria storia possa diventare un gesto di ricostruzione. Attraverso il disegno, Poppy Pesuyama riesce a trasformare esperienze dolorose in un racconto capace di dialogare con chi legge, senza rinunciare alla complessità delle emozioni.
È una lettura preziosa non solo per chi è interessato ai temi dell’identità di genere o delle autobiografie queer, ma anche per chi vuole scoprire quanto il manga possa essere un linguaggio maturo, capace di affrontare argomenti difficili con sensibilità e profondità. Perché, a volte, raccontarsi significa anche offrire agli altri le parole, e le immagini, per riconoscere qualcosa di sé.

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