L'intervista

Gianrico Carofiglio, “I libri servono a infrangere gli stereotipi e le idee troppo consolidate”

Ecco l'intervista a Gianrico Carofiglio, appena tornato in libreria con un nuovo romanzo, "L'estate fredda", ambientato a Bari nei primi anni '90

MILANO – Il mondo è caotico, instabile, un luogo in cui orientarsi è difficile. Per cercare di non perderci, tentiamo alcune semplificazioni, ci ricaviamo alcune sicurezze. Per esempio, cerchiamo di vedere il mondo diviso tra bene e male, bianco e nero, e ciò ci dà sicurezza. Ma vedere il mondo in questi termini è sbagliato. Ed è questo uno dei temi principali del nuovo romanzo di Gianrico Carofiglio, “L’estate fredda“, in cui l’autore barese racconta la storia Pietro Fenoglio, maresciallo appena lasciato dalla moglie Serena, che si trova ad indagare sull’omicidio del figlio del boss mafioso Grimaldi. Una vicenda ambientata a Bari e in varie zone della Puglia, con l’intento di restituire al lettore un ritratto vivo della regione all’inizio degli anni ’90, periodo in cui la criminalità organizzata tentava di fare il salto di “qualità” per raggiungere il livello delle altre mafie, ben più organizzate. Carofiglio, autore sensibile a temi morali e disponibile a iniziative legate alla promozione della lettura, è uno degli scrittori che ha aderito all’iniziativa AforisMug di Libreriamo donandoci una sua frase per la realizzazione di una tazza letteraria ideata per portare la cultura dei libri nelle case delle persone. Ecco la nostra intervista.

Quello di Pietro Fenoglio in realtà non è un debutto ma un ritorno.

Sì. Fenoglio era già comparso in “La mutevole verità“, un romanzo che era andato molto bene e che aveva fatto affezionare tanti lettori al personaggio del maresciallo. Ma la storia che racconto ne “L’estate fredda” è nata prima dell’idea di far tornare Fenoglio. Quando ho visto che questa storia era perfetta per quel personaggio è stato naturale che tornasse Fenoglio, che in questo romanzo ha preso più vita e più spessore. Spessore che gli è stato conferito dalla complessità delle vicende che si trova ad affrontare: in particolare, la relazione con la moglie Serena, l’abbandono e le prospettive che non sappiamo quali saranno. Il finale è molto aperto.

Come vive l’abbandono?

Fenoglio o io? (chiede ridendo)

Intendevo Fenoglio, ma se ci vuole dire anche come lo vive lei tanto meglio.

C’è sempre qualcosa dell’autore nel personaggio, quindi in qualche modo, parlando di Fenoglio, risponderò per entrambi. Direi che una cifra stilistica del personaggio è la grande dignità con cui affronta questa grande sofferenza emotiva, una sofferenza che non tenta di rimuovere. Se da una parte c’è un continuo dialogo interiore rivolto alla moglie, dall’altra non si lamenta mai, non si compatisce. C’è un’accettazione molto umana di questo dolore. E’ un modo di affrontare le situazioni dolorose che mi piace, è un segno di personalità e di ricchezza secondo me.

Una ricchezza, questa di Fenoglio, mostrata anche nella passione che il maresciallo nutre per la letteratura, l’arte e la musica. In questo romanzo lei ha anche sfatato due grandi banalità del nostro tempo: la prima è quella che non permette a un carabiniere di appassionarsi all’arte. 

Mi piaceva molto l’idea di infrangere quella che lei ha giustamente definito una “banalità”. Durante gli incontri di presentazione di questo libro mi è capitato che qualcuno mi dicesse: “Lo vorrei vedere un maresciallo dei carabinieri come Fenoglio!”. Io l’ho visto, rispondevo. Per esempio, non più di qualche giorno fa ero a San Vittore ad assistere con altri miei ex colleghi magistrati e con detenuti alla prima della Scala proiettata nel carcere, una cosa molto bella. In quella occasione mi sono intrattenuto in una conversazione di letteratura e di libri con un appuntato di polizia penitenziaria e le assicuro che quello che parlava dei libri più sofisticati non ero io. Inutile dire che mi ha fatto un enorme piacere. La scrittura serve a molte cose, tra queste a mettere in discussione le idee troppo consolidate a infrangere gli stereotipi.

