Si può essere liberi dietro le sbarre? “Gent’arrubia” racconta l’amore queer nel carcere dell’Asinara

Sardegna, 1991. Nel supercarcere dell’Asinara Pietro lavora come agente penitenziario, mentre Nicolaj è un detenuto russo. Il primo appartiene formalmente al mondo di chi possiede le chiavi, il secondo a quello di chi vive dietro una porta che qualcun altro può aprire e chiudere. Eppure Gent’arrubia di Lucio Aru parte proprio da questa distinzione apparentemente elementare per…

Si può essere liberi dietro le sbarre? “Gent’arrubia” racconta l’amore queer nel carcere dell’Asinara

Sardegna, 1991. Nel supercarcere dell’Asinara Pietro lavora come agente penitenziario, mentre Nicolaj è un detenuto russo. Il primo appartiene formalmente al mondo di chi possiede le chiavi, il secondo a quello di chi vive dietro una porta che qualcun altro può aprire e chiudere. Eppure Gent’arrubia di Lucio Aru parte proprio da questa distinzione apparentemente elementare per introdurre una domanda molto meno semplice: chi dei due è davvero libero? E dunque possono definirsi veramente liberi?

Pietro ha costruito la propria esistenza intorno alla necessità di nascondersi. Nicolaj, al contrario, non sembra avere lo stesso conflitto con ciò che è, ma ha imparato a diffidare degli altri. Il loro incontro avviene quindi dentro un luogo nel quale il controllo dei corpi è concreto, quotidiano, istituzionale, mentre quello esercitato sull’identità di Pietro appartiene a una dimensione diversa e tuttavia altrettanto capace di delimitarne la vita.

È qui che l’ambientazione scelta da Aru acquista particolare forza. Il carcere non funziona soltanto come scenario di una relazione proibita: diventa l’immagine materiale di un sistema di confini che attraversa l’intero romanzo.

Gent’arrubia di Lucio Aru, Apalòs

La relazione tra una guardia e un detenuto contiene fin dall’inizio una disparità di potere che non può essere ignorata. Pietro e Nicolaj non si incontrano in uno spazio neutrale e il loro rapporto nasce all’interno di una struttura nella quale uno rappresenta l’istituzione che controlla la libertà dell’altro.

Proprio per questo Gent’arrubia non sembra cercare la comodità di un romance isolato dalla realtà che lo circonda. Dalla presentazione editoriale emergono violenza, rivolte e tentativi di fuga, mentre l’attrazione tra i protagonisti finisce per mettere in discussione il confine che dovrebbe separarli.

La contraddizione più interessante riguarda però Pietro. Può uscire dal carcere, eppure continua a vivere dentro una forma di sorveglianza interiorizzata. È lui ad aver costruito «muri più alti di quelli del carcere per nascondere chi è veramente», mentre Nicolaj, nonostante la condizione di detenuto, appare maggiormente disposto a riconoscere la propria natura.

Il rapporto tra prigioniero e carceriere viene così simbolicamente complicato: la libertà fisica e quella personale smettono di coincidere.

Essere queer e liberi nell’Italia del 1991

La scelta temporale è importante. Siamo nel 1991, in un’Italia nella quale l’omosessualità non è illegale, ma la distanza tra esistenza giuridica e possibilità concreta di vivere apertamente la propria identità può essere enorme, soprattutto all’interno di ambienti fortemente maschili e gerarchizzati.

Il carcere porta questa tensione all’estremo. È uno spazio regolato da ruoli precisi, rapporti di forza e modelli di mascolinità nei quali la vulnerabilità può diventare pericolosa. Per Pietro riconoscere il desiderio significa allora incrinare contemporaneamente l’immagine professionale, quella sociale e quella privata attraverso cui ha imparato a proteggersi.

Per questo la storia può essere letta anche al di fuori del romance. Il desiderio queer diventa il punto attraverso cui interrogare la distanza fra ciò che una persona è e ciò che ritiene di poter mostrare agli altri.

Non basta avere la possibilità materiale di andarsene, suggerisce implicitamente il romanzo, se l’identità continua a essere vissuta come qualcosa da sorvegliare.

L’Asinara, un luogo che cambia il significato della storia

Particolarmente significativa è poi la scelta dell’Asinara, perché collocare la vicenda nel 1991 significa situarla in un momento preciso della storia del carcere dell’isola, prima della sua chiusura definitiva negli anni Novanta.

Il paesaggio sardo crea inoltre un contrasto potente: il mare, il vento, l’orizzonte aperto convivono con uno dei luoghi più rigidamente delimitati che si possano immaginare. Un’isola è circondata da uno spazio che associamo alla libertà e contemporaneamente non permette di raggiungerlo.

Anche il titolo sembra dialogare con questa dimensione territoriale. Gent’arrubia richiama immediatamente la Sardegna e una lingua che porta il romanzo fuori dalle ambientazioni più consuete del romance contemporaneo italiano. L’isola non è semplicemente un fondale suggestivo, ma parte dell’identità narrativa dell’opera.

Un romanzo queer che parla di libertà

È proprio questa sovrapposizione tra romance, storia e spazio a rendere Gent’arrubia un titolo interessante nel panorama queer italiano contemporaneo. La relazione tra Pietro e Nicolaj permette di lavorare su una delle contraddizioni fondamentali della libertà: possiamo essere fisicamente liberi e vivere comunque prigionieri dell’immagine che abbiamo costruito per sopravvivere.

Il carcere rende visibile ciò che normalmente non lo è. Ci sono sbarre, celle, guardie e detenuti, ma accanto a queste esistono confini sociali che non hanno bisogno di muri.

Pietro deve quindi scegliere se continuare a vivere all’interno della sicurezza garantita dal silenzio oppure accettare il caos prodotto dal riconoscimento del proprio desiderio. Nicolaj diventa inevitabilmente parte di questa frattura, perché la persona che dovrebbe rappresentare l’altro lato della barriera è anche quella che rende impossibile continuare a fingere che quella barriera sia sufficiente.

Ed è probabilmente qui che si trova la domanda più interessante sollevata da Gent’arrubia: quanto costa sentirsi al sicuro, quando per esserlo bisogna nascondere una parte di sé?

La risposta del romanzo passa attraverso un amore nato nel luogo apparentemente meno adatto alla libertà. Ed è proprio per questo che l’Asinara diventa qualcosa di più di un carcere: il punto nel quale due uomini costretti da prigionie differenti devono capire quale confine siano disposti ad attraversare.