L’altro stereotipo che sfata è quello che vede il mondo diviso tra bene e male, bianco e nero.

In parte, per fortuna, è già stato superato lo stereotipo che vede il mondo diviso tra bene e male. Come anticipava, il mondo non è bianco e nero ma ha diverse sfumature di grigio. Le doti morali stanno essenzialmente nella capacità di muoversi in questi territori complicati del grigio.

Non a caso a un certo punto Pellecchia (che lavora all’indagine con Fenoglio) dice che “se vuoi incastrare i cornuti devi essere più cornuto di loro”.

Questo è il punto di vista del collega di Fenoglio, il collega più calato nello stereotipo dello sbirro sostanzialista, quello per cui il fine giustifica i mezzi anche se poi questo stesso personaggio, a prima vista il più convenzionale, è quello che muta di più nel corso della storia, è quello che ha – come dicono gli esperti di narratologia – l’arco di trasformazione più complesso in tutto il romanzo. Ma, rispetto a Pellecchia, Fenoglio ha un’idea molto più complessa che potremmo riassumere in poche parole: il fine non giustifica mai i mezzi immorali.

In più punti del romanzo sottolinea anche la capacità dell’uomo di abituarsi a tutto. Cosa che da un certo punto di vista è un bene, dato che spesso è la condizione necessaria per sopravvivere, ma dall’altra può essere pericolosa. A cosa non dovremmo mai abituarci?

Noi dovremmo imparare a vivere sempre con un leggero disagio, che non significa vivere male ma sentirsi sempre leggermente fuori posto. Questo è un buon modo per evitare di abituarsi alle cose brutte e a non accettarle. C’è una frase di Adorno che io amo molto che dice che la forma più alta di moralità sta nel non sentirsi mai a casa, nemmeno a casa propria. Ecco, questo è un buon modo per non abituarsi alle cose cattive, fermo restando che ci sono situazioni che implicano la convivenza con affari terribili: il chirurgo se vivesse con la stessa tragicità tutti gli interventi a cui partecipa diventerebbe pazzo. Stessa cosa per il poliziotto, il carabiniere o il magistrato. La difficoltà di questi lavori – una difficoltà che è anche una sfida – è trovare il giusto equilibrio fra umanità, empatia e il distacco necessario per sopravvivere.

Un equilibrio che va trovato anche fra nero e bianco in quella zona grigia di cui parlava prima. 

Certo, è una questione di equilibrio, un tema molto presente nelle cose che scrivo. Il fatto è che l’equilibro è fondamentalmente una situazione instabile. Saprà gestire questa situazione solo chi sa che perderà continuamente quell’equilibrio e che avrà la forza di continuare a cercarlo.

Non a caso lei ha scritto un romanzo dal titolo “La regola dell’equilibrio”.

Esattamente, è un tema molto presente in quel libro.

Quindi ora lei ha due personaggi, Guido Guerrieri e Pietro Fenoglio, che sono presenti in più di un romanzo. Quale dei due tornerà prima?

Non so cosa succederà. Non ho piani per il momento anche se è probabile che ci sarà un altro romanzo con Guerrieri. Non so se ce ne sarà un altro con Fenoglio. Il concetto è che se ho una buona storia che si adatti a quel personaggio allora tornerà.

Per concludere, può svelare dove prende Gianrico Carofiglio le storie?

Dappertutto. Ne ho trovata una mezz’ora fa durante una chiacchierata con un impiegato di banca. Tra l’altro, ora vado a segnarmela.

 

